Parole di Papa Francesco

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  1. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 27 settembre 2020

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    Cari fratelli e sorelle,

    nella mia terra si dice: “A tempo brutto buona faccia”. Con questa “buona faccia” vi dico: buongiorno!

    Con la sua predicazione sul Regno di Dio, Gesù si oppone a una religiosità che non coinvolge la vita umana, che non interpella la coscienza e la sua responsabilità di fronte al bene e al male. Lo dimostra anche con la parabola dei due figli, che viene proposta nel Vangelo di Matteo (cfr 21,28-32). All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primo figlio risponde impulsivamente “no, non ci vado”, ma poi si pente e ci va; invece il secondo figlio, che subito risponde “sì, sì papà”, in realtà non lo fa, non ci va. L’obbedienza non consiste nel dire “sì” o “no”, ma sempre nell’agire, nel coltivare la vigna, nel realizzare il Regno di Dio, nel fare del bene. Con questo semplice esempio, Gesù vuole superare una religione intesa solo come pratica esteriore e abitudinaria, che non incide sulla vita e sugli atteggiamenti delle persone, una religiosità superficiale, soltanto “rituale”, nel brutto senso della parola.

    Gli esponenti di questa religiosità “di facciata”, che Gesù disapprova, erano in quel tempo «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» (Mt 21,23) i quali, secondo l’ammonizione del Signore, nel Regno di Dio saranno sorpassati dai pubblicani e dalle prostitute (cfr v. 31). Gesù dice loro: “Saranno i pubblicani, cioè i peccatori, e le prostitute a precedervi nel Regno dei cieli”. Questa affermazione non deve indurre a pensare che fanno bene quanti non seguono i comandamenti di Dio, quelli che non seguono la morale, e dicono: «Tanto, quelli che vanno in Chiesa sono peggio di noi!». No, non è questo l’insegnamento di Gesù. Gesù non addita i pubblicani e le prostitute come modelli di vita, ma come “privilegiati della Grazia”. E vorrei sottolineare questa parola “grazia”, la grazia, perché la conversione sempre è una grazia. Una grazia che Dio offre a chiunque si apre e si converte a Lui. Infatti queste persone, ascoltando la sua predicazione, si sono pentite e hanno cambiato vita. Pensiamo a Matteo, ad esempio, San Matteo, che era un pubblicano, un traditore alla sua patria.

    Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto «no» a suo padre, ma perché dopo il “no” si è convertito al “sì”, si è pentito. Dio è paziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro «no»; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci; ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro “sì”, per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel Regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti (cfr Lc 15,7).

    Ma la conversione, cambiare il cuore, è un processo, un processo che ci purifica dalle incrostazioni morali. E a volte è un processo doloroso, perché non c’è la strada della santità senza qualche rinuncia e senza il combattimento spirituale. Combattere per il bene, combattere per non cadere nella tentazione, fare da parte nostra quello che possiamo, per arrivare a vivere nella pace e nella gioia delle Beatitudini. Il Vangelo di oggi chiama in causa il modo di vivere la vita cristiana, che non è fatta di sogni e belle aspirazioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli. Ma questo, anche il più piccolo impegno concreto, non si può fare senza la grazia. La conversione è una grazia che dobbiamo chiedere sempre: “Signore dammi la grazia di migliorare. Dammi la grazia di essere un buon cristiano”.

    Maria Santissima ci aiuti ad essere docili all’azione dello Spirito Santo. Egli è Colui che scioglie la durezza dei cuori e li dispone al pentimento, per ottenere la vita e la salvezza promesse da Gesù.

     


    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Sono giunte preoccupanti notizie di scontri nell’area del Caucaso. Prego per la pace nel Caucaso e chiedo alle parti in conflitto di compiere gesti concreti di buona volontà e di fratellanza, che possano portare a risolvere i problemi non con l’uso della forza e delle armi, ma per mezzo del dialogo e del negoziato. Preghiamo insieme, in silenzio, per la pace nel Caucaso.

    Ieri, a Napoli, è stata proclamata Beata Maria Luigia del Santissimo Sacramento, al secolo Maria Velotti, fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane Adoratrici della Santa Croce. Rendiamo grazie a Dio per questa nuova Beata, esempio di contemplazione del mistero del Calvario e instancabile nell’esercizio della carità.

    Oggi la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Saluto i rifugiati e i migranti presenti in Piazza intorno al monumento intitolato “Angeli senza saperlo” (cfr Eb 13,2), che ho benedetto un anno fa.  Quest’anno ho voluto dedicare il mio messaggio agli sfollati interni, i quali sono costretti a fuggire, come capitò anche a Gesù e alla sua famiglia. «Come Gesù costretti a fuggire», così gli sfollati, i migranti. A loro, in modo particolare, e a chi li assiste va il nostro ricordo e la nostra preghiera. 

    Oggi ricorre anche la Giornata Mondiale del Turismo. La pandemia ha colpito duramente questo settore, così importante per tanti Paesi. Rivolgo il mio incoraggiamento a quanti operano nel turismo, in particolare alle piccole imprese familiari e ai giovani. Auspico che tutti possano presto risollevarsi dalle attuali difficoltà.

    E saluto ora voi, cari fedeli romani e pellegrini di varie parti d’Italia e del mondo. Ci sono tante bandiere diverse! Un pensiero speciale alle donne e a tutte le persone impegnate nella lotta ai tumori del seno. Il Signore sostenga il vostro impegno! E saluto i pellegrini di Siena venuti a piedi fino a Roma.

    E a tutti voi auguro una buona domenica, una domenica in pace. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

  2. SANTA MESSA PER IL CORPO DELLA GENDARMERIA

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Basilica Vaticana, Altare della Cattedra
    Sabato, 26 settembre 2020

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    Le Letture di questa domenica ci parlano della conversione. La conversione del cuore; conversione che vuol dire “cambiare vita”, cioè che il cuore che non va per una buona strada trovi una buona strada.

    Ma non è soltanto conversione nostra: è anche conversione di Dio. «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità – abbiamo ascoltato nella prima Lettura – e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà» (Ez 18,27-28). Il malvagio si converte. Diciamolo più facilmente: il peccatore si converte e Dio si converte pure per sé al peccatore. L’incontro con Dio, la conversione, è di ambedue le parti; ambedue cercano di incontrarsi. Il perdono non è soltanto andare lì, bussare alla porta e dire: “Perdonami”, e dal citofono ti rispondono: “Ti perdono. Vattene”. Il perdono è sempre un abbraccio di Dio. Ma Dio cammina, come noi camminiamo, per incontrarci.

    Questo è il perdono di Dio, il modo di convertirsi. “Ma io, come andrò da Dio? Sono così peccatore!”. È quello che Dio vuole: che tu vada, che tu vada da Lui. Cosa ha fatto il papà del figliol prodigo? – quello che se ne è andato con i soldi e ha speso la fortuna nei vizi – Cosa ha fatto il papà? Quando vide il figlio venire – perché il figlio aveva sentito che doveva tornare dal padre; doveva tornare per necessità, ma comunque il figlio ha fatto il passo –, il papà, che era sul terrazzo, è sceso subito ed è andato incontro al figlio. Non l’ha aspettato sulla porta col dito puntato, lo ha abbracciato! E quando il figlio parlava chiedendo perdono, l’abbraccio ha tappato la sua bocca. Questa è conversione. Questo è l’amore di Dio. È un cammino di incontro reciproco.

    E su questo vorrei sottolineare: un cuore che sempre è aperto all’incontro con Dio – è questa la conversione, essere aperto all’incontro con Dio –, qual è il modello? Modello è quello del Vangelo, del ricco, del povero, il modello è Gesù Cristo. Lui è uscito incontro a noi. Abbiamo sentito la seconda Lettura: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio – Gesù era Dio –, non ritenne un privilegio l’essere come Dio – cioè rimanere là –, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. […] Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,5-8).  

    La strada della conversione è avvicinarsi, è la vicinanza, ma una vicinanza che è servizio. E questa parola fa sì che io mi rivolga a voi, cari fratelli Gendarmi. Ogni volta che voi vi avvicinate per servire, imitate Gesù Cristo. Ogni volta che voi fate un passo per mettere ordine, pensate che state facendo un servizio, state facendo una conversione che è servizio. E nel modo in cui lo farete, farete del bene agli altri. E per questo, io voglio ringraziare. Il vostro servizio è una doppia conversione: una conversione vostra – come quella di Gesù Cristo –, lasciare le comodità, lasciare... “Vado a servire”; e l’altra conversione, quella dell’altro, che non si sente punito nel primo momento ma ascoltato, messo a posto, con l’umiltà di Gesù. Così Gesù vi chiede di essere come Lui: forti, disciplinati, ma umili e servitori.

    Una volta ho sentito un anziano che, parlando del figlio che sgridava i figli, diceva: “Mio figlio non ha capito che, ogni volta che sgrida i figli, perde autorità”. La vostra autorità è nel servizio: mettere dei limiti, fare che le cose si compiano, ma nel servizio, nella carità, nell’amabilità. E questa è una grande vocazione vostra. Per me sarebbe una grande tristezza se qualcuno mi dicesse: “No, il vostro Corpo della Gendarmeria…, sono dipendenti, impiegati, che fanno il loro orario e poi non si interessano…”. No, no. Questa non è la strada per convertirsi e fare convertire gli altri. La vostra strada è quella del servizio, come il papà che va a trovare il figlio, come il fratello che vede una cosa e dice: “No, questo non si può fare, questo non va bene”. La strada è questa, ma detto con il cuore, detto con umiltà, detto con vicinanza.

    Dice la Bibbia, nel Vangelo, che Gesù era sempre con i peccatori, con i malfattori pure, ma loro si sentivano vicini a Gesù, non si sentivano giudicati. Ma Gesù mai ha detto una menzogna, una bugia. No: “La verità è questa, la strada è questa”. Ma lo diceva con amabilità, lo diceva con il cuore, lo diceva come fratello.

    Grazie per il vostro servizio. Grazie, perché vedo che il vostro servizio va su questa strada. A volte qualcuno può scivolare un po’, ma nella vita chi non scivola? Tutti! Ma ci alziamo: “Non ho fatto bene, ma adesso…”. Riprendere sempre questo cammino per la conversione della gente e anche per la propria conversione. Nel servizio mai si sbaglia, perché servizio è amore, è carità, è vicinanza. Il servizio è la strada che ha scelto Dio in Gesù Cristo per perdonarci, per convertirci.

    Grazie di questo vostro servizio, e andate avanti, sempre con questa vicinanza umile ma forte che ci ha insegnato Gesù Cristo. Grazie.

     

  3. VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELLA 75.ma SESSIONE DELL'ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE

    25 settembre 2020
     

     

    Signor Presidente,

    La pace sia con voi!

    Saluto cordialmente lei, signor presidente, e tutte le delegazioni che partecipano a questa significativa settantacinquesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In particolare, estendo i miei saluti al segretario generale, il signor António Guterres, ai Capi di Stato e di Governo partecipanti, e a tutti coloro che stanno seguendo il dibattito generale.

    Il settantacinquesimo anniversario dell’ONU è un’occasione per ribadire il desiderio della Santa Sede che questa organizzazione sia un vero segno e strumento di unità tra gli Stati e di servizio all’intera famiglia umana[1].

    Attualmente il nostro mondo è colpito dalla pandemia di Covid-19, che ha portato alla perdita di molte vite. Questa crisi sta cambiando il nostro stile di vita, sta mettendo in discussione i nostri sistemi economici, sanitari e sociali e sta mostrando la nostra fragilità come creature.

    La pandemia ci chiama, infatti, «a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. [...]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è»[2]. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie.

    Ci troviamo quindi di fronte alla scelta tra uno dei due cammini possibili: uno conduce al rafforzamento del multilateralismo, espressione di una rinnovata corresponsabilità mondiale, di una solidarietà fondata sulla giustizia e sul compimento della pace e l’unità della famiglia umana, progetto di Dio per il mondo; l’altro predilige gli atteggiamenti di autosufficienza, il nazionalismo, il protezionismo, l’individualismo e l’isolamento, escludendo i più poveri, i più vulnerabili, gli abitanti delle periferie esistenziali. E certamente recherà danno alla comunità intera, essendo autolesionismo per tutti. E questo non deve prevalere.

    La pandemia ha messo in evidenza l’urgente necessità di promuovere la salute pubblica e di realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base[3]. Pertanto, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati. E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche.

    La crisi attuale ci ha anche dimostrato che la solidarietà non può essere una parola o una promessa vana. Inoltre, ci mostra l’importanza di evitare la tentazione di superare i nostri limiti naturali. «La libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla e porla al servizio di un altro tipo di progresso più sano, più umano, più sociale, più integrale»[4]. Dovremmo anche tener conto di tutti questi aspetti nei dibattiti sul complesso tema dell’intelligenza artificiale (IA).

    Tenendo presente questo, penso anche agli effetti sul lavoro, settore destabilizzato da un mercato occupazionale sempre più guidato dall’incertezza e dalla «robotizzazione» generalizzata. È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese. L’offerta di lavoro a più persone dovrebbe essere uno dei principali obiettivi di ogni imprenditore, uno dei criteri di successo dell’attività produttiva. Il progresso tecnologico è utile e necessario purché serva a far sì che il lavoro delle persone sia più dignitoso, più sicuro, meno gravoso e spossante.

    E tutto ciò richiede un cambio di rotta, e per questo abbiamo già le risorse e abbiamo i mezzi culturali e tecnologici, e abbiamo la coscienza sociale. Tuttavia, questo cambiamento ha bisogno di un contesto etico più forte, capace di superare «la tanto diffusa e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”»[5].

    All’origine di questa cultura dello scarto c’è una grande mancanza di rispetto per la dignità umana, una promozione ideologica con visioni riduzioniste della persona, una negazione dell’universalità dei suoi diritti fondamentali, e un desiderio di potere e controllo assoluti che domina la società moderna di oggi. Chiamiamolo per nome: anche questo è un attentato contro l’umanità.

    Di fatto, è doloroso vedere quanti diritti fondamentali continuano a essere impunemente violati. L’elenco di queste violazioni è molto lungo e ci rimanda la terribile immagine di un’umanità violata, ferita, priva di dignità, di libertà e di possibilità di sviluppo. In questa immagine, anche i credenti religiosi continuano a subire ogni sorta di persecuzione, compreso il genocidio dovuto alle loro credenze. Tra i credenti religiosi anche noi cristiani siamo vittime: quanti soffrono in tutto il mondo, a volte costretti a fuggire dalle proprie terre ancestrali, isolati dalla loro ricca storia e dalla loro cultura.

    Dobbiamo però anche ammettere che le crisi umanitarie sono diventate lo status quo, dove i diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale non sono garantiti. Di fatto, i conflitti in tutto il mondo mostrano che l’uso di armi esplosive, soprattutto in aree popolate, ha un impatto umanitario drammatico a lungo termine. In tal senso, le armi convenzionali stanno diventando sempre meno «convenzionali» e sempre più «armi di distruzione di massa», abbattendo città, scuole, ospedali, siti religiosi e infrastrutture e servizi di base per la popolazione.

    Per di più, molti si vedono costretti ad abbandonare le loro case. Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. Molti sono vittime della tratta, della schiavitù sessuale o del lavoro forzato, sfruttati in compiti umilianti, senza un salario equo. Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!

    I tanti sforzi internazionali importanti per rispondere a queste crisi iniziano con una grande promessa, tra questi i due Patti Globali sui rifugiati e sulla migrazione, ma molti non hanno il sostegno politico necessario per avere successo. Altri falliscono perché i singoli Stati eludono le loro responsabilità e i loro impegni. Ciononostante, la crisi attuale è un’opportunità: è un’opportunità per l’ONU, è un’opportunità per generare una società più fraterna e compassionevole.

    Ciò include il riconsiderare il ruolo delle istituzioni economiche e finanziarie, come quelle di Bretton-Woods, che devono rispondere al rapido aumento delle disuguaglianze tra i super ricchi e i permanentemente poveri. Un modello economico che promuova la sussidiarietà, sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali, fornirà la base per il successo economico stesso e, al contempo, per il rinnovamento della comunità e della nazione in generale. E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze [...] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6].

    La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche. «Quando gli organismi multilaterali di credito forniscono consulenza alle diverse nazioni, risulta importante tener presenti i concetti elevati della giustizia fiscale, i bilanci pubblici responsabili del loro indebitamento e, soprattutto, una promozione effettiva, e che li renda protagonisti, dei più poveri nella trama sociale»[7]. Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate[8].

    «Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].

    Signor Presidente,

    Ricordo l’occasione che ho avuto cinque anni fa di rivolgermi all’Assemblea Generale nel suo settantesimo anniversario. La mia visita ha avuto luogo in un periodo di un multilateralismo veramente dinamico, un momento promettente e di grande speranza, immediatamente prima dell’adozione dell’Agenda 2030. Pochi mesi dopo, è stato anche firmato l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

    Tuttavia, dobbiamo onestamente ammettere che, sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, la scarsa capacità della comunità internazionale a mantenere le promesse fatte cinque anni fa mi porta a ribadire che «dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella lotta contro tutti questi flagelli»[11].

    Penso anche alla pericolosa situazione nell’Amazzonia e alle sue popolazioni indigene. Questo ci ricorda che la crisi ambientale è indissolubilmente legata a una crisi sociale e che la cura dell’ambiente esige un approccio integrale per combattere la povertà e l’esclusione[12].

    Certamente è un passo positivo che la sensibilità ecologica integrale e il desiderio di azione sia cresciuti. «Non dobbiamo porre sulle prossime generazioni il fardello di farsi carico dei problemi causati da quelle precedenti. [...] dobbiamo domandarci seriamente se c’è la volontà politica di destinare con onestà, responsabilità e coraggio più risorse umane, finanziarie e tecnologiche per mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico, nonché per aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili che ne sono maggiormente colpite»[13].

    La Santa Sede continuerà a svolgere il suo ruolo. Come segno concreto della cura della nostra casa comune, di recente ho ratificato l’Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal[14].

    Signor Presidente,

    Non possiamo ignorare le conseguenze devastanti della crisi del Covid-19 sui bambini, compresi i minori migranti e rifugiati non accompagnati. Anche la violenza contro i bambini, includendo l’orribile flagello dell’abuso infantile e la pornografia, è drammaticamente aumentata.

    Inoltre, milioni di bambini non possono tornare a scuola. In molte parti del mondo questa situazione minaccia un incremento del lavoro minorile, lo sfruttamento, gli abusi e la malnutrizione. Purtroppo, i paesi e le istituzioni internazionali stanno anche promuovendo l’aborto come uno dei cosiddetti «servizi essenziali» nella risposta umanitaria. È triste vedere quanto sia diventato semplice e conveniente, per alcuni, negare l’esistenza di vita come soluzione a problemi che possono e devono essere risolti sia per la madre sia per il bambino non nato.

    Imploro pertanto le autorità civili affinché prestino particolare attenzione ai bambini a cui vengono negati i loro diritti e la loro dignità fondamentali, in particolare il loro diritto alla vita e all’educazione. Non posso fare a meno di ricordare l’appello della giovane coraggiosa Malala Yousafzai, che cinque anni fa nell’Assemblea Generale ci ha ricordato che «un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

    I primi educatori del bambino sono sua madre e suo padre, la famiglia che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani descrive come «il nucleo naturale e fondamentale della società»[15]. Troppo spesso la famiglia è vittima di colonialismi ideologici che la rendono vulnerabile e finiscono col provocare in molti dei suoi membri, specialmente nei più indifesi — bambini e anziani — un senso di sradicamento e di orfanità. La disintegrazione della famiglia riecheggia nella frammentazione sociale che impedisce l’impegno per affrontare nemici comuni. È tempo di rivedere e d’impegnarci nuovamente con i nostri obiettivi.

    E uno di questi obiettivi è la promozione della donna. Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario della Conferenza di Pechino sulla Donna. A tutti i livelli della società le donne svolgono un ruolo importante, con il loro contributo unico, prendendo le redini con grande coraggio al servizio del bene comune. Tuttavia, molte donne rimangono indietro: vittime della schiavitù, della tratta, della violenza e dello sfruttamento e di trattamenti umilianti. A loro e a quelle che vivono lontano dalle loro famiglie esprimo la mia vicinanza fraterna, e al tempo stesso richiedo maggiore determinazione e impegno nella lotta contro queste pratiche perverse che denigrano non solo le donne, ma tutta l’umanità che, con il suo silenzio e la mancanza di azioni concrete, diventa complice.

    Signor Presidente,

    Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale.

    È necessario spezzare il clima di sfiducia esistente. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo che risulta ancora più grave alla luce della crescita di nuove forme di tecnologia militare[16], come sono i sistemi letali di armi autonome (LAWS), che stanno alterando in modo irreversibile la natura della guerra, separandola ancor di più dall’azione umana.

    Dobbiamo smantellare le logiche perverse che attribuiscono al possesso di armi la sicurezza personale e sociale. Tali logiche servono solo ad aumentare i profitti dell’industria bellica, alimentando un clima di sfiducia e di paura tra le persone e i popoli.

    E in particolare, la «deterrenza nucleare» fomenta uno spirito di paura basata sulla minaccia di un reciproco annientamento, che finisce coll’avvelenare le relazioni tra i popoli e ostacolare il dialogo[17]. Perciò è tanto importante appoggiare i principali strumenti giuridici internazionali di disarmo nucleare, non proliferazione e messa al bando. La Santa Sede auspica che la prossima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) si traduca in azioni concrete conformi alla nostra intenzione congiunta «di porre termine, il più presto possibile, alla corsa agli armamenti nucleari e di prendere misure efficaci sulla via del disarmo nucleare»[18].

    Inoltre, il nostro mondo in conflitto ha bisogno che l’ONU diventi un laboratorio per la pace sempre più efficace, il che richiede che i membri del Consiglio di Sicurezza, soprattutto quelli Permanenti, agiscano con maggiore unità e determinazione. A tale proposito, la recente adozione del cessate il fuoco globale durante la crisi attuale, è una misura molto nobile, che richiede la buona volontà di tutti per la sua applicazione costante. E ribadisco anche l’importanza di ridurre le sanzioni internazionali che rendono difficile agli Stati fornire un sostegno adeguato alle loro popolazioni. 

    Signor Presidente,

    Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati. Questa crisi sottolinea ulteriormente i limiti della nostra autosufficienza e comune fragilità e ci induce a dichiarare esplicitamente come vogliamo uscirne: migliori o peggiori. Perché, ripeto, da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o ne usciamo peggiori.

    La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro. Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo.

    E che Dio ci benedica tutti!

    Grazie signor Presidente.

     


    [1] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015, Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 18 aprile 2008.

    [2] Meditazione durante il momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia, 27 marzo 2020.

    [3] Cfr. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 25.1.

    [4] Lettera Enciclica Laudato si’, n.112.

    [5] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015.

    [6] Messaggio Urbi et Orbi,12 aprile 2020.

    [7] Discorso ai partecipanti al seminario «Nuove forme di solidarietà», 5 febbraio 2020.

    [8] Cfr. Ibid.

    [9] Ibid.

    [10] Cfr. Ibid.

    [11] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015.

    [12] Cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 139.

    [13] Messaggio ai partecipanti alXXV sessione della Conferenza degli Stati Parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico,1° dicembre 2019.

    [14] Cfr. Messaggio alla XXXI Riunione delle Parti al Protocollo di Montreal, 7 novembre 2019.

    [15] Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 16.3.

    [16] Cfr. Discorso sulle armi nucleari, Parco dell’epicentro della bomba atomica, Nagasaki, 24 novembre 2019

    [17] Cfr. ibid.

    [18] Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari,preambolo.

     


    L'Osservatore Romano, edizione quotidiana, 27 settembre 2020

     

     
  4. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Cortile San Damaso
    Mercoledì, 23 settembre 2020

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    Catechesi “Guarire il mondo”: 8. Sussidiarietà e virtù della speranza

    Cari fratelli e sorelle, sembra che il tempo non è tanto buono, ma vi dico buongiorno lo stesso!

    Per uscire migliori da una crisi come quella attuale, che è una crisi sanitaria e al tempo stesso una crisi sociale, politica ed economica, ognuno di noi è chiamato ad assumersi la sua parte di responsabilità cioè condividere le responsabilità. Dobbiamo rispondere non solo come persone singole, ma anche a partire dal nostro gruppo di appartenenza, dal ruolo che abbiamo nella società, dai nostri principi e, se siamo credenti, dalla fede in Dio. Spesso, però, molte persone non possono partecipare alla ricostruzione del bene comune perché sono emarginate, sono escluse o ignorate; certi gruppi sociali non riescono a contribuirvi perché soffocati economicamente o politicamente. In alcune società, tante persone non sono libere di esprimere la propria fede e i propri valori, le proprie idee: se le esprimono vanno in carcere. Altrove, specialmente nel mondo occidentale, molti auto-reprimono le proprie convinzioni etiche o religiose. Ma così non si può uscire dalla crisi, o comunque non si può uscirne migliori. Usciremo in peggio.

    Affinché tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli, è giusto che ognuno abbia le risorse adeguate per farlo (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa [CDSC], 186). Dopo la grande depressione economica del 1929, Papa Pio XI spiegò quanto fosse importante per una vera ricostruzione il principio di sussidiarietà (cfr Enc. Quadragesimo anno, 79-80). Tale principio ha un doppio dinamismo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Forse non capiamo cosa significa questo, ma è un principio sociale che ci fa più uniti.

    Da un lato, e soprattutto in tempi di cambiamento, quando i singoli individui, le famiglie, le piccole associazioni o le comunità locali non sono in grado di raggiungere gli obiettivi primari, allora è giusto che intervengano i livelli più alti del corpo sociale, come lo Stato, per fornire le risorse necessarie ad andare avanti. Ad esempio, a causa del lockdown per il coronavirus, molte persone, famiglie e attività economiche si sono trovate e ancora si trovano in grave difficoltà, perciò le istituzioni pubbliche cercano di aiutare con appropriati interventi sociali, economici, sanitari: questa è la loro funzione, quello che devono fare.

    Dall’altro lato, però, i vertici della società devono rispettare e promuovere i livelli intermedi o minori. Infatti, il contributo degli individui, delle famiglie, delle associazioni, delle imprese, di tutti i corpi intermedi e anche delle Chiese è decisivo. Questi, con le proprie risorse culturali, religiose, economiche o di partecipazione civica, rivitalizzano e rafforzano il corpo sociale (cfr CDSC, 185). Cioè, c’è una collaborazione dall’alto in basso, dallo Stato centrale al popolo e dal basso in alto: delle formazioni del popolo in alto. E questo è proprio l’esercizio del principio di sussidiarietà.

    Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte. Quando si attiva qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente determinati gruppi sociali, questi non possono essere lasciati fuori dalla partecipazione. Per esempio: “Cosa fai tu? - Io vado a lavorare per i pover i – Bello, e cosa fai? – Io insegno ai poveri, io dico ai poveri quello che devono fare – No, questo non va, il primo passo è lasciare che i poveri dicano a te come vivono, di cosa hanno bisogno: Bisogna lasciar parlare tutti! E così funziona il principio di sussidiarietà. Non possiamo lasciare fuori della partecipazione questa gente; la loro saggezza, la saggezza dei gruppi più umili non può essere messa da parte (cfr Esort. ap. postsin Querida Amazonia [QA], 32; Enc. Laudato si’, 63). Purtroppo, questa ingiustizia si verifica spesso là dove si concentrano grandi interessi economici o geopolitici, come ad esempio certe attività estrattive in alcune zone del pianeta (cfr QA, 9.14). Le voci dei popoli indigeni, le loro culture e visioni del mondo non vengono prese in considerazione. Oggi, questa mancanza di rispetto del principio di sussidiarietà si è diffusa come un virus. Pensiamo alle grandi misure di aiuti finanziari attuate dagli Stati. Si ascoltano di più le grandi compagnie finanziarie anziché la gente o coloro che muovono l’economia reale. Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali. Volendo dire ciò con il linguaggio della gente comune: si ascoltano più i potenti che i deboli e questo non è il cammino, non è il cammino umano, non è il cammino che ci ha insegnato Gesù, non è attuare il principio di sussidiarietà. Così non permettiamo alle persone di essere «protagoniste del proprio riscatto».[1] Nell’inconscio collettivo di alcuni politici o di alcuni sindacalisti c’è questo motto: tutto per il popolo, niente con il popolo. Dall’alto in basso ma senza ascoltare la saggezza del popolo, senza far attuare questa saggezza nel risolvere dei problemi, in questo caso nell’uscire dalla crisi. O pensiamo anche al modo di curare il virus: si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è una strada buona. Tutti vanno ascoltati, quelli che sono in alto e quelli che sono in basso, tutti.

    Per uscire migliori da una crisi, il principio di sussidiarietà dev’essere attuato, rispettando l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi. Tutte le parti di un corpo sono necessarie e, come dice San Paolo, quelle parti che potrebbero sembrare più deboli e meno importanti, in realtà sono le più necessarie (cfr 1 Cor 12,22). Alla luce di questa immagine, possiamo dire che il principio di sussidiarietà consente ad ognuno di assumere il proprio ruolo per la cura e il destino della società. Attuarlo, attuare il principio di sussidiarietà dà speranza, dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti. [2] O insieme o non funziona. O lavoriamo insieme per uscire dalla crisi, a tutti i livelli della società, o non ne usciremo mai. Uscire dalla crisi non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali perché sembrino un po’ più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare, e il vero cambiamento lo fanno tutti, tutte le persone che formano il popolo. Tutte le professioni, tutti. E tutti insieme, tutti in comunità. Se non lo fanno tutti il risultato sarà negativo.

    In una catechesi precedente abbiamo visto come la solidarietà è la via per uscire dalla crisi: ci unisce e ci permette di trovare proposte solide per un mondo più sano. Ma questo cammino di solidarietà ha bisogno della sussidiarietà. Qualcuno potrà dirmi: “Ma padre oggi sta parlando con parole difficili!”. Ma per questo cerco di spiegare cosa significa. Solidali, perché andiamo sulla strada della sussidiarietà. Infatti, non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale, senza il contributo dei corpi intermedi: delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle piccole imprese, delle espressioni della società civile. Tutti devono contribuire, tutti. Tale partecipazione aiuta a prevenire e correggere certi aspetti negativi della globalizzazione e dell’azione degli Stati, come accade anche nella cura della gente colpita dalla pandemia. Questi contributi “dal basso” vanno incentivati. Ma quanto è bello vedere il lavoro dei volontari nella crisi. I volontari che vengono da tutte le parti sociali, volontari che vengono dalle famiglie più benestanti e che vengono dalle famiglie più povere. Ma tutti, tutti insieme per uscire. Questo è solidarietà e questo è principio di sussidiarietà.

    Durante il lockdown è nato spontaneo il gesto dell’applauso per i medici e gli infermieri e le infermiere come segno di incoraggiamento e di speranza. Tanti hanno rischiato la vita e tanti hanno dato la vita. Estendiamo questo applauso ad ogni membro del corpo sociale, a tutti, a ognuno, per il suo prezioso contributo, per quanto piccolo. “Ma cosa potrà fare quello di là?. – Ascoltalo, dagli spazio per lavorare, consultalo”. Applaudiamo gli “scartati”, quelli che questa cultura qualifica “scartati”, questa cultura dello scarto, cioè applaudiamo gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, applaudiamo i lavoratori, tutti quelli che si mettono al servizio. Tutti collaborano per uscire dalla crisi. Ma non fermiamoci solo all’applauso! La speranza è audace, e allora incoraggiamoci a sognare in grande. Fratelli e sorelle, impariamo a sognare in grande! Non abbiamo paura di sognare in grande, cercando gli ideali di giustizia e di amore sociale che nascono dalla speranza. Non proviamo a ricostruire il passato, il passato è passato, ci aspettano cose nuove. Il Signore ha promesso: “Io farò nuove tutte le cose”. Incoraggiamoci a sognare in grande cercando questi ideali, non proviamo a ricostruire il passato, soprattutto quello che era iniquo e già malato, che ho nominato già come ingiustizie. Costruiamo un futuro dove la dimensione locale e quella globale si arricchiscano mutualmente, - ognuno può dare il suo, ognuno deve dare del suo, la sua cultura, la sua filosofia, il suo modo di pensare -, dove la bellezza e la ricchezza dei gruppi minori anche dei gruppi scartati possa fiorire perché pure lì c’è bellezza, e dove chi ha di più si impegni a servire e a dare di più a chi ha di meno.

     


    [1] Messaggio per la 106.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 (13 maggio 2020).

    [2] Cfr Discorso ai giovani del Centro Culturale Padre Félix Varela, L’Avana – Cuba, 20 settembre 2015.

     


    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française. Nous sommes tous membres d’un seul corps, et toutes les parties d’un corps sont nécessaires, nous dit saint Paul ! Pour sortir meilleurs de la crise actuelle, je vous invite à prendre votre part de responsabilité, même si elle est petite, pour reconstruire un monde plus juste et plus fraternel. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese. Apparteniamo tutti ad un unico “corpo” e tutte le membra di un corpo sono necessarie, ci dice San Paolo! Per uscire meglio dalla crisi attuale, vi invito ad assumervi la vostra parte di responsabilità, anche se piccola, per costruire un mondo più giusto e più fraterno. Dio vi benedica!]

    I cordially greet the English-speaking faithful. As summer draws to a close, I hope that these days of rest will bring peace and serenity to all. Upon you and your families I invoke the joy of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua inglese. Mentre l’estate volge al termine, auguro che questi giorni di riposo portino a tutti pace e serenità. Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia del Signore Gesù Cristo. Dio vi benedica!]

    Herzlich heiße ich die Brüder und Schwestern deutscher Sprache willkommen. Der Herr lädt uns ein, mit den Gaben, die er uns geschenkt hat, zum Wohl der Gesellschaft beizutragen. Im Vertrauen auf seine Hilfe wollen wir gemeinsam eine Zukunft voller Hoffnung, Gerechtigkeit und Frieden aufbauen. Der Heilige Geist begleite uns alle mit seiner Kraft.

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai fratelli e alle sorelle di lingua tedesca. Il Signore ci invita a contribuire con i doni che ci ha dato al bene della società. Confidando nel suo aiuto vogliamo costruire insieme un futuro pieno di speranza, giustizia e pace. Lo Spirito Santo ci accompagni sempre con la sua forza.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. ¡Son tantos hoy! En estos días se han cumplido cinco años de mi viaje apostólico a Cuba. Saludo a mis hermanos Obispos y a todos los hijos e hijas de esa amada tierra. Les aseguro mi cercanía y mi oración. Pido al Señor, por intercesión de Nuestra Señora de la Caridad del Cobre, que los libre y alivie en estos momentos de dificultad que atraviesan a causa de la pandemia. Y a todos, que el Señor nos conceda construir juntos, como familia humana, un futuro de esperanza, en el que la dimensión local y la dimensión global se enriquezcan mutuamente, florezca la belleza y se construya un presente de justicia donde todos se comprometan a servir y a compartir. Que Dios los bendiga a todos.

    Saúdo cordialmente os peregrinos e ouvintes de língua portuguesa e animo-vos a procurar sempre o olhar de Nossa Senhora que conforta todos aqueles que estão na provação e mantém aberto o horizonte da esperança. Enquanto vos entrego, vós e as vossas famílias, à sua proteção, invoco sobre todos a Bênção de Deus.

    [Saluto cordialmente i pellegrini e ascoltatori di lingua portoghese e vi incoraggio a cercare sempre lo sguardo della Madonna che conforta quanti sono nella prova e tiene aperto l’orizzonte della speranza. Nell’affidare voi e le vostre famiglie alla sua protezione, invoco su tutti la Benedizione di Dio.]

    أحيّي المؤمنين الناطقينَ باللغةِ العربية. في وسطِ الصعوباتِ التي يعيشُها عالمُ اليوم، تبقى كلمةُ اللهِ الملاذَ الآمنَ الوحيد، والهادية، وينبوعَ القوةِ اللازمة، لمواجهةِ تحدياتِ الحياة ِبرجاءٍ حقيقي، وللمساهمةِ في بناءِ البيتِ المشترك. فالمسيحي مدعوٌّ إذن إلى الحياةِ لا إلى اليأس، لأنّ الكلمةَ الأخيرةَ هي للهِ لا للبشر. ليباركْكُم الرّبُّ جميعًا ويحرسْكُم دائمًا من كلِّ شر.

    [Saluto i fedeli di lingua araba. In mezzo alle difficoltà in cui vive il mondo di oggi, la parola di Dio rimane l’unico approdo sicuro, la guida e la fonte del vigore necessario, per affrontare, con autentica speranza, le sfide della vita e per contribuire alla costruzione della casa comune. Il cristiano è pertanto chiamato alla vita, non alla disperazione, perché l’ultima parola è quella di Dio, non quella degli uomini. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male!]

    Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków. Jest ich tu wielu! Za chwilę pobłogosławię dzwon, noszący imię “Głos Nienarodzonych”, wykonany przez Fundację “Życiu Tak”. Będzie on towarzyszył wydarzeniom mającym na celu prypominanie o wartości życia ludzkiego od poczęcia do naturalnej śmierci. Niech jego głos budzi sumienia stanowiących prawo i wszystkich ludzi dobrej woli w Polsce i na świecie. Niech Bóg, jedyny i prawdziwy Dawca życia błogosławi Wam i Waszym rodzinom.

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Sono tanti qui! Tra poco benedirò una campana che si chiama “La Voce dei non Nati”, commissionata dalla Fondazione “Sì alla Vita”. Essa accompagnerà gli eventi volti a ricordare il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. La sua voce risvegli le coscienze dei legislatori e di tutti gli uomini di buona volontà in Polonia e nel mondo. Il Signore, unico e vero Donatore della vita benedica voi e le vostre famiglie.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. Tutti incoraggio a progettare il proprio futuro come un generoso servizio a Dio e al prossimo.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La testimonianza di fede e di carità che animò san Pio da Pietrelcina, di cui oggi facciamo memoria, sia per ciascuno un invito a confidare sempre nella bontà di Dio, accostandosi con fiducia al Sacramento della Riconciliazione, di cui il Santo del Gargano, instancabile dispensatore della misericordia divina, fu assiduo e fedele ministro.

     

  5. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PICCOLI OSPITI DEL
    “AUTISMUSZENTRUM SONNENSCHEIN ST. PÖLTEN” (AUSTRIA)

    Sala Clementina
    Lunedì, 21 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari bambini, cari genitori,
    Eccellenze, Signore e Signori!

    Vi do il benvenuto qui in Vaticano. Sono felice di vedere le vostre facce, e leggo nei vostri occhi che anche voi siete contenti di stare un po’ con me.

    La vostra casa si chiama “Sonnenschein”, cioè “lo splendore del sole”. Posso immaginare perché i responsabili hanno scelto questo nome. Perché la vostra casa sembra un magnifico prato fiorito nello splendore del sole, e i fiori di questa Casa siete proprio voi! Dio ha creato il mondo con una grande varietà di fiori di tutti colori. Ogni fiore ha la sua bellezza, che è unica. Anche ognuno di noi è bello agli occhi di Dio, e Lui ci vuol bene. Questo ci fa sentire il bisogno di dire a Dio: grazie! Grazie per il dono della vita, grazie per tutte le creature! Grazie per mamma e papà! Grazie per le nostre famiglie! E grazie anche per gli amici del Centro “Sonnenschein”!

    Questo dire “grazie” a Dio è una bella preghiera. A Dio piace questo modo di pregare. Poi potete aggiungere anche una piccola domanda. Per esempio: Buon Gesù, potresti aiutare mamma e papà nel loro lavoro? Potresti dare un po’ di conforto alla nonna che è malata? Potresti provvedere ai bambini di tutto il mondo che non hanno da mangiare? Oppure: Gesù, ti prego di aiutare il Papa a guidare bene la Chiesa. Se voi domandate con fede, il Signore certamente vi ascolta.

    Infine, esprimo la mia riconoscenza ai vostri genitori, agli accompagnatori, alla Signora Presidente della Regione e a tutti i presenti. Grazie per questa bella iniziativa e per l’impegno a favore ai piccoli a voi affidati. Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi piccoli, l’avete fatto a Gesù!

    Vi ricordo nella mia preghiera. Gesù vi benedica sempre e la Madonna vi protegga.

    Und bitte vergesst nicht, für mich zu beten. Diese Arbeit ist nicht einfach. Betet für mich bitte. Danke schön!

  6. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 20 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    L’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) narra la parabola dei lavoratori chiamati a giornata dal padrone della vigna. Attraverso questo racconto, Gesù ci mostra il sorprendente modo di agire di Dio, rappresentato da due atteggiamenti del padrone: la chiamata e la ricompensa.

    Prima di tutto la chiamata. Per cinque volte il padrone di una vigna esce in piazza e chiama a lavorare per lui: alle sei, alle nove, alle dodici, alle tre e alle cinque del pomeriggio. È toccante l’immagine di questo padrone che esce a più riprese sulla piazza a cercare lavoratori per la sua vigna. Quel padrone rappresenta Dio che chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora. Dio agisce così anche oggi: continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitare a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare. Egli non sta rinchiuso nel suo mondo, ma “esce”: Dio sempre è in uscita, cercando noi; non è rinchiuso: Dio esce. Esce continuamente alla ricerca delle persone, perché vuole che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore.

    Anche le nostre comunità sono chiamate ad uscire dai vari tipi di “confini” che ci possono essere, per offrire a tutti la parola di salvezza che Gesù è venuto a portare. Si tratta di aprirsi ad orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo. La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita; e quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa. E perché queste malattie nella Chiesa? Perché non è in uscita. E’ vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura. Dio esce sempre, perché è Padre, perché ama. La Chiesa deve fare lo stesso: sempre in uscita.

    Il secondo atteggiamento del padrone, che rappresenta quello di Dio, è il suo modo di ricompensare i lavoratori. Come paga, Dio? Il padrone si accorda per «un denaro» (v. 2) con i primi operai assunti al mattino. A coloro che si aggiungono in seguito invece dice: «Quello che è giusto ve lo darò» (v. 4). Al termine della giornata, il padrone della vigna ordina di dare a tutti la stessa paga, cioè un denaro. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino sono sdegnati e si lamentano contro il padrone, ma lui insiste: vuole dare il massimo della ricompensa a tutti, anche a quelli che sono arrivati per ultimi (vv. 8-15). Sempre Dio paga il massimo: non rimane a metà pagamento. Paga tutto. E qui si capisce che Gesù non sta parlando del lavoro e del giusto salario, che è un altro problema, ma del Regno di Dio e della bontà del Padre celeste che esce continuamente a invitare e paga il massimo a tutti.

    Infatti, Dio si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità, guarda alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio. Il suo agire è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella Grazia. Tutto è Grazia. La nostra salvezza è Grazia. La nostra santità è Grazia. Donandoci la Grazia, Egli ci elargisce più di quanto noi meritiamo. E allora, chi ragiona con la logica umana, cioè quella dei meriti acquistati con la propria bravura, da primo si trova ultimo. “Ma, io ho lavorato tanto, ho fatto tanto nella Chiesa, ho aiutato tanto, e mi pagano lo stesso di questo che è arrivato per ultimo”. Ricordiamo chi è stato il primo santo canonizzato nella Chiesa: il Buon Ladrone. Ha “rubato” il Cielo all’ultimo momento della sua vita: questo è Grazia, così è Dio. Anche con tutti noi. Invece, chi cerca di pensare ai propri meriti, fallisce; chi si affida con umiltà alla misericordia del Padre, da ultimo – come il Buon Ladrone – si trova primo (cfr v. 16).

    Maria Santissima ci aiuti a sentire ogni giorno la gioia e lo stupore di essere chiamati da Dio a lavorare per Lui, nel suo campo che è il mondo, nella sua vigna che è la Chiesa. E di avere come unica ricompensa il suo amore, l’amicizia con Gesù.


    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    secondo i programmi fatti prima della pandemia, nei giorni scorsi avrebbe dovuto svolgersi il Congresso Eucaristico Internazionale a Budapest. Per questo desidero rivolgere il mio saluto ai Pastori e ai fedeli dell’Ungheria e a tutti coloro che aspettavano con fede e con gioia questo evento ecclesiale. Il Congresso è stato rinviato all’anno prossimo, dal 5 al 12 settembre, sempre a Budapest. Proseguiamo, spiritualmente uniti, il cammino di preparazione, trovando nell’Eucaristia la fonte della vita e della missione della Chiesa.

    Oggi in Italia ricorre la Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Incoraggio a sostenere questa importante istituzione culturale, chiamata a dare continuità e nuovo vigore ad un progetto che ha saputo aprire la porta del futuro a molte generazioni di giovani. E’ quanto mai importante che le nuove generazioni siano formate alla cura della dignità umana e della casa comune.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli.

    A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

     
  7. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE "BANCO FARMACEUTICO"

    Aula Paolo VI
    Sabato, 19 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Vi do il benvenuto. Ringrazio il Presidente della Fondazione Banco Farmaceutico per le cordiali parole che mi ha rivolto. Come ha ricordato, in questo anno ricorre il ventesimo anniversario della nascita del Banco Farmaceutico: tanti auguri! Da quella intuizione iniziale, tanta strada è stata fatta. Oltre ad essere presenti in Italia, operate anche in altre nazioni.

    Chi vive nella povertà, è povero di tutto, anche di farmaci, e quindi la sua salute è più vulnerabile. A volte si corre il rischio di non potersi curare per mancanza di soldi, oppure perché alcune popolazioni del mondo non hanno accesso a certi farmaci. C’è anche una “marginalità farmaceutica”, e questo dobbiamo dirlo. Questo crea un ulteriore divario tra le nazioni e tra i popoli. Sul piano etico, se c’è la possibilità di curare una malattia con un farmaco, questo dovrebbe essere disponibile per tutti, altrimenti si crea un’ingiustizia. Troppe persone, troppi bambini muoiono ancora nel mondo perché non possono avere quel farmaco che in altre regioni è disponibile, o quel vaccino. Conosciamo il pericolo della globalizzazione dell’indifferenza. Vi propongo invece di globalizzare la cura, cioè la possibilità di accesso a quei farmaci che potrebbero salvare tante vite per tutte le popolazioni. E per fare questo c’è bisogno di uno sforzo comune, di una convergenza che coinvolga tutti. E voi siete l’esempio di questo sforzo comune.

    Auspico che la ricerca scientifica possa progredire per cercare sempre nuove soluzioni a problemi vecchi e nuovi. Il lavoro di tanti ricercatori è prezioso e rappresenta un magnifico esempio di come lo studio e l’intelligenza umani siano capaci di far crescere, per quanto possibile, nuovi percorsi di guarigione e di cura.

    Le aziende farmaceutiche, sostenendo la ricerca e orientando la produzione, generosamente possono concorrere ad una più equa distribuzione dei farmaci.

    I farmacisti sono chiamati a svolgere un servizio di cura in prossimità alle persone più bisognose, e in scienza e coscienza operano per il bene integrale di quelli che a loro si rivolgono.

    Anche i governanti, attraverso le scelte legislative e finanziarie, sono chiamati a costruire un mondo più giusto, in cui i poveri non vengano abbandonati o, peggio ancora, scartati.

    La recente esperienza della pandemia, oltre a una grande emergenza sanitaria in cui sono già morte quasi un milione di persone, si sta tramutando in una grave crisi economica, che genera ancora poveri e famiglie che non sanno come andare avanti. Mentre si opera l’assistenza caritativa, si tratta di combattere anche questa povertà farmaceutica, in particolare con un’ampia diffusione nel mondo dei nuovi vaccini. Ripeto che sarebbe triste se nel fornire il vaccino si desse la priorità ai più ricchi, o se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione, e non fosse più per tutti. Dovrà essere universale, per tutti.

    Cari amici, vi ringrazio molto per il servizio che svolgete a favore dei più deboli. Grazie di quello che fate. La Giornata di Raccolta del Farmaco è un esempio importante di come la generosità e la condivisione dei beni possono migliorare la nostra società e testimoniare quell’amore nella prossimità che ci viene richiesto dal Vangelo (cfr Gv 13,34). Benedico tutti voi qui presenti, le vostre famiglie. Benedico e chiedo a Dio di benedire tutti voi che, come ha detto il presidente, siete di diverse religioni. Ma Dio è Padre di tutti e io chiedo: Dio, benedica tutti voi, le vostre famiglie, il vostro lavoro, la vostra generosità. E, poiché i preti sempre chiedono, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

     

  8. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    ALLA REDAZIONE DEL SETTIMANALE "TERTIO" (BELGIO)

    Sala Clementina
    Venerdì, 18 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

    Sono lieto di incontrare voi, collaboratori del Settimanale cristiano “Tertio”, che festeggia il suo ventennale. Vi auguro un proficuo pellegrinaggio a Roma e mi congratulo per tutto ciò che fate nel campo dell’informazione e della comunicazione. Ringrazio Monsignor Smet e il Signor Van Lierde per le loro parole di introduzione.

    Nella società in cui viviamo, l’informazione fa parte integrante del nostro quotidiano. Quando è di qualità, essa ci permette di comprendere meglio i problemi e le sfide che il mondo è chiamato ad affrontare, e ispira i comportamenti individuali, familiari e sociali. In particolare, è molto importante la presenza di media cristiani specializzati nell’informazione di qualità sulla vita della Chiesa nel mondo, capace di contribuire a una formazione delle coscienze.

    Del resto, il nome stesso del vostro settimanale, “Tertio”, fa riferimento alla Lettera apostolica di San Giovanni Paolo II Tertio millennio adveniente, in vista del grande Giubileo dell’anno 2000, per preparare i cuori ad accogliere Cristo e il suo messaggio liberatore. Tale riferimento, dunque, è non solo un richiamo alla speranza, ma mira altresì a far sentire la voce della Chiesa e quella degli intellettuali cristiani in uno scenario mediatico sempre più secolarizzato, al fine di arricchirlo con riflessioni costruttive. Cercando una visione positiva delle persone e dei fatti, respingendo i pregiudizi, si tratta di favorire una cultura dell’incontro attraverso la quale è possibile conoscere la realtà con uno sguardo fiducioso.

    Notevole è anche il contributo dei media cristiani per far crescere nelle comunità cristiane un nuovo stile di vita, libero da ogni forma di preconcetto e di esclusione. In effetti – lo sappiamo – «le chiacchiere chiudono il cuore alla comunità, chiudono l’unità della Chiesa. Il grande chiacchierone è il diavolo, che va sempre dicendo cose brutte degli altri, perché lui è il bugiardo che cerca di disunire la Chiesa, di allontanare i fratelli e non fare comunità» (Angelus, 6 settembre 2020).

    La comunicazione è una missione importante per la Chiesa. I cristiani impegnati in questo ambito sono chiamati a mettere in atto in modo molto concreto l’invito del Signore ad andare nel mondo e proclamare il Vangelo (cfr Mc 16,15). Per la sua alta coscienza professionale, il giornalista cristiano è tenuto ad offrire una testimonianza nuova nel mondo della comunicazione senza nascondere la verità, né manipolare l’informazione. Infatti, «nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri» (Messaggio per la 54.ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2020). Voi siete protagonisti di questa “narrazione”.

    Il professionista cristiano dell’informazione deve dunque essere un portavoce di speranza, un portavoce di fiducia nel futuro. Perché solamente quando il futuro è accolto come realtà positiva e possibile, anche il presente diventa vivibile. Queste riflessioni possono anche aiutarci, specialmente oggi, ad alimentare la speranza nella situazione di pandemia che il mondo sta attraversando. Voi siete seminatori di questa speranza in un domani migliore. Nel contesto di questa crisi, è importante che i mezzi di comunicazione sociale contribuiscano a far sì che le persone non si ammalino di solitudine e possano ricevere una parola di conforto.

    Cari amici, vi rinnovo il mio incoraggiamento per il vostro impegno e ringrazio Dio per la vostra testimonianza nel corso di questi vent’anni, che hanno permesso al vostro Settimanale di farsi una buona reputazione. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, «a voi, che operate nel campo della cultura e della comunicazione, la Chiesa guarda con fiducia e con attesa, perché […] siete chiamati a leggere e interpretare il tempo presente e a individuare le strade per una comunicazione del Vangelo secondo i linguaggi e la sensibilità dell’uomo contemporaneo» (Discorso ai partecipanti al Convegno per gli operatori della comunicazione e della cultura promosso dalla C.E.I., 9 novembre 2002).

    Affido alla protezione della Vergine Santa il vostro lavoro al servizio dell’incontro tra le persone e le società. Ella rivolga il suo sguardo verso ciascuno e ciascuna di voi e vi aiuti ad essere fedeli discepoli del suo Figlio nella vostra professione. Benedico tutti i collaboratori di “Tertio”, i famigliari, come pure i lettori del giornale. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

     

  9. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Cortile San Damaso
    Mercoledì, 16 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Catechesi “Guarire il mondo”: 7. Cura della casa comune e atteggiamento contemplativo

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Per uscire da una pandemia, occorre curarsi e curarci a vicenda. E bisogna sostenere chi si prende cura dei più deboli, dei malati e degli anziani. C’è l’abitudine di lasciare da parte gli anziani, di abbandonarli: è brutto, questo. Queste persone – ben definite dal termine spagnolo “cuidadores”, coloro che si prendono cura degli ammalati – svolgono un ruolo essenziale nella società di oggi, anche se spesso non ricevono il riconoscimento e la rimunerazione che meritano. Il prendersi cura è una regola d’oro del nostro essere umani, e porta con sé salute e speranza (cfr Enc. Laudato si’ [LS], 70). Prendersi cura di chi è ammalato, di chi ha bisogno, di chi è lasciato da parte: questa è una ricchezza umana e anche cristiana.

    Questa cura, dobbiamo rivolgerla anche alla nostra casa comune: alla terra e ad ogni creatura. Tutte le forme di vita sono interconnesse (cfr ibid., 137-138), e la nostra salute dipende da quella degli ecosistemi che Dio ha creato e di cui ci ha incaricato di prenderci cura (cfr Gen 2,15). Abusarne, invece, è un peccato grave che danneggia, che fa male e che fa ammalare (cfr LS, 8; 66). Il migliore antidoto contro questo uso improprio della nostra casa comune è la contemplazione (cfr ibid., 85; 214). Ma come mai? Non c’è un vaccino per questo, per la cura della casa comune, per non lasciarla da parte? Qual è l’antidoto contro la malattia di non prendersi cura della casa comune? È la contemplazione. «Quando non si impara a fermarsi ad ammirare e apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli» (ibid., 215). Anche in oggetto di “usa e getta”. Tuttavia, la nostra casa comune, il creato, non è una mera “risorsa”. Le creature hanno un valore in sé stesse e «riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 339). Questo valore e questo raggio di luce divina va scoperto e, per scoprirlo, abbiamo bisogno di fare silenzio, abbiamo bisogno di ascoltare, abbiamo bisogno di contemplare. Anche la contemplazione guarisce l’anima.

    Senza contemplazione, è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l’“io” al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandoci come dominatori assoluti di tutte le altre creature. Una interpretazione distorta dei testi biblici sulla creazione ha contribuito a questo sguardo sbagliato, che porta a sfruttare la terra fino a soffocarla. Sfruttare il creato: questo è il peccato. Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio e così roviniamo l’armonia del creato, l’armonia del disegno di Dio. Diventiamo predatori, dimenticando la nostra vocazione di custodi della vita. Certo, possiamo e dobbiamo lavorare la terra per vivere e svilupparci. Ma il lavoro non è sinonimo di sfruttamento, ed è sempre accompagnato dalla cura: arare e proteggere, lavorare e prendersi cura… Questa è la nostra missione (cfr Gen 2,15). Non possiamo pretendere di continuare a crescere a livello materiale, senza prenderci cura della casa comune che ci accoglie. I nostri fratelli più poveri e la nostra madre terra gemono per il danno e l’ingiustizia che abbiamo provocato e reclamano un’altra rotta. Reclamano da noi una conversione, un cambio di strada: prendersi cura anche della terra, del creato.

    Dunque, è importante recuperare la dimensione contemplativa, cioè guardare la terra, il creato come un dono, non come una cosa da sfruttare per il profitto. Quando contempliamo, scopriamo negli altri e nella natura qualcosa di molto più grande della loro utilità. Qui è il nocciolo del problema: contemplare è andare oltre l’utilità di una cosa. Contemplare il bello non vuol dire sfruttarlo: contemplare è gratuità. Scopriamo il valore intrinseco delle cose conferito loro da Dio. Come hanno insegnato tanti maestri spirituali, il cielo, la terra, il mare, ogni creatura possiede questa capacità iconica, questa capacità mistica di riportarci al Creatore e alla comunione con il creato. Ad esempio, Sant’Ignazio di Loyola, alla fine dei suoi Esercizi spirituali, invita a compiere la “Contemplazione per giungere all’amore”, cioè a considerare come Dio guarda le sue creature e gioire con loro; a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature e, con libertà e grazia, amarle e prendersene cura.

    La contemplazione, che ci conduce a un atteggiamento di cura, non è un guardare la natura dall’esterno, come se noi non vi fossimo immersi. Ma noi siamo dentro alla natura, siamo parte della natura. Si fa piuttosto a partire da dentro, riconoscendoci parte del creato, rendendoci protagonisti e non meri spettatori di una realtà amorfa che si tratterebbe solo di sfruttare. Chi contempla in questo modo prova meraviglia non solo per ciò che vede, ma anche perché si sente parte integrante di questa bellezza; e si sente anche chiamato a custodirla, a proteggerla. E c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella loro ricchezza. E chi vive per sfruttare la natura, finisce per sfruttare le persone e trattarle come schiavi. Questa è una legge universale: se tu non sai contemplare la natura, sarà molto difficile che saprai contemplare la gente, la bellezza delle persone, il fratello, la sorella.

    Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute. Si impegnerà a educare e promuovere nuove abitudini di produzione e consumo, a contribuire ad un nuovo modello di crescita economica che garantisca il rispetto per la casa comune e il rispetto per le persone. Il contemplativo in azione tende a diventare custode dell’ambiente: è bello questo! Ognuno di noi dev’essere custode dell’ambiente, della purezza dell’ambiente, cercando di coniugare saperi ancestrali di culture millenarie con le nuove conoscenze tecniche, affinché il nostro stile di vita sia sempre sostenibile.

    Infine, contemplare e prendersi cura: ecco due atteggiamenti che mostrano la via per correggere e riequilibrare il nostro rapporto di esseri umani con il creato. Tante volte, il nostro rapporto con il creato sembra essere un rapporto tra nemici: distruggere il creato a mio vantaggio; sfruttare il creato a mio vantaggio. Non dimentichiamo che questo si paga caro; non dimentichiamo quel detto spagnolo: “Dio perdona sempre; noi perdoniamo a volte; la natura non perdona mai”. Oggi leggevo sul giornale di quei due grandi ghiacciai dell’Antartide, vicino al Mare di Amundsen: stanno per cadere. Sarà terribile, perché il livello del mare crescerà e questo porterà tante, tante difficoltà e tanto male. E perché? Per il surriscaldamento, per non curare l’ambiente, per non curare la casa comune. Invece, quando abbiamo questo rapporto – mi permetto la parola – “fraternale” in senso figurato con il creato, diventeremo custodi della casa comune, custodi della vita e custodi della speranza, custodiremo il patrimonio che Dio ci ha affidato affinché ne possano godere le generazioni future. E qualcuno può dire: “Ma, io me la cavo così”. Ma il problema non è come tu te la caverai oggi – questo lo diceva un teologo tedesco, protestante, bravo: Bonhoeffer – il problema non è come te la cavi tu, oggi; il problema è: quale sarà l’eredità, la vita della generazione futura? Pensiamo ai figli, ai nipoti: cosa lasceremo, loro, se noi sfruttiamo il creato? Custodiamo questo cammino così diventeremo “custodi” della casa comune, custodi della vita e della speranza. Custodiamo il patrimonio che Dio ci ha affidato, affinché possano goderne le generazioni future. Penso in modo speciale ai popoli indigeni, verso i quali abbiamo tutti un debito di riconoscenza – anche di penitenza, per riparare il male che abbiamo fatto loro. Ma penso anche a quei movimenti, associazioni, gruppi popolari, che si impegnano per tutelare il proprio territorio con i suoi valori naturali e culturali. Non sempre queste realtà sociali sono apprezzate, a volte sono persino ostacolate, perché non producono soldi; ma in realtà contribuiscono a una rivoluzione pacifica, potremmo chiamarla la “rivoluzione della cura”. Contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro. Contemplare per curare e per custodire e per lasciare un’eredità alla futura generazione.

    Non bisogna però delegare ad alcuni: quello che è il compito di ogni essere umano. Ognuno di noi può e deve diventare un “custode della casa comune”, capace di lodare Dio per le sue creature, di contemplare le creature e di proteggerle.


    Saluti

    Je suis heureux de saluer les personnes de langue française. Demandons la grâce de savoir contempler les merveilles de Dieu, afin que se développe une responsabilité individuelle et communautaire vis-à-vis de la protection et de la sauvegarde de la création. Que Dieu vous bénisse !

    [Sono lieto di salutare le persone di lingua francese. Chiediamo la grazia di saper contemplare le meraviglie di Dio, perché si sviluppi una responsabilità individuale e comunitaria riguardo alla protezione e alla salvaguardia del creato. Dio vi benedica!]

    I cordially greet the English-speaking faithful. In these days, my thoughts turn especially to the elderly and infirm, and those who generously care for them. Upon all of you and your families I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua inglese. In questi giorni, il mio pensiero va in modo particolare agli anziani e agli infermi, e a quanti si prendono cura di loro con generosità. Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace di Cristo. Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. Denken wir angesichts der vielen Dinge, die uns verunsichern und ängstigen, immer an eines: Der Herr des Lebens, der uns so sehr liebt, ist in dieser Welt immer gegenwärtig. Er lässt uns nicht allein, denn er hat sich endgültig mit uns verbunden du seine Liebe lässt uns immer neue Wege finden. Er sei gelobt in Ewigkeit.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua tedesca. Di fronte alle numerose situazioni che possono sconvolgerci e spaventarci, ricordiamo questo: il Signore della vita, che ci ama tanto, è sempre presente in questo mondo. Non ci lascia soli, perché si è unito definitivamente a noi, e il suo amore ci fa trovare nuove strade. Egli sia lodato in eterno!]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Pidamos al Señor Jesús que nos conceda ser contemplativos, para alabarlo por su obra creadora, que nos enseñe a ser respetuosos con nuestra casa común y a cuidarla con amor, para bien de todas las culturas y las generaciones futuras. Que Dios los bendiga.

    Dirijo uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa. Convido a cada um a descobrir a presença de Deus nas suas criaturas, aprendendo sempre mais a amá-las, cuidá-las e protege-las. Que Deus vos abençoe a vós e a vossos entes queridos!

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese. Invito ognuno a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature, imparando sempre più ad amarle, custodirle e proteggerle. Dio benedica voi e quanti vi sono cari!]

    أُحيّي جميعَ المؤمنينَ الناطقينَ باللغةِ العربية. في مواجهةِ هذه الجائحةِ الخطيرةِ التي تُربكُ العالمَ بأسره، لنُعربْ عن امتنانِنا للأطباءِ والممرضين وأفراِد الرعايةِ الصحيّةِ والجمعيّاتِ التطوعيّةِ الذين التزموا وما زالوا يعملون لمواجهةِ هذه الحالةِ الطارئة. ليُساعدْنا الرّوحُ القدّس، منبعُ كلِّ خير، أن نتأملَ في عدمِ استقرارِ الحياةِ البشريّةِ وهشاشتِها. ليباركْكُم الرّبُّ جميعًا ويحرسْكُم دائمًا من كلِّ شر!

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Davanti a questa pandemia che sta sconvolgendo il mondo intero, esprimiamo gratitudine verso medici, infermieri, personale sanitario e associazioni di volontariato impegnati a fronteggiare questa emergenza. Lo Spirito Santo, fonte di ogni bene, ci aiuti a riflettere sulla precarietà della vita umana. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!] ‎‎‎‏

    Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dziś, gdy mówimy o kontemplacji stworzenia, przychodzą na myśl słowa św. Jana Pawła II: „kontempluję piękno tej ziemi […]. Z wyjątkową mocą zdaje się przemawiać błękit nieba, zieleń lasów i pól, srebro jezior i rzek. […] A wszystko to świadczy o miłości Stwórcy, o ożywczej mocy jego Ducha i o odkupieniu, którego Syn dokonał dla człowieka i dla świata” (Zamość, 12.06.1999). Ten sposób przeżywania kontaktu z przyrodą niech będzie dla nas wszystkich źródłem zaangażowania na rzecz jej ochrony. Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i polacchi. Oggi, mentre parliamo della contemplazione del creato, vengono in mente le parole di San Giovanni Paolo II: “contemplo la bellezza di questa terra […]. Sembrano parlare, con una potenza eccezionale, l’azzurro del cielo, il verde dei boschi e dei campi, l’argento dei laghi e dei fiumi. […] E tutto ciò testimonia l’amore del Creatore, la potenza vivificante del suo Spirito e la redenzione operata dal Figlio per l’uomo e per il mondo”. Questo modo di vivere il rapporto con il creato sia per tutti noi fonte di impegno a favore della sua salvaguardia! Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Desidero ricordare in questo momento don Roberto Malgesini, il sacerdote della diocesi di Como che ieri mattina è stato ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa. Mi unisco al dolore e alla preghiera dei suoi familiari e della comunità comasca e, come ha detto il suo Vescovo, rendo lode a Dio per la testimonianza, cioè per il martirio, di questo testimone della carità verso i più poveri. Preghiamo in silenzio per don Roberto Malgesini e per tutti i preti, suore, laici, laiche che lavorano con le persone bisognose e scartate dalla società.

    Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. A ciascuno auguro ogni bene nel Signore, esortando a diffondere dappertutto il messaggio d’amore del Vangelo.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Abbiamo recentemente celebrato nella Liturgia l’Esaltazione della Santa Croce. La croce, segno della fede in Cristo, sia per tutti conforto e immagine di un’incrollabile speranza.

  10. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 13 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nella parabola che leggiamo nel Vangelo di oggi, quella del re misericordioso (cfr Mt 18,21-35), troviamo per due volte questa supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò» (vv. 26.29). La prima volta è pronunciata dal servo che deve al suo padrone diecimila talenti, una somma enorme, oggi sarebbero milioni e milioni di euro. La seconda volta viene ripetuta da un altro servo dello stesso padrone. Anche lui è in debito, non verso il suo padrone, ma verso lo stesso servo che ha quel debito enorme. E il suo debito è piccolissimo, forse come lo stipendio di una settimana.

    Il cuore della parabola è l’indulgenza che il padrone dimostra verso il servo con il debito più grande. L’evangelista sottolinea che «il padrone ebbe compassione – non dimenticare mai questa parola che è proprio di Gesù: “Ebbe compassione”, Gesù sempre ebbe compassione – [ebbe compassione] di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito» (v. 27). Un debito enorme, dunque un condono enorme! Ma quel servo, subito dopo, si dimostra spietato con il suo compagno, che gli deve una somma modesta. Non lo ascolta, inveisce contro di lui e lo fa gettare in prigione, finché non avrà pagato il debito (cfr v. 30), quel piccolo debito. Il padrone viene a saperlo e, sdegnato, richiama il servo malvagio e lo fa condannare (cfr vv. 32-34): “Io ti ho perdonato tanto e tu sei incapace di perdonare questo poco?”.

    Nella parabola, troviamo due atteggiamenti differenti: quello di Dio – rappresentato dal re – che perdona tanto, perché Dio perdona sempre, e quello dell’uomo. Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia lo sappiamo. C’è bisogno di quell’amore misericordioso, che è anche alla base della risposta del Signore alla domanda di Pietro che precede la parabola. La domanda di Pietro suona così: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?» (v. 21). E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22). Nel linguaggio simbolico della Bibbia, questo significa che noi siamo chiamati a perdonare sempre!

    Quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate, se il perdono e la misericordia fossero lo stile della nostra vita! Anche in famiglia, anche in famiglia: quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi, quanti fratelli e sorelle che hanno questo rancore dentro. È necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica.

    Oggi, al mattino, mentre celebravo la Messa, mi sono fermato, sono stato colpito da una frase della prima Lettura, nel libro del Siracide. La frase dice così: “Ricorda la fine e smetti di odiare”. Bella frase! Pensa alla fine! Pensa che tu sarai in una bara… e ti porterai l’odio lì? Pensa alla fine, smetti di odiare! Smetti il rancore. Pensiamo a questa frase, tanto toccante: “Ricorda la fine e smetti di odiare”.

    Non è facile perdonare, perché nei momenti tranquilli uno dice: “Sì, questo me ne ha fatte di tutti i colori ma anch’io ne ho fatte tante. Meglio perdonare per essere perdonato”. Ma poi il rancore torna, come una mosca fastidiosa d’estate che torna e torna e torna... Perdonare non è soltanto una cosa di un momento, è una cosa continua contro questo rancore, questo odio che torna. Pensiamo alla fine, smettiamola di odiare.

    La parabola di oggi ci aiuta a cogliere in pienezza il significato di quella frase che recitiamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo. È una condizione: pensa alla fine, al perdono di Dio, e smettila di odiare; caccia via il rancore, quella mosca fastidiosa che torna e torna. Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati.

    Affidiamoci alla materna intercessione della Madre di Dio: Lei ci aiuti a renderci conto di quanto siamo debitori verso Dio, e a ricordarlo sempre, così da avere il cuore aperto alla misericordia e alla bontà.


    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Nei giorni scorsi, una serie di incendi ha devastato il campo-profughi di Moria, nell’Isola di Lesbo, lasciando migliaia di persone senza un rifugio, seppure precario. È sempre vivo in me il ricordo della visita compiuta là e dell’appello lanciato assieme al Patriarca Ecumenico Bartolomeo e all’Arcivescovo Ieronymos di Atene, ad assicurare «un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca asilo in Europa» (16 aprile 2016). Esprimo solidarietà e vicinanza a tutte le vittime di queste drammatiche vicende.

    Inoltre, in queste settimane si assiste in tutto il mondo – in tante parti – a numerose manifestazioni popolari di protesta, che esprimono il crescente disagio della società civile di fronte a situazioni politiche e sociali di particolare criticità. Mentre esorto i dimostranti a far presenti le loro istanze in forma pacifica, senza cedere alla tentazione dell’aggressività e della violenza, faccio appello a tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche e di governo di ascoltare la voce dei loro concittadini e di venire incontro alle loro giuste aspirazioni, assicurando il pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Invito infine le comunità ecclesiali che vivono in tali contesti, sotto la guida dei loro Pastori, ad adoperarsi in favore del dialogo, sempre in favore del dialogo, e in favore della riconciliazione – abbiamo parlato del perdono, della riconciliazione.

    A causa della situazione di pandemia, quest’anno la tradizionale Colletta per la Terra Santa è stata trasferita dal Venerdì Santo ad oggi, vigilia della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Nel contesto attuale, questa Colletta è ancora di più un segno di speranza e di solidale vicinanza ai cristiani che abitano nella Terra dove Dio si è fatto carne ed è morto e risorto per noi. Oggi compiamo un pellegrinaggio spirituale, in spirito, con l’immaginazione, con il cuore, a Gerusalemme, dove, come dice il Salmo, sono le nostre sorgenti (cfr Sal 87,7), e facciamo un gesto di generosità per quelle comunità.

    Saluto tutti voi, fedeli romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare, saluto i ciclisti affetti dal morbo di Parkinson che hanno percorso la Via Francigena da Pavia a Roma. Siete stati bravi! Grazie della vostra testimonianza. Saluto la Confraternita Madonna Addolorata di Monte Castello di Vibio. Vedo che c’è anche una Comunità Laudato si’: grazie per quello che fate; e grazie per l’incontro di ieri qui, con Carlìn Petrini e tutti i dirigenti che vanno avanti in questa lotta per la custodia del creato.

    Saluto tutti voi, tutti, in modo speciale le famiglie italiane che nel mese di agosto si sono dedicate all’ospitalità dei pellegrini. Sono tante! A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  11. MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO,
    A FIRMA DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO PIETRO PAROLIN,
    IN OCCASIONE DEL 13° PELLEGRINAGGIO NAZIONALE
     DELLE FAMIGLIE PER LA FAMIGLIA A POMPEI E LORETO

     

    S.E.R. Stefano Russo, Segretario Generale
    Conferenza Episcopale Italiana

     

    In occasione del 13° Pellegrinaggio Nazionale delle Famiglie per la Famiglia, che quest’anno, attraverso i media, convoca spiritualmente i partecipanti a Pompei e a Loreto, il Santo Padre rivolge a tutti il Suo saluto facendo proprie le parole dell’Apostolo Paolo scelte come motto: “Siate gioiosi, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti” (cfr 2 Cor 13,11).

    Papa Francesco si congratula con i promotori e i collaboratori dell’iniziativa perché, in questo tempo nel quale le famiglie soffrono in modo particolare i disagi dovuti alla pandemia, hanno voluto riproporre questa testimonianza di fede e di solidarietà, perché ognuno possa attingere dalla preghiera e dalla comunione fraterna speranza e forza per andare avanti.

    In particolare, il Santo Padre auspica che la ripresa dell’anno scolastico sia vissuta da tutti con grande senso di responsabilità, nella prospettiva di un rinnovato patto educativo, che veda protagoniste le famiglie e ponga al centro le persone dei ragazzi e delle ragazze: la loro crescita sana, ben formata e socievole è condizione per un futuro sereno e prospero dell’intera società.

    Sua Santità si unisce ai pellegrini nell’invocare l’intercessione della Vergine Maria, affinché le famiglie cristiane, in Italia, in Europa e nel mondo, continuino a formare quel grande fiume che diffonde la vita, la fede, la speranza e l’amore nel popolo di Dio e nell’intera società. Egli invia con affetto la Sua benedizione e chiede per favore di continuare a pregare per Lui.

    Card. Pietro Parolin
     Segretario di Stato

  12. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO DELLE
    COMUNITÀ LAUDATO SI'

    Aula Paolo VI
    Sabato, 12 settembre 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Vi do il benvenuto, e salutando voi desidero raggiungere tutti i membri delle Comunità Laudato si’ in Italia e nel mondo. Ringrazio il Signor Carlo Pertini nella mia lingua paterna, non materna: “Carlìn”. Avete posto come centro propulsore di ogni vostra iniziativa l’ecologia integrale proposta dall’Enciclica Laudato si’. Integrale, perché tutti siamo creature e tutto nel creato è in relazione, tutto è correlato. Anzi, oserei dire, tutto è armonico. Anche la pandemia lo ha dimostrato: la salute dell’uomo non può prescindere da quella dell’ambiente in cui vive. È poi evidente che i cambiamenti climatici non stravolgono solo gli equilibri della natura, ma provocano povertà e fame, colpiscono i più vulnerabili e a volte li obbligano a lasciare la loro terra. L’incuria del creato e le ingiustizie sociali si influenzano a vicenda: si può dire che non c’è ecologia senza equità e non c’è equità senza ecologia.

    Voi siete motivati a prendervi cura degli ultimi e del creato, insieme, e volete farlo sull’esempio di San Francesco d’Assisi, con mitezza e laboriosità. Vi ringrazio per questo, e rinnovo l’appello a impegnarsi per salvaguardare la nostra casa comune. È un compito che riguarda tutti, specialmente i responsabili delle nazioni e delle attività produttive. Serve la volontà reale di affrontare alla radice le cause degli sconvolgimenti climatici in atto. Non bastano impegni generici – parole, parole… – e non si può guardare solo al consenso immediato dei propri elettori o finanziatori. Occorre guardare lontano, altrimenti la storia non perdonerà. Serve lavorare oggi per il domani di tutti. I giovani e i poveri ce ne chiederanno conto. È la nostra sfida. Prendo una frase del teologo martire Dietrich Bonhoeffer: la nostra sfida, oggi, non è “come ce la caviamo”, come noi usciamo da questa realtà; la nostra sfida vera è “come potrà essere la vita della prossima generazione”: dobbiamo pensare a questo!

    Cari amici, ora vorrei condividere con voi due parole-chiave dell’ecologia integrale: contemplazione e compassione.

    Contemplazione. Oggi, la natura che ci circonda non viene più ammirata, contemplata, ma “divorata”. Siamo diventati voraci, dipendenti dal profitto e dai risultati subito e a tutti i costi. Lo sguardo sulla realtà è sempre più rapido, distratto, superficiale, mentre in poco tempo si bruciano le notizie e le foreste. Malati di consumo. Questa è la nostra malattia! Malati di consumo. Ci si affanna per l’ultima “app”, ma non si sanno più i nomi dei vicini, tanto meno si sa più distinguere un albero da un altro. E, ciò che è più grave, con questo stile di vita si perdono le radici, si smarrisce la gratitudine per quello che c’è e per chi ce l’ha dato. Per non dimenticare, bisogna tornare a contemplare; per non distrarci in mille cose inutili, occorre ritrovare il silenzio; perché il cuore non diventi infermo, serve fermarsi. Non è facile. Bisogna, ad esempio, liberarsi dalla prigionia del cellulare, per guardare negli occhi chi abbiamo accanto e il creato che ci è stato donato.

    Contemplare è regalarsi tempo per fare silenzio, per pregare, così che nell’anima ritorni l’armonia, l’equilibrio sano tra testa, cuore e mani; tra pensiero, sentimento e azione. La contemplazione è l’antidoto alle scelte frettolose, superficiali e inconcludenti. Chi contempla impara a sentire il terreno che lo sostiene, capisce di non essere al mondo solo e senza senso. Scopre la tenerezza dello sguardo di Dio e comprende di essere prezioso. Ognuno è importante agli occhi di Dio, ognuno può trasformare un po’ di mondo inquinato dalla voracità umana nella realtà buona voluta dal Creatore. Chi sa contemplare, infatti, non sta con le mani in mano, ma si dà da fare concretamente. La contemplazione ti porta all’azione, a fare.

    Ecco dunque la seconda parola: compassione. È il frutto della contemplazione. Come si capisce che uno è contemplativo, che ha assimilato lo sguardo di Dio? Se ha compassione per gli altri – compassione non è dire: “questo mi fa pena…”, compassione è “patire con” –, se va oltre le scuse e le teorie, per vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle da custodire. Quello che ha detto alla fine Carlo Petrini sulla fratellanza. Questa è la prova, perché così fa lo sguardo di Dio che, nonostante tutto il male che pensiamo e facciamo, ci vede sempre come figli amati. Non vede degli individui, ma dei figli, ci vede fratelli e sorelle di un’unica famiglia, che abita la stessa casa. Non siamo mai estranei ai suoi occhi. La sua compassione è il contrario della nostra indifferenza. L’indifferenza – mi permetto la parola un po’ volgare – è quel menefreghismo che entra nel cuore, nella mentalità, e che finisce con un “che si arrangi”. La compassione è il contrario dell’indifferenza.

    Vale anche per noi: la nostra compassione è il vaccino migliore contro l’epidemia dell’indifferenza. “Non mi riguarda”, “non tocca a me”, “non c’entro”, “è cosa sua”: ecco i sintomi dell’indifferenza. C’è una bella fotografia – l’ho detto altre volte –, fatta da un fotografo romano, si trova nell’Elemosineria. Una notte d’inverno, si vede che esce da un ristorante di lusso una signora di una certa età, con la pelliccia, il cappello, i guanti, ben coperta dal freddo esce, dopo aver mangiato bene – che non è peccato, mangiare bene! [ridono] – e c’è alla porta un’altra donna, con una stampella, malvestita, si vede che sente il freddo… una homeless, con la mano tesa… E la signora che esce dal ristorante guarda da un’altra parte. La foto si chiama “Indifferenza”. Quando l’ho vista, ho chiamato il fotografo per dirgli: “Sei stato bravo a prendere questo in modo spontaneo”, e ho detto di metterla nell’Elemosineria. Per non cadere nello spirito dell’indifferenza. Invece, chi ha compassione passa dal “di te non m’importa” al “tu sei importante per me”. O almeno “tu tocchi il mio cuore”. Però la compassione non è un bel sentimento, non è pietismo, è creare un legame nuovo con l’altro. È farsene carico, come il buon Samaritano che, mosso da compassione, si prende cura di quel malcapitato che neppure conosce (cfr Lc 10,33-34). Il mondo ha bisogno di questa carità creativa e fattiva, di gente che non sta davanti a uno schermo a commentare, ma di gente che si sporca le mani per rimuovere il degrado e restituire dignità. Avere compassione è una scelta: è scegliere di non avere alcun nemico per vedere in ciascuno il mio prossimo. E questa è una scelta.

    Questo non vuol dire diventare molli e smettere di lottare. Anzi, chi ha compassione entra in una dura lotta quotidiana contro lo scarto e lo spreco, lo scarto degli altri e lo spreco delle cose. Fa male pensare a quanta gente viene scartata senza compassione: anziani, bambini, lavoratori, persone con disabilità… Ma è scandaloso anche lo spreco delle cose. La FAO ha documentato che, nei Paesi industrializzati, vengono buttate via più di un miliardo – più di un miliardo! – di tonnellate di cibo commestibile! Questa è la realtà. Aiutiamoci, insieme, a lottare contro lo scarto e lo spreco, esigiamo scelte politiche che coniughino progresso ed equità, sviluppo e sostenibilità per tutti, perché nessuno sia privato della terra che abita, dell’aria buona che respira, dell’acqua che ha il diritto di bere e del cibo che ha il diritto di mangiare.

    Sono certo che i membri di ogni vostra Comunità non si accontenteranno di vivere da spettatori, ma saranno sempre protagonisti miti e determinati nel costruire il futuro di tutti. E tutto questo fa la fraternità. Lavorare come e da fratelli. Costruire la fraternità universale. E questo è il momento, questa è la sfida di oggi. Vi auguro di alimentare la contemplazione e la compassione, ingredienti indispensabili dell’ecologia integrale. Vi ringrazio ancora per la vostra presenza e per il vostro impegno. Vi ringrazio per le vostre preghiere. A coloro di voi che pregano, chiedo di pregare, e a chi non prega, almeno mandatemi buone onde, ne ho bisogno! [ridono, applauso]

    E adesso vorrei chiedere a Dio che benedica ognuno di voi, benedica il cuore di ognuno di voi, che sia credente o non credente, di qualsiasi tradizione religiosa sia. Che Dio benedica tutti voi. Amen.

  13. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI FAMILIARI DEI RAGAZZI E DELLA GIOVANE MAMMA
    MORTI NELLA DISCOTECA DI CORINALDO (ANCONA)

    Sala del Concistoro
    Sabato, 12 settembre 2020

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    Cari fratelli e sorelle,

    vi ringrazio di essere venuti a condividere anche con me il vostro dolore e la vostra preghiera. Ricordo che allora, quando accadde la tragedia, ne fui scosso. Ma col passare del tempo – e purtroppo col susseguirsi di tante, troppe tragedie umane – si rischia di dimenticare. Questo incontro aiuta me e la Chiesa a non dimenticare, a tenere nel cuore, e soprattutto ad affidare i vostri cari al cuore di Dio Padre.

    Ogni morte tragica porta con sé un dolore grande. Ma quando rapisce cinque adolescenti e una giovane mamma, è immenso, insopportabile senza l’aiuto di Dio. Io non entro nel merito delle cause che hanno determinato gli incidenti in quella discoteca dove sono morti i vostri familiari. Ma mi unisco con tutto il cuore alla vostra sofferenza e al vostro legittimo desiderio di giustizia.

    Desidero anche offrirvi una parola di fede, di consolazione e di speranza.

    Corinaldo, il luogo della tragedia, si trova in un territorio sul quale veglia la Madonna di Loreto: il suo Santuario non è molto distante. E allora voglio – vogliamo – pensare che lei, come Madre, non abbia mai staccato il suo sguardo da loro, specialmente in quel momento di confusione drammatica; che li abbia accompagnati con la sua tenerezza. Quante volte l’hanno invocata nell’Ave Maria: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”! E anche se in quegli istanti caotici non hanno potuto farlo, la Madonna non dimentica, non dimentica le nostre suppliche: è Madre. Sicuramente li ha accompagnati all’abbraccio misericordioso del suo Figlio Gesù.

    Questa tragedia è avvenuta nella notte, alle prime ore dell’8 dicembre 2018, festa dell’Immacolata. In quello stesso giorno, al termine della recita dell’Angelus, ho pregato con la gente per le giovani vittime, per i feriti e per voi familiari. So che in tanti, ad iniziare dai vostri Vescovi, qui presenti, dai vostri sacerdoti e dalle vostre comunità, vi hanno sostenuto con la preghiera e con l’affetto. Anche la mia preghiera per voi continua, e la accompagno con la mia benedizione.

    Quando noi perdiamo papà o mamma, siamo orfani. C’è un aggettivo: orfano, orfana. Quando nel matrimonio si perde il coniuge, chi rimane è vedovo o vedova. C’è un aggettivo anche per questo. Ma quando si perde un figlio, non c’è aggettivo. La perdita di un figlio è impossibile da “aggettivare”. Ho perso il figlio: cosa sono…? No, non sono né orfano, né vedovo. Ho perso un figlio. Senza aggettivo. Non c’è. E questo è il grande dolore vostro.

    Ora vorrei recitare insieme con voi l’Ave Maria per Asia, Benedetta, Daniele, Emma, Mattia ed Eleonora.

    [Ave Maria …]

    [Benedizione]

  14. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO MONDIALE DI GINECOLOGIA ONCOLOGICA

    Aula Paolo VI
    Venerdì, 11 settembre 2020

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    Gentili Signori e Signore, buongiorno!

    Vi do il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio di questa visita in occasione del Meeting annuale della International Gynecologic Cancer Society. Essa mi offre l’opportunità di conoscere e apprezzare l’impegno della vostra Associazione in favore delle donne che affrontano malattie così difficili e complesse. Ringrazio per il saluto il vostro Presidente, Prof. Roberto Angioli, che ha promosso questa iniziativa.

    Sono lieto di accogliere le rappresentanti di diverse associazioni, soprattutto tra ex pazienti, che favoriscono la condivisione e il sostegno reciproco. Nel vostro prezioso servizio, voi siete ben consapevoli dell’importanza di creare legami di solidarietà tra gli ammalati con gravi patologie, coinvolgendo i parenti e gli operatori sanitari, in una relazione di mutuo aiuto. Questo diventa ancora più prezioso quando ci si confronta con malattie che possono mettere seriamente a rischio, o pregiudicare, la fertilità e la maternità. In queste situazioni, che incidono a fondo sulla vita della donna, è indispensabile avere cura, con grande sensibilità e rispetto, della condizione – psicologica, relazionale, spirituale – di ciascuna paziente.

    Per questo motivo, non posso che incoraggiare il vostro impegno per considerare tali dimensioni di una cura integrale, anche nei casi in cui il trattamento è essenzialmente palliativo. In questa prospettiva, diventa molto utile coinvolgere persone capaci di condividere il cammino curativo dando un apporto di fiducia, di speranza, di amore. Tutti sappiamo – ed è anche dimostrato – che vivere buone relazioni aiuta e sostiene gli infermi lungo l’intero percorso di cura, riaccendendo o incrementando in loro la speranza. È proprio la vicinanza dell’amore che apre le porte alla speranza, e anche alla guarigione.

    La persona malata è sempre e molto di più del protocollo – molto di più! – all’interno del quale la si inquadra da un punto di vista clinico – e si deve farlo –. Ne è prova il fatto che quando l’ammalato vede riconosciuta la propria singolarità – la vostra esperienza può confermarlo – cresce ulteriormente la fiducia verso l’équipe medica e verso un orizzonte positivo.

    È desiderio mio, e non dubito anche vostro, che tutto questo non rimanga solo espressione di un ideale, ma trovi sempre più spazio e riconoscimento all’interno dei sistemi sanitari. Spesso si afferma giustamente che la relazione, l’incontro con il personale sanitario, è parte della cura. Che grande beneficio offre agli ammalati avere l’opportunità di aprire il loro cuore liberamente e confidare la loro condizione e situazione! Anche la possibilità di piangere con fiducia. Questo apre degli orizzonti e aiuta la guarigione. O almeno, a sopportare bene la malattia terminale.

    Tuttavia, nel concreto, come sviluppare questa grande necessità all’interno dell’organizzazione ospedaliera, fortemente condizionata da esigenze di funzionalità? Consentitemi di esprimere tristezza e preoccupazione riguardo al rischio, piuttosto diffuso, di lasciare la dimensione umana della cura delle persone ammalate alla “buona volontà” del singolo medico, invece di considerarla – come è – parte integrante dell’attività di cura offerta dalle strutture sanitarie.

    Non bisogna permettere che l’economia entri così prepotentemente nel mondo della sanità al punto da penalizzare aspetti essenziali come la relazione con i malati. In questo senso, lodevoli sono le diverse associazioni senza fini di lucro che pongono al centro le pazienti, sostenendo le loro esigenze e legittime domande e dando voce anche a chi, per la fragilità della sua condizione personale, economica e sociale, non è in grado di farsi sentire.

    Certo, la ricerca richiede un forte impegno economico, questo è vero. Credo tuttavia che si possa trovare un equilibrio tra i diversi fattori. Il primo posto va comunque riconosciuto alle persone, in questo caso le donne ammalate, ma anche – non dimentichiamo – il personale che opera quotidianamente a stretto contatto con loro, perché possa lavorare in condizioni adeguate, e anche che possa avere il tempo di riposo per riprendere le forze per potere andare avanti.

    Vi incoraggio a diffondere nel mondo i preziosi risultati dei vostri studi e delle vostre ricerche, in favore delle donne di cui vi prendete cura. Esse, malgrado le loro difficoltà, tuttavia ci ricordano aspetti della vita che talvolta dimentichiamo, quali la precarietà della nostra esistenza, il bisogno l’uno dell’altro, l’insensatezza del vivere concentrati solo su di sé, la realtà della morte come parte della vita stessa. La condizione di malattia richiama quell’atteggiamento decisivo per l’essere umano che è l’affidarsi: affidarsi all’altro fratello e sorella, e all’Altro con la maiuscola che è il nostro Padre celeste. E richiama anche il valore della vicinanza, del farsi prossimo, come ci insegna Gesù nella parabola del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). Quanto, quanto guarisce una carezza nel momento opportuno! Voi lo sapete meglio di me.

    Cari amici, vi auguro ogni bene per il vostro lavoro. Su di voi e sulle vostre famiglie, sui vostri associati e su coloro di cui vi prendete cura invoco la benedizione di Dio. Benedico tutti voi. Tutti, ognuno con la propria fede, la propria tradizione religiosa. Ma Dio è l’Unico per tutti. Benedico tutti voi. Invoco la benedizione di Dio, fonte di speranza, di fortezza e di pace interiore. Vi assicuro la mia preghiera e – dicono che i preti sempre chiedono! – io finisco chiedendovi di pregare per me, perché ne ho bisogno. Grazie.

  15. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL PROGETTO EUROPEO
    "SNAPSHOTS FROM THE BORDERS" (VOCI ED ESPERIENZE DAI CONFINI)
    GUIDATI DAL SINDACO DI LAMPEDUSA E LINOSA

    Sala Clementina
    Giovedì, 10 settembre 2020

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    Cari sorelle e fratelli,

    do il benvenuto a voi che avete aderito al progetto “Snapshots from the borders”. Ringrazio il Signor Salvatore Martello, Sindaco di Lampedusa e Linosa, per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti. E ringrazio anche per questa bella croce, così significativa, che voi avete portato. Grazie.

    Il vostro è un progetto lungimirante. Esso si propone di promuovere una comprensione più profonda della migrazione, che permetta alle società europee di dare una risposta più umana e coordinata alle sfide delle migrazioni contemporanee. La rete di autorità locali e organizzazioni della società civile, che da questo progetto è nata, si prefigge di contribuire positivamente allo sviluppo di politiche migratorie che rispondano a questo fine.

    Lo scenario migratorio attuale è complesso e spesso presenta risvolti drammatici. Le interdipendenze globali che determinano i flussi migratori sono da studiare e capire meglio. Le sfide sono molteplici e interpellano tutti. Nessuno può rimanere indifferente alle tragedie umane che continuano a consumarsi in diverse regioni del mondo. Tra queste ci interpellano spesso quelle che hanno come teatro il Mediterraneo, un mare di confine, ma anche di incontro di culture.

    Nel febbraio scorso, durante l’Incontro – molto positivo – con i Vescovi del Mediterraneo, a Bari, ricordavo come «tra coloro che nell’area del Mediterraneo più faticano, vi sono quanti fuggono dalla guerra o lasciano la loro terra in cerca di una vita degna dell’uomo. [...] Siamo consapevoli che in diversi contesti sociali è diffuso un senso di indifferenza e perfino di rifiuto […]. La comunità internazionale si è fermata agli interventi militari, mentre dovrebbe costruire istituzioni che garantiscano uguali opportunità e luoghi nei quali i cittadini abbiano la possibilità di farsi carico del bene comune […]. Nel contempo, non accettiamo mai che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso […]. Certo, l’accoglienza e una dignitosa integrazione sono tappe di un processo non facile; tuttavia, è impensabile poterlo affrontare innalzando muri» (Discorso, 23 febbraio 2020).

    Di fronte a queste sfide, appare evidente come sono indispensabili la solidarietà concreta e la responsabilità condivisa, a livello sia nazionale che internazionale. «L’attuale pandemia ha evidenziato la nostra interdipendenza: siamo tutti legati, gli uni agli altri, sia nel male che nel bene» (Udienza generale, 2 settembre 2020). Bisogna agire insieme, non da soli.

    È anche fondamentale cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione: si tratta di mettere al centro le persone, i volti, le storie. Ecco allora l’importanza di progetti, come quello da voi promosso, che cercano di proporre approcci diversi, ispirati dalla cultura dell’incontro, che costituisce il cammino verso un nuovo umanesimo. E quando dico “nuovo umanesimo” non lo intendo solo come filosofia di vita, ma anche come una spiritualità, come uno stile di comportamento.

    Gli abitanti delle città e dei territori di frontiera – le società, le comunità, le Chiese – sono chiamati ad essere i primi attori di questa svolta, grazie alle continue opportunità di incontro che la storia offre loro. Le frontiere, da sempre considerate come barriere di divisione, possono invece diventare “finestre”, spazi di mutua conoscenza, di arricchimento reciproco, di comunione nella diversità; possono diventare luoghi in cui si sperimentano modelli per superare le difficoltà che i nuovi arrivi comportano per le comunità autoctone.

    Vi incoraggio a continuare a lavorare insieme per la cultura dell’incontro e della solidarietà. Il Signore benedica i vostri sforzi in questo senso, e la Madonna protegga voi e le persone per cui lavorate. Io prego per voi, e voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Che il Signore benedica tutti voi, il vostro lavoro e i vostri sforzi per andare avanti in questa direzione. Grazie.

  16. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Cortile San Damaso
    Mercoledì, 9 settembre 2020

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    Catechesi - “Guarire il mondo”: 6. Amore e bene comune

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    La crisi che stiamo vivendo a causa della pandemia colpisce tutti; possiamo uscirne migliori se cerchiamo tutti insieme il bene comune;al contrario, usciremo peggiori. Purtroppo, assistiamo all’emergere di interessi di parte. Per esempio, c’è chi vorrebbe appropriarsi di possibili soluzioni, come nel caso dei vaccini e poi venderli agli altri. Alcuni approfittano della situazione per fomentare divisioni: per cercare vantaggi economici o politici, generando o aumentando conflitti. Altri semplicemente non si interessano della sofferenza altrui, passano oltre e vanno per la loro strada (cfr Lc 10,30-32). Sono i devoti di Ponzio Pilato, se ne lavano le mani.

    La risposta cristiana alla pandemia e alle conseguenti crisi socio-economiche si basa sull’amore, anzitutto l’amore di Dio che sempre ci precede (cfr 1 Gv 4,19). Lui ci ama per primo, Lui sempre ci precede nell’amore e nelle soluzioni. Lui ci ama incondizionatamente, e quando accogliamo questo amore divino, allora possiamo rispondere in maniera simile. Amo non solo chi mi ama: la mia famiglia, i miei amici, il mio gruppo, ma anche quelli che non mi amano, amo anche quelli che non mi conoscono, amo anche quelli che sono stranieri, e anche quelli che mi fanno soffrire o che considero nemici (cfr Mt 5,44). Questa è la saggezza cristiana, questo è l’atteggiamento di Gesù. E il punto più alto della santità, diciamo così, è amare i nemici, e non è facile. Certo, amare tutti, compresi i nemici, è difficile – direi che è un’arte! Però un’arte che si può imparare e migliorare. L’amore vero, che ci rende fecondi e liberi, è sempre espansivo e inclusivo. Questo amore cura, guarisce e fa bene. Tante volte fa più bene una carezza che tanti argomenti, una carezza di perdono e non tanti argomenti per difendersi. È l’amore inclusivo che guarisce.

    Dunque, l’amore non si limita alle relazioni fra due o tre persone, o agli amici, o alla famiglia, va oltre. Comprende i rapporti civici e politici (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1907-1912), incluso il rapporto con la natura (Enc. Laudato si’ [LS], 231). Poiché siamo esseri sociali e politici, una delle più alte espressioni di amore è proprio quella sociale e politica, decisiva per lo sviluppo umano e per affrontare ogni tipo di crisi (ibid., 231). Sappiamo che l’amore feconda le famiglie e le amicizie; ma è bene ricordare che feconda anche le relazioni sociali, culturali, economiche e politiche, permettendoci di costruire una “civiltà dell’amore”, come amava dire San Paolo VI [1] e, sulla scia, San Giovanni Paolo II. Senza questa ispirazione, prevale la cultura dell’egoismo, dell’indifferenza, dello scarto, cioè scartare quello a cui io non voglio bene, quello che io non posso amare o coloro che a me sembra sono inutili nella società. Oggi all’entrata una coppia mi ha detto: “Preghi per noi perché abbiamo un figlio disabile”. Io ho domandato: “Quanti anni ha? – Tanti – E cosa fate? – Noi lo accompagniamo, lo aiutiamo”. Tutta una vita dei genitori per quel figlio disabile. Questo è amore. E i nemici, gli avversari politici, secondo la nostra opinione, sembrano essere disabili politici e sociali, ma sembrano. Solo Dio sa se lo sono o no. Ma noi dobbiamo amarli, dobbiamo dialogare, dobbiamo costruire questa civiltà dell’amore, questa civiltà politica, sociale, dell’unità di tutta l’umanità. Tutto ciò è l’opposto di guerre, divisioni, invidie, anche delle guerre in famiglia. L’amore inclusivo è sociale, è familiare, è politico: l’amore pervade tutto!

    Il coronavirus ci mostra che il vero bene per ciascuno è un bene comune non solo individuale e, viceversa, il bene comune è un vero bene per la persona (cfr CCC, 1905-1906). Se una persona cerca soltanto il proprio bene è un egoista. Invece la persona è più persona, quando il proprio bene lo apre a tutti, lo condivide. La salute, oltre che individuale, è anche un bene pubblico. Una società sana è quella che si prende cura della salute di tutti.

    Un virus che non conosce barriere, frontiere o distinzioni culturali e politiche deve essere affrontato con un amore senza barriere, frontiere o distinzioni. Questo amore può generare strutture sociali che ci incoraggiano a condividere piuttosto che a competere, che ci permettono di includere i più vulnerabili e non di scartarli, e che ci aiutano ad esprimere il meglio della nostra natura umana e non il peggio. Il vero amore non conosce la cultura dello scarto, non sa cosa sia. Infatti, quando amiamo e generiamo creatività, quando generiamo fiducia e solidarietà, è lì che emergono iniziative concrete per il bene comune.[2] E questo vale sia a livello delle piccole e grandi comunità, sia a livello internazionale. Quello che si fa in famiglia, quello che si fa nel quartiere, quello che si fa nel villaggio, quello che si fa nella grande città e internazionalmente è lo stesso: è lo stesso seme che cresce e dà frutto. Se tu in famiglia, nel quartiere cominci con l’invidia, con la lotta, alla fine ci sarà la “guerra”. Invece, se tu incominci con l’amore, a condividere l’amore, il perdono, allora ci sarà l’amore e il perdono per tutti.

    Al contrario, se le soluzioni alla pandemia portano l’impronta dell’egoismo, sia esso di persone, imprese o nazioni, forse possiamo uscire dal coronavirus, ma certamente non dalla crisi umana e sociale che il virus ha evidenziato e accentuato. Quindi, state attenti a non costruire sulla sabbia (cfr Mt 7,21-27)! Per costruire una società sana, inclusiva, giusta e pacifica, dobbiamo farlo sopra la roccia del bene comune.[3]Il bene comune è una roccia. E questo è compito di tutti noi, non solo di qualche specialista. San Tommaso d’Aquino diceva che la promozione del bene comune è un dovere di giustizia che ricade su ogni cittadino. Ogni cittadino è responsabile del bene comune. E per i cristiani è anche una missione. Come insegna Sant’Ignazio di Loyola, orientare i nostri sforzi quotidiani verso il bene comune è un modo di ricevere e diffondere la gloria di Dio.

    Purtroppo, la politica spesso non gode di buona fama, e sappiamo il perché. Questo non vuol dire che i politici siano tutti cattivi, no, non voglio dire questo. Soltanto dico che purtroppo la politica spesso non gode di buona fama. Ma non bisogna rassegnarsi a questa visione negativa, bensì reagire dimostrando con i fatti che è possibile, anzi, doverosa una buona politica,[4] quella che mette al centro la persona umana e il bene comune. Se voi leggete la storia dell’umanità troverete tanti politici santi che sono andati per questa strada. È possibile nella misura in cui ogni cittadino e, in modo particolare, chi assume impegni e incarichi sociali e politici, radica il proprio agire nei principi etici e lo anima con l’amore sociale e politico. I cristiani, in modo particolare i fedeli laici, sono chiamati a dare buona testimonianza di questo e possono farlo grazie alla virtù della carità, coltivandone l’intrinseca dimensione sociale.

    È dunque tempo di accrescere il nostro amore sociale – voglio sottolineare questo: il nostro amore sociale –  contribuendo tutti, a partire dalla nostra piccolezza. Il bene comune richiede la partecipazione di tutti. Se ognuno ci mette del suo, e se nessuno viene lasciato fuori, potremo rigenerare relazioni buone a livello comunitario, nazionale, internazionale e anche in armonia con l’ambiente (cfr LS, 236). Così nei nostri gesti, anche quelli più umili, si renderà visibile qualcosa dell’immagine di Dio che portiamo in noi, perché Dio è Trinità, Dio è amore. Questa è la più bella definizione di Dio della Bibbia. Ce la dà l’apostolo Giovanni, che tanto amava Gesù: Dio è amore. Con il suo aiuto, possiamo guarire il mondo lavorando tutti insieme per il bene comune,non solo per il proprio bene, ma per il bene comune, di tutti.



    [1] Messaggio per la X Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 1977: AAS68 (1976), 709.

    [2] Cfr S. Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 38.

    [3] Ibid., 10.

    [4] Cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2019 (8 dicembre 2018).
     


    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française. La recherche du bien commun, dont nos sociétés ont tant besoin, demande la participation de chacun. Faisons grandir en nos cœurs l’amour pour la société dans laquelle nous vivons. Agissons dans le souci du bien de nos frères dans nos gestes quotidiens, et rendons ainsi témoignage de l’amour de Dieu qui nous habite. Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese. La ricerca del bene comune, di cui le nostre società hanno tanto bisogno, richiede la partecipazione di tutti. Facciamo crescere nei nostri cuori l’amore per la società in cui viviamo. Agiamo preoccupandoci del bene dei nostri fratelli nelle nostre azioni quotidiane, e rendiamo così testimonianza dell'amore di Dio che abita in noi. Dio vi benedica!]

    I cordially greet the English-speaking faithful. May the Lord’s grace sustain all of you in bringing the Father’s love to our brothers and sisters, especially those most in need. Upon all of you and your families I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua inglese. La grazia del Signore vi sostenga nel portare l’amore del Padre ai fratelli e alle sorelle, specialmente ai più bisognosi. Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace di Cristo. Dio vi benedica!]

    Von Herzen grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. Die selige Jungfrau Maria, deren Geburtsfest wir gestern begangen haben, zeigt uns, dass der Herr Großes an denen tut, die demütig seinem Willen folgen. Sie helfe uns, aus diesem Bewusstsein zu leben, um die Liebe Gottes in der Welt zu verbreiten.

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua tedesca. La Beata Vergine Maria, di cui ieri abbiamo celebrato la Natività, ci mostra che il Signore fa grandi cose in coloro che umilmente seguono la sua volontà. Ella ci aiuti a vivere in questa consapevolezza per diffondere nel mondo l’amore di Dio.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a Dios, Trinidad de amor, que nos ayude a cultivar la virtud de la caridad, a través de gestos de ternura, gestos de cercanía hacia nuestros hermanos. Así, con su ayuda, podremos curar el mundo, trabajando unidos por el bien común. Que el Señor los bendiga a todos.

    Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos e ouvintes de língua portuguesa, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus. Ele desafia-nos a sair do nosso mundo limitado e estreito para buscarmos juntos o bem comum. O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù. Egli ci sfida a uscire dal nostro mondo piccolo e ristretto per cercare insieme il bene comune. Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

    أُحيّي جميعَ المؤمنينَ الناطقينَ باللغةِ العربية. في مجتمعٍ قلقٍ بشكلٍ متزايدٍ من التحديّاتِ الكبيرةِ التي تتحدى الإنسانَ المعاصر، أنتم الفتيانَ والشبابَ والطلابَ والمعلمينَ الذين عدتم إلى المدرسةِ في هذه الأيام، كونوا صانعينَ حقيقيينَ للمستقبل. ليساعدْكُم الربُّ يسوع حتى تصبحوا أبطالَ عالمٍ أكثرَ صدقاً وعدلاً وأُخوّةً وأَكثرَ ترحيباً وتضامنًا، حيث يمكن أن ينتصرَ السلامُ بينَ الناسِ الذين يرفضون جميعَ أشكالِ العنف. ليباركْكُم الرّبُّ جميعًا ويحرسْكُم دائمًا من كلِّ شر!

    [Saluto i fedeli di lingua araba. In una società sempre più sconvolta da grandi sfide che interpellano l’uomo contemporaneo, voi studenti e insegnanti, che in questi giorni siete tornati a scuola, siate i veri artefici del futuro. Possa il Signore aiutarvi a diventare protagonisti di un mondo più giusto e fraterno, più accogliente e solidale, dove la pace possa trionfare nel rifiuto di ogni forma di violenza. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków. Wczoraj obchodziliśmy święto Narodzenia Najświętszej Maryi Panny, nazywane w Polsce „świętem Matki Boskiej Siewnej”. Poświęcając ziarno na tegoroczny zasiew, prosiliście w modlitwie, by wszyscy ludzie za przykładem Maryi przynosili plon stokrotny. Ona darowała światu bezcenny owoc: Jezusa, naszego Zbawiciela. My również jesteśmy powołani przez Boga, byśmy przynosili owoc poprzez dobre dzieła. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Ieri abbiamo celebrato la festa della Natività della Beata Vergine Maria, chiamata in Polonia anche “la festa della Madonna della Semina”. Facendo benedire il grano per la semina di quest’anno, avete pregato affinché tutti gli uomini ad imitazione di Maria fruttifichino il centuplo. Ella ha donato al mondo un frutto impagabile: Gesù, nostro Salvatore. Anche noi siamo chiamati da Dio a portare frutto, attraverso le opere buone. Sia lodato Gesù Cristo.]


    APPELLO

     

    Oggi si celebra la prima Giornata internazionale della tutela dell’educazione dagli attacchi, nell’ambito dei conflitti armati.

    Invito a pregare per gli studenti che vengono privati così gravemente del diritto all’educazione, a causa di guerre e terrorismo. Esorto la Comunità internazionale ad adoperarsi affinché vengano rispettati gli edifici che dovrebbero proteggere i giovani studenti. Non venga meno lo sforzo per garantire ad essi ambienti sicuri per la formazione, soprattutto in situazioni di emergenza umanitaria.

    * * *

    Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana, ed auguro che quest’incontro e la visita alle tombe degli Apostoli rinsaldino la vostra fede per una sempre più generosa testimonianza cristiana.

    Il mio pensiero va infine, come sempre, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica della Natività della Beata Vergine Maria. Il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita. Grazie.

  17. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 6 settembre 2020

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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo di questa domenica (cfr Mt18,15-20) è tratto dal quarto discorso di Gesù nel racconto di Matteo, conosciuto come discorso “comunitario” o “ecclesiale”. Il brano odierno parla della correzione fraterna, e ci invita a riflettere sulla duplice dimensione dell’esistenza cristiana: quella comunitaria, che esige la tutela della comunione, cioè dell’unità della Chiesa, e quella personale, che impone attenzione e rispetto per ogni coscienza individuale.

    Per correggere il fratello che ha sbagliato, Gesù suggerisce una pedagogia del recupero. E sempre la pedagogia di Gesù è pedagogia di recupero; Lui sempre cerca di recuperare, di salvare. E questa pedagogia di recupero è articolata in tre passaggi. In primo luogo dice: «Ammoniscilo fra te e lui solo» (v. 15), cioè non mettere in piazza il suo peccato. Si tratta di andare dal fratello con discrezione, non per giudicarlo ma per aiutarlo a rendersi conto di quello che ha fatto. Quante volte noi abbiamo avuto questa esperienza: qualcuno viene e ci dice: “Ma, senti, tu in questo hai sbagliato. Tu dovresti cambiare un po’ in questo”. Forse all’inizio ci arrabbiamo, ma poi ringraziamo, perché un gesto di fratellanza, di comunione, di aiuto, di recupero.

    E non è facile mettere in pratica questo insegnamento di Gesù, per diverse ragioni. C’è il timore che il fratello o la sorella reagisca male; a volte manca la confidenza sufficiente con lui o con lei… E altri motivi. Ma tutte le volte che noi abbiamo fatto questo, abbiamo sentito che era proprio la strada del Signore.

    Tuttavia, può avvenire che, malgrado le mie buone intenzioni, il primo intervento fallisca. In questo caso è bene non desistere e dire: “Ma si arrangi, me ne lavo le mani”. No, questo non è cristiano. Non desistere, ma ricorrere all’appoggio di qualche altro fratello o sorella. Gesù dice: «Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (v. 16). Questo è un precetto della legge mosaica (cfr Dt19,15). Sebbene possa sembrare contro l’accusato, in realtà serviva a tutelarlo da falsi accusatori. Ma Gesù va oltre: i due testimoni sono richiesti non per accusare e giudicare, ma per aiutare. “Ma mettiamoci d’accordo, tu ed io, andiamo a parlare a questo, a questa che sta sbagliando, che sta facendo una figuraccia. Ma andiamo da fratelli a parlargli”. Questo è l’atteggiamento del recupero che Gesù vuole da noi. Gesù infatti mette in conto che possa fallire anche questo approccio – il secondo approccio - con i testimoni, diversamente dalla legge mosaica, per la quale la testimonianza di due o tre era sufficiente per la condanna.

    In effetti, anche l’amore di due o tre fratelli può essere insufficiente, perché quello o quella sono testardi. In questo caso – aggiunge Gesù – «dillo alla comunità» (v. 17), cioè alla Chiesa. In alcune situazioni tutta la comunità viene coinvolta. Ci sono cose che non possono lasciare indifferenti gli altri fratelli: occorre un amore più grande per recuperare il fratello. Ma a volte anche questo può non bastare. E dice Gesù: «E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano» (ibid.). Questa espressione, in apparenza così sprezzante, in realtà invita a rimettere il fratello nelle mani di Dio: solo il Padre potrà mostrare un amore più grande di quello di tutti i fratelli messi insieme. Questo insegnamento di Gesù ci aiuta tanto, perché – pensiamo ad un esempio – quando noi vediamo uno sbaglio, un difetto, una scivolata, in quel fratello o quella sorella, di solito la prima cosa che facciamo è andare a raccontarlo agli altri, a chiacchierare. E le chiacchiere chiudono il cuore alla comunità, chiudono l’unità della Chiesa. Il grande chiacchierone è il diavolo, che sempre va dicendo le cose brutte degli altri, perché lui è il bugiardo che cerca di disunire la Chiesa, di allontanare i fratelli e non fare comunità. Per favore, fratelli e sorelle, facciamo uno sforzo per non chiacchierare. Il chiacchiericcio è una peste più brutta del Covid! Facciamo uno sforzo: niente chiacchiere. È l’amore di Gesù, che ha accolto pubblicani e pagani, scandalizzando i benpensanti dell’epoca. Non si tratta perciò di una condanna senza appello, ma del riconoscimento che a volte i nostri tentativi umani possono fallire, e che solo il trovarsi davanti a Dio può mettere il fratello di fronte alla propria coscienza e alla responsabilità dei suoi atti. Se la cosa non va, silenzio e preghiera per il fratello e per la sorella che sbagliano, ma mai il chiacchiericcio.

    La Vergine Maria ci aiuti a fare della correzione fraterna una sana abitudine, affinché nelle nostre comunità si possano instaurare sempre nuove relazioni fraterne, fondate sul perdono reciproco e soprattutto sulla forza invincibile della misericordia di Dio.


    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni.

    In particolare, saluto i seminaristi del Pontificio Collegio Nord Americano di Roma; e quelli del Seminario Maggiore di Lubiana (Slovenia). Saluto gli adolescenti di Cernusco sul Naviglio e quelli di Chiuso e di Maggianico – con i fazzoletti gialli – che si preparano alla professione di fede. Esorto tutti a stringersi sempre più a Gesù, Pietra angolare e buon Pastore.

    Saluto le donne atlete, affette da sclerosi multipla, che hanno percorso la via Francigena da Siena a Roma; e i ragazzi di Santo Stefano Lodigiano, venuti in bicicletta per una iniziativa benefica. Entrambi questi gruppi sono stati coraggiosi; andate avanti con gioia e con fiducia!

    Saluto anche i fedeli di altri Paesi; vedo che ci sono dei polacchi, dei libanesi, dei francesi, dei messicani. Saluto tutti voi! Anche voi, coraggiosi, dell’Immacolata: avanti!

    A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  18. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'INIZIATIVA SPORTIVA SOLIDALE "WE RUN TOGETHER"

    Sabato, 5 settembre 2020

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    Care amiche e cari amici sportivi, buongiorno, un’altra volta!

    Insieme, il 20 maggio scorso, abbiamo lanciato l’iniziativa sportiva solidale We Run Together, come sostegno e ringraziamento per due realtà in prima linea nell’assistere i malati di coronavirus: l’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo e la Fondazione Poliambulanza di Brescia. Oggi una rappresentanza del loro personale è qui presente. Benvenuti! E salutando voi, saluto tutti i vostri colleghi d’Italia e del mondo intero, che lavorano con sacrificio accanto ai malati. Dio vi renda merito per il vostro impegno!

    E oggi desidero ringraziare anche tanti atleti di vari Paesi, che hanno offerto vari oggetti sportivi per l’asta solidale. Mi ha fatto molto piacere sapere che alcuni atleti hanno anche aperto la porta della loro casa per la gioia di un incontro diretto. E questo è importante: aprire la porta della propria casa è aprire il cuore. È un segnale [per dire]: “Ti apro il cuore”.

    In effetti, l’iniziativa We Run Together ha fatto incontrare sullo stesso piano di dignità umana e sportiva campioni famosi e altri campioni che portano una disabilità e che così fanno onore allo sport. Uno sport inclusivo, fraterno, capace anche di guarire ferite, di costruire ponti, costruire amicizia sociale. Questo, soprattutto per i più giovani, è un messaggio eloquente. E un vero sport, ha sempre quella dimensione di amatorialità, l’amateur… È gratuito. Il Cardinale [Ravasi] ha detto la parola “gratuità”. È proprio dello sport amateur.

    Sono contento che voi di “Athletica Vaticana” portiate avanti questo modo di vivere lo sport. Continuate così! E auspico che possiate realizzare appena possibile il Meeting che era previsto per la scorsa primavera, in collaborazione con la Guardia di Finanza, il “Cortile dei Gentili” e la Fidal Lazio. Intanto, mi fa piacere offrire in un nuovo libro della Libreria Editrice Vaticana alcuni miei interventi sul tema dello sport.

    Grazie a tutti per quello che fate e per questo incontro. Con l’aiuto di Dio, we run together, corriamo insieme, per la fraternità e la dignità umana. Grazie!

     

  19. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    A UN GRUPPO DI ESPERTI CHE COLLABORANO
    CON LA CONFERENZA DEI VESCOVI DI FRANCIA
    SUL TEMA DELLA LAUDATO SI’

    Giovedì, 3 settembre 2020

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    Discorso del Santo Padre a braccio

    Discorso preparato dal Santo Padre e consegnato durante l'incontro


     DISCORSO DEL SANTO PADRE

     

    Ringrazio tutti voi, de vôtre visite e ringrazio il Signor Presidente dell’Episcopato.

    Vedo che ognuno di voi ha la traduzione di quello che io dirò. E parte della conversione ecologica è non perdere tempo. E per questo il testo ufficiale lo avete. Adesso io preferisco parlare spontaneamente. L’originale lo consegno.

    Vorrei incominciare con un pezzo di storia. Nel 2007 c’è stata la Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano in Brasile, ad Aparecida. Io ero nel gruppo dei redattori del documento finale, e arrivavano proposte sull’Amazzonia. Io dicevo: “Ma questi brasiliani, come stufano con questa Amazzonia! Cosa c’entra l’Amazzonia con l’evangelizzazione?”. Questo ero io nel 2007. Poi, nel 2015 è uscita la Laudato si’. Io ho avuto un percorso di conversione, di comprensione del problema ecologico. Prima non capivo nulla!

    Quando sono andato a Strasburgo, all’Unione Europea, il presidente Hollande ha inviato, per ricevermi, il Ministro dell’ambiente, Ségolène Royale. Abbiamo parlato in aeroporto… All’inizio poco, perché c’era già il programma, ma dopo, alla fine, prima di partire, abbiamo dovuto aspettare un po’ di tempo e abbiamo parlato di più. E la Signora Ségolène Royale mi ha detto questo: “E’ vero che Lei sta scrivendo qualcosa sull’ecologia? - c’était vrai! - Per favore, la pubblichi prima dell’incontro di Parigi!”.

    Io ho chiamato l’equipe che la stava facendo – perché voi sappiate che questa non l’ho scritto io di mio pugno, è stata un’équipe di scienziati, un’équipe di teologi e tutti insieme abbiamo fatto questa riflessione – chiamai questa équipe e dissi: “Questo deve uscire prima dell’incontro di Parigi” – “Ma perché?” – “Per fare pressione”. Da Aparecida a Laudato si’ per me stato un cammino interiore.

    Quando ho incominciato a pensare a questa Enciclica, chiamai gli scienziati – un bel gruppo – e ho detto loro: “Ditemi le cose che sono chiare e che sono provate e non ipotesi, le realtà”. E loro hanno portato queste cose che voi oggi leggete lì. Poi, chiamai un gruppo di filosofi e teologi [e dissi loro]: “Io vorrei fare una riflessione su questo. Lavorate voi e dialogate con me”. E loro hanno fatto il primo lavoro, poi sono intervenuto io. E, alla fine, la redazione finale l’ho fatta io. Questa è l’origine.

    Ma voglio sottolineare questo: dal non capire nulla, ad Aparecida, nel 2007, all’Enciclica. Di questo mi piace dare testimonianza. Dobbiamo lavorare perché tutti abbiano questo cammino di conversione ecologica.

    Poi è venuto il Sinodo sull’Amazzonia. Quando sono andato in Amazzonia, ho trovato tanta gente lì. Sono andato a Puerto Maldonado, nell’Amazzonia peruviana. Ho parlato con la gente, con tante culture indigene differenti. Poi ho pranzato con 14 capi loro, tutti con le piume, vestiti come da tradizione. Parlavano con un linguaggio di saggezza e di intelligenza molto alto! Non solo di intelligenza, ma di saggezza. E poi domandai: “E lei cosa fa?” – “Io sono professore all’università”. Un indigeno che lì portava le piume, ma all’università andava in borghese. “E lei signora?” – “Io sono la responsabile del ministero dell’educazione di tutta questa regione”. E così, uno dopo l’altro. E poi una ragazza: “Io sono studentessa di scienze politiche”. E qui ho visto che era necessario eliminare l’immagine degli indigeni che noi vediamo soltanto con le frecce. Ho scoperto, fianco a fianco, la saggezza dei popoli indigeni, anche la saggezza del “buon vivere”, come lo chiamano loro. Il “buon vivere” non è la dolce vita, no, nel dolce far niente, no. Il buon vivere è vivere in armonia con il creato. E questa saggezza del buon vivere noi l’abbiamo persa. I popoli originari ci portano questa porta aperta. E alcuni vecchi dei popoli originari dell’Ovest del Canada, si lamentano che i loro nipoti vanno in città e prendono le cose moderne e dimenticano le radici. E questo dimenticare le radici è un dramma non solo degli aborigeni, ma della cultura contemporanea.

    E così, trovare questa saggezza che forse noi abbiamo perso con troppa intelligenza. Noi – è peccato – siamo “macrocefali”: tante nostre università ci insegnano idee, concetti… Siamo eredi del liberalismo, dell’illuminismo… E abbiamo perso l’armonia dei tre linguaggi. Il linguaggio della testa: pensare; il linguaggio del cuore: sentire; il linguaggio delle mani: fare. E portare questa armonia, che ognuno pensi quello che sente e fa; che ognuno senta quello che pensa e fa; che ognuno faccia quello che sente e pensa. Questa è l’armonia della saggezza. Non è un po’ la disarmonia – ma questo non lo dico in senso peggiorativo – delle specializzazioni. Ci vogliono gli specialisti, ci vogliono, a patto che siano radicati nella saggezza umana. Gli specialisti, sradicati da questa saggezza, sono dei robot.

    L’altro giorno una persona mi domandava, parlando dell’intelligenza artificiale – noi abbiamo nel Dicastero della Cultura un gruppo di studio di livello molto, molto alto sull’’intelligenza artificiale –: “Ma l’intelligenza artificiale, potrà fare tutto?” – “I robot futuri potranno fare tutto, tutto quello che fa una persona. Ma tranne che cosa? – ho detto io – quale cosa non potranno fare?”. E lui ha riflettuto un po’ e mi ha detto: “Soltanto una cosa non potranno avere: la tenerezza”. E la tenerezza è come la speranza. Come dice Péguy, sono delle virtù umili. Sono delle virtù che accarezzano, che non affermano… E credo – vorrei sottolinearlo – che, nella nostra conversione ecologica, dobbiamo lavorare su questa ecologia umana; lavorare sulla nostra tenerezza e capacità di accarezzare… Tu, con i tuoi figli… La capacità di accarezzare, che è una cosa del vivere bene in armonia.

    Inoltre, c’è un’altra cosa che vorrei dire sull’ecologia umana. La conversione ecologica ci fa vedere l’armonia generale, la correlazione di tutto: tutto è correlato, tutto è in relazione. Nelle nostre società umane, abbiamo perso questo senso della correlazione umana. Sì, ci sono associazioni, ci sono gruppi – come il vostro – che si riuniscono per fare una cosa… Ma mi riferisco a quella relazione fondamentale che crea l’armonia umana. E tante volte abbiamo perso il senso delle radici, dell’appartenenza. Il senso dell’appartenenza. Quando un popolo perde il senso delle radici, perda la propria identità. – Ma no! Noi siamo moderni! Andiamo a pensare ai nostri nonni, ai nostri bisnonni… Cose vecchie! – Ma c’è un’altra realtà che è la storia; c’è l’appartenenza a una tradizione, a una umanità, a un modo di vivere… Per questo è molto importante oggi curare questo, curare le radici della nostra appartenenza, perché i frutti siano buoni.

    Per questo oggi più che mai è necessario il dialogo fra i nonni e i nipoti. Questo può sembrare un po’ strano, ma se un giovane – voi siete tutti giovani qui – non ha il senso di un rapporto con i nonni, il senso delle radici, non avrà la capacità di portare avanti la propria storia, l’umanità, e dovrà finire a scendere a patti, a compromessi, con le circostanze. L’armonia umana non tollera i patti di compromesso. Sì, la politica umana – che è un’altra arte e necessaria – la politica umana si fa così, con dei compromessi perché può mandare avanti tutti. Ma l’armonia no. Se tu non hai radici l’albero non andrà avanti. C’è un poeta argentino, Francisco Luis Bernárdez – è morto già, è uno dei nostri grandi poeti – che dice: “Todo lo que el árbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado”.Se l’armonia umana dà dei frutti è perché ha delle radici.

    E perché il dialogo con i nonni? Posso parlare con i genitori, questo è molto importante!, parlare con i genitori è molto importante. Ma i nonni hanno qualcosa di più, come il buon vino. Il buon vino più invecchia più è buono. Voi francesi conoscete queste cose, no? I nonni hanno quella saggezza. Mi ha sempre colpito quel passo del Libro di Gioele: “I nonni sogneranno. I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. I giovani sono dei profeti. I vecchi sono dei sognatori. Sembra il contrario, ma è così! A patto che i vecchi e i nonni si parlino. E questa è l’ecologia umana.

    Mi spiace, ma dobbiamo finire, perché il Papa anche è schiavo dell’orologio! Ma ho voluto dire questa testimonianza della mia storia, queste cose, per andare avanti. E la parola-chiave è armonia. E la parola-chiave umana è tenerezza, capacità di accarezzare. La struttura umana è una delle tante strutture politiche che sono necessarie. La struttura umana è il dialogo tra i vecchi e i giovani.

    Vi ringrazio di quello che state facendo. Mi è piaciuto mandare questo [discorso scritto] al vostro archivio – lo leggerete dopo – e dire, dal cuore, quello che io sento. Mi è sembrato più umano. Vi auguro il meglio. Et priez pour moi. J’en ai besoin. Ce travail n’est pas facile. Et que le Seigneur benisse vous tous.


    Discorso del Santo Padre consegnato

    Eccellenza,
    Signore, Signori
    ,

    sono lieto di accogliervi e vi porgo un cordiale benvenuto a Roma. Ringrazio Monsignor de Moulins Beaufort per aver preso l’iniziativa di questo incontro, in seguito alle riflessioni che la Conferenza dei Vescovi di Francia ha svolto riguardo all’Enciclica Laudato si’, riflessioni a cui ha partecipato un certo numero di esperti impegnati per la causa ecologica.

    Facciamo parte di un’unica famiglia umana, chiamati a vivere in una casa comune di cui constatiamo, insieme, l’inquietante degrado. La crisi sanitaria che attraversa attualmente l’umanità ci ricorda la nostra fragilità. Comprendiamo fino a che punto siamo legati gli uni agli altri, inseriti in un mondo di cui condividiamo il divenire, e che maltrattarlo non può che comportare gravi conseguenze, non solo ambientali, ma anche sociali e umane.

    Rallegra il fatto che una presa di coscienza dell’urgenza della situazione si riscontri ormai un po’ dovunque, che il tema dell’ecologia impregni sempre più i modi di pensare a tutti i livelli e cominci a influire sulle scelte politiche ed economiche, anche se molto resta da fare e se assistiamo ancora a troppe lentezze e persino a passi indietro. Da parte sua, la Chiesa Cattolica intende partecipare pienamente all’impegno per la tutela della casa comune. Essa non ha soluzioni già pronte da proporre e non ignora le difficoltà delle questioni tecniche, economiche e politiche in gioco, né tutti gli sforzi che questo impegno comporta. Ma vuole agire concretamente là dove ciò è possibile, e vuole soprattutto formare le coscienze al fine di favorire una profonda e duratura conversione ecologica, che sola può rispondere alle sfide importanti cui dobbiamo far fronte.

    In merito a tale conversione ecologica, vorrei condividere con voi il modo in cui le convinzioni di fede offrono ai cristiani grandi motivazioni per la protezione della natura, come pure dei fratelli e delle sorelle più fragili, perché sono certo che la scienza e la fede, le quali propongono approcci diversi alla realtà, possono sviluppare un dialogo intenso e fecondo (cfr Enc. Laudato si’, 62).

    La Bibbia ci insegna che il mondo non è nato dal caos o dal caso, ma da una decisione di Dio che lo ha chiamato e sempre lo chiama all’esistenza, per amore. L’universo è bello e buono, e contemplarlo ci permette di intravedere la bellezza e la bontà infinite del suo Autore. Ogni creatura, anche la più effimera, è oggetto della tenerezza del Padre, che le dona un posto nel mondo. Il cristiano non può che rispettare l’opera che il Padre gli ha affidato, come un giardino da coltivare, da proteggere, da far crescere secondo le sue potenzialità. E se l’uomo ha il diritto di fare uso della natura per i propri fini, non può in alcun modo ritenersi suo proprietario o despota, ma solamente l’amministratore che dovrà rendere conto della sua gestione. In questo giardino che Dio ci offre, gli esseri umani sono chiamati a vivere in armonia nella giustizia, nella pace e nella fraternità, ideale evangelico proposto da Gesù (cfr LS, 82). E quando si considera la natura unicamente come oggetto di profitto e di interessi – una visione che consolida l’arbitrio del più forte – allora l’armonia si rompe e si verificano gravi disuguaglianze, ingiustizie e sofferenze.

    San Giovanni Paolo II affermava: «Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l'uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato» (Enc. Centesimus annus, 38). Tutto dunque è connesso. Sono la stessa indifferenza, lo stesso egoismo, la stessa cupidigia, lo stesso orgoglio, la stessa pretesa di essere il padrone e il despota del mondo che portano gli esseri umani, da una parte, a distruggere le specie e saccheggiare le risorse naturali, dall’altra, a sfruttare la miseria, abusare del lavoro delle donne e dei bambini, rovesciare le leggi della cellula familiare, non rispettare più il diritto alla vita umana dal concepimento fino al termine naturale.

    Pertanto, «se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali» (LS, 119). Quindi non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo, ed è guarendo il cuore dell’uomo che si può sperare di guarire il mondo dai suoi disordini sia sociali sia ambientali.

    Cari amici, vi rinnovo il mio incoraggiamento per i vostri sforzi in favore della tutela dell’ambiente. Mentre le condizioni del pianeta possono apparire catastrofiche e certe situazioni sembrano persino irreversibili, noi cristiani non perdiamo la speranza, perché abbiamo lo sguardo rivolto a Gesù Cristo. Egli è Dio, il Creatore in persona, venuto a visitare la sua creazione e ad abitare in mezzo a noi (cfr LS, 96-100), per guarirci, per farci ritrovare l’armonia che abbiamo perduto, armonia con i fratelli e armonia con la natura. «Non ci abbandona, non ci lascia soli, perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade» (LS, 245).

    Chiedo a Dio di benedirvi. E vi domando, per favore, di pregare per me.

  20. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Cortile San Damaso
    Mercoledì, 2 settembre 2020

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    Catechesi - “Guarire il mondo”: 5. La solidarietà e la virtù della fede

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Dopo tanti mesi riprendiamo il nostro incontro faccia a faccia e non schermo a schermo. Faccia a faccia. Questo è bello! L’attuale pandemia ha evidenziato la nostra interdipendenza: siamo tutti legati, gli uni agli altri, sia nel male che nel bene. Perciò, per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo farlo insieme. Insieme, non da soli, insieme. Da soli no, perché non si può! O si fa insieme o non si fa. Dobbiamo farlo insieme, tutti quanti, nella solidarietà. Questa parola oggi vorrei sottolinearla: solidarietà.

    Come famiglia umana abbiamo l’origine comune in Dio; abitiamo in una casa comune, il pianeta-giardino, la terra in cui Dio ci ha posto; e abbiamo una destinazione comune in Cristo.Ma quando dimentichiamo tutto questo, la nostra interdipendenza diventa dipendenza di alcuni da altri – perdiamo questa armonia dell’interdipendenza nella solidarietà – aumentando la disuguaglianza e l’emarginazione; si indebolisce il tessuto sociale e si deteriora l’ambiente. È sempre lo stesso modo di agire.

    Pertanto, il principio di solidarietà è oggi più che mai necessario, come ha insegnato San Giovanni Paolo II (cfr Enc. Sollicitudo rei socialis, 38-40).In un mondo interconnesso, sperimentiamo che cosa significa vivere nello stesso “villaggio globale”. È bella questa espressione: il grande mondo non è altra cosa che un villaggio globale, perché tutto è interconnesso. Però non sempre trasformiamo questa interdipendenza in solidarietà. C’è un lungo cammino fra l’interdipendenza e la solidarietà. Gli egoismi – individuali, nazionali e dei gruppi di potere – e le rigidità ideologiche alimentano al contrario «strutture di peccato» (ibid., 36).

    «La parola “solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. È di più! Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 188). Questo significa solidarietà. Non è solo questione di aiutare gli altri – questo è bene farlo, ma è di più –: si tratta di giustizia (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1938-1940). L’interdipendenza, per essere solidale e portare frutti, ha bisogno di forti radici nell’umano e nella natura creata da Dio, ha bisogno di rispetto dei volti e della terra.

    La Bibbia, fin dall’inizio, ci avverte. Pensiamo al racconto della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9), che descrive ciò che accade quando cerchiamo di arrivare al cielo – la nostra meta – ignorando il legame con l’umano, con il creato e con il Creatore. È un modo di dire: questo accade ogni volta che uno vuole salire, salire, senza tenere conto degli altri. Io solo! Pensiamo alla torre. Costruiamo torri e grattacieli, ma distruggiamo la comunità. Unifichiamo edifici e lingue, ma mortifichiamo la ricchezza culturale. Vogliamo essere padroni della Terra, ma roviniamo la biodiversità e l’equilibrio ecologico. Vi ho raccontato in qualche altra udienza di quei pescatori di San Benedetto del Tronto che sono venuti quest’anno e mi hanno detto: “Abbiamo tolto dal mare 24 tonnellate di rifiuti, dei quali la metà era plastica”. Pensate! Questi hanno lo spirito di prendere i pesci, sì, ma anche i rifiuti e portarli fuori per pulire il mare. Ma questo [inquinamento] è rovinare la terra, non avere solidarietà con la terra che è un dono e l’equilibrio ecologico.

    Ricordo un racconto medievale che descrive questa “sindrome di Babele”, che è quando non c’è solidarietà. Questo racconto medievale dice che, durante la costruzione della torre, quando un uomo cadeva – erano schiavi – e moriva nessuno diceva nulla, al massimo: “Poveretto, ha sbagliato ed è caduto”. Invece, se cadeva un mattone, tutti si lamentavano. E se qualcuno era il colpevole, era punito! Perché? Perché un mattone era costoso da fare, da preparare, da cuocere. C’era bisogno di tempo e di lavoro per fare un mattone. Un mattone valeva di più della vita umana. Ognuno di noi pensi cosa succede oggi. Purtroppo anche oggi può succedere qualcosa del genere. Cade qualche quota del mercato finanziario – lo abbiamo visto sui giornali in questi giorni – e la notizia è in tutte le agenzie. Cadono migliaia di persone a causa della fame, della miseria e nessuno ne parla.

    Diametralmente opposta a Babele è la Pentecoste, lo abbiamo sentito all’inizio dell’udienza (cfr At 2,1-3). Lo Spirito Santo, scendendo dall’alto come vento e fuoco, investe la comunità chiusa nel cenacolo, le infonde la forza di Dio, la spinge a uscire, ad annunciare a tutti Gesù Signore. Lo Spirito crea l’unità nella diversità, crea l’armonia. Nel racconto della Torre di Babele non c’era l’armonia; c’era quell’andare avanti per guadagnare. Lì, l’uomo era un mero strumento, mera “forza-lavoro”, ma qui, nella Pentecoste, ognuno di noi è uno strumento, ma uno strumento comunitario che partecipa con tutto sé stesso all’edificazione della comunità. San Francesco d’Assisi lo sapeva bene, e animato dallo Spirito dava a tutte le persone, anzi, alle creature, il nome di fratello o sorella (cfr LS, 11; cfr San Bonaventura, Legenda maior, VIII, 6: FF1145). Anche il fratello lupo, ricordiamo.

    Con la Pentecoste, Dio si fa presente e ispira la fede della comunità unita nella diversità e nella solidarietà. Diversità e solidarietà unite in armonia, questa è la strada. Una diversità solidale possiede gli “anticorpi” affinché la singolarità di ciascuno – che è un dono, unico e irripetibile – non si ammali di individualismo, di egoismo. La diversità solidale possiede anche gli anticorpi per guarire strutture e processi sociali che sono degenerati in sistemi di ingiustizia, in sistemi di oppressione (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 192). Quindi, la solidarietà oggi è la strada da percorrere verso un mondo post-pandemia, verso la guarigione delle nostre malattie interpersonali e sociali. Non ce n’è un’altra. O andiamo avanti con la strada della solidarietà o le cose saranno peggiori. Voglio ripeterlo: da una crisi non si esce uguali a prima. La pandemia è una crisi. Da una crisi si esce o migliori o peggiori. Dobbiamo scegliere noi. E la solidarietà è proprio una strada per uscire dalla crisi migliori, non con cambiamenti superficiali, con una verniciata così e tutto è a posto. No. Migliori!

    Nel mezzo della crisi, una solidarietà guidata dalla fede ci permette di tradurre l’amore di Dio nella nostra cultura globalizzata, non costruendo torri o muri – e quanti muri si stanno costruendo oggi - che dividono, ma poi crollano, ma tessendo comunità e sostenendo processi di crescita veramente umana e solida. E per questo aiuta la solidarietà. Faccio una domanda: io penso ai bisogni degli altri? Ognuno si risponda nel suo cuore.

    Nel mezzo di crisi e tempeste, il Signore ci interpella e ci invita a risvegliare e attivare questa solidarietà capace di dare solidità, sostegno e un senso a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Possa la creatività dello Spirito Santo incoraggiarci a generare nuove forme di familiare ospitalità, di feconda fraternità e di universale solidarietà. Grazie.


    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française. En ces temps difficiles que nous traversons je vous encourage à répondre dans la foi aux appels que l’Esprit-Saint nous adresse à faire preuve de solidarité envers les personnes que nous rencontrons et qui comptent sur notre soutien fraternel. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto di cuore i pellegrini di lingua francese. In questi tempi difficili che stiamo attraversando, vi incoraggio a rispondere nella fede agli appelli che lo Spirito Santo ci rivolge, affinché diamo prova di solidarietà verso le persone che incontriamo e che contano sul nostro sostegno fraterno. Dio vi benedica!]

    I cordially greet the English-speaking faithful. My thoughts turn especially to young people returning to school in the coming weeks. Upon all of you and your families I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua inglese. Il mio pensiero va in modo particolare ai giovani che riprenderanno la scuola nelle prossime settimane. Su voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace di Cristo. Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. Es freut mich sehr, dass bei den Generalaudienzen nun wieder eine persönliche Begegnung von Angesicht zu Angesicht möglich ist. Solche Unmittelbarkeit brauchen wir als soziale Wesen und sie tut unserer Seele gut. Bitten wir den Herrn, dass die Krise die Menschheit nicht entzweit, sondern immer näher zusammenrücken lässt.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua tedesca. Sono molto contento che ora di nuovo è possibile un incontro personale faccia a faccia nelle Udienze generali. Come esseri sociali abbiamo bisogno di una tale immediatezza che fa bene all'anima. Preghiamo il Signore affinché la crisi, per tutta l’umanità, non sia motivo di divisione, ma di unità e solidarietà.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. He visto varias banderas españolas ahí, bienvenidos. Y también latinoamericanas de esta parte, así que no se enojan. Pido al Señor que nos conceda la gracia de una solidaridad guiada por la fe, para que el amor a Dios nos mueva a generar nuevas formas de hospitalidad familiar, de fraternidad fecunda y de acogida a los hermanos más frágiles, especialmente a los descartados por nuestras sociedades globalizadas. Que Dios los bendiga.

    Dirijo uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa, convidando a nunca vos cansardes de invocar o Espírito Santo, artífice da unidade da Igreja e entre os homens, para que nos ajude a buscar sempre o diálogo com todas as pessoas de boa vontade, para construirmos um mundo de paz e solidariedade. Que Deus vos abençoe a vós e a vossos entes queridos!

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese, invitando a non stancarvi mai di invocare lo Spirito Santo, artefice dell’unità nella Chiesa e fra gli uomini, affinché ci aiuti a cercare sempre il dialogo con tutte le persone di buona volontà, per costruire un mondo di pace e solidarietà. Dio benedica voi e quanti vi sono cari!]

    أُحيّي جميعَ المؤمنينَ الناطقينَ باللغةِ العربية. وسطَ الأزماتِ والعواصف، يُكلمُنا الرّبُّ يسوع ويدعونا لنستيقظَ ونُنشِطَ هذا التضامنَ القادرَ على إعطاءِ المتانةِ والدعمِ والمعنى لهذا الوقتِ الذي يبدو فيه أنّ كلَّ شيءٍ قد غرق. ليت إبداعاتِ الروحِ القدس تُشجعُنا على ابتكارِ أشكالٍ جديدةٍ من الضيافةِ العائليةِ والأخوّةِ المثمرةِ والتضامنِ العالمي الشامل. ليباركْكُم الرّبُّ جميعًا ويحرسْكُم دائمًا من كلِّ شر!

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Nel mezzo di crisi e tempeste, il Signore ci interpella e ci invita a risvegliare e attivare questa solidarietà capace di dare solidità, sostegno e un senso a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Possa la creatività dello Spirito Santo incoraggiarci a generare nuove forme di familiare ospitalità, di feconda fraternità e di universale solidarietà. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam Polaków. Drodzy bracia i siostry, w minionych dniach w Polsce obchodzono 40-lecie Porozumień, które – jako owoc solidarności uciśnionych – dały początek Związkowi Zawodowemu „Solidarność” i historycznym przemianom politycznym w waszym kraju i w Europie Środkowej. Dziś mówimy o solidarności w kontekście pandemii. Zawsze aktualne jest to, co powiedział św. Jan Paweł II: „Nie ma solidarności bez miłości. Więcej, nie ma przyszłości człowieka i narodu bez miłości, […] która służy, zapomina o sobie i gotowa jest do wspaniałomyślnego dawania”. Drodzy bracia i siostry, bądźcie wierni tej miłości! Z serca wam błogosławię.

    [ Saluto cordialmente i polacchi. Cari fratelli e sorelle, nei giorni scorsi in Polonia si è celebrato il 40° anniversario degli Accordi che – a partire dalla solidarietà degli oppressi – diedero inizio al Sindacato “Solidarnosc” e a storici cambiamenti politici nel vostro Paese e nell’Europa Centrale. Oggi parliamo di solidarietà nel contesto della pandemia. Ed è sempre attuale quanto ha detto San Giovanni Paolo II: «Non c’è solidarietà senza amore. Anzi, non c’è la felicità, non c’è il futuro dell’uomo e della nazione senza amore[…] ; l’amore che è a servizio, che è dimentico di sé ed è disposto a donare con generosità» (cf. Sopot, 5.06.1999). Cari fratelli e sorelle, siate fedeli a questo amore! Vi benedico di cuore.]

    APPELLO PER IL LIBANO

     

    Cari fratelli e sorelle, a un mese dalla tragedia che ha colpito la città di Beirut, il mio pensiero va ancora al caro Libano e alla sua popolazione particolarmente provata. E questo sacerdote che è qui, ha portato la bandiera del Libano a questa udienza.

    Come San Giovanni Paolo II disse trent’anni fa in un momento cruciale della storia del Paese, anche io quest’oggi ripeto: «Di fronte ai ripetuti drammi, che ciascuno degli abitanti di questa terra conosce, noi prendiamo coscienza dell’estremo pericolo che minaccia l’esistenza stessa del Paese. Il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine» (Lettera apostolica a tutti i Vescovi della Chiesa cattolica sulla situazione nel Libano, 7 settembre 1989).

    Per oltre cento anni, il Libano è stato un Paese di speranza. Anche durante i periodi più bui della sua storia, i libanesi hanno conservato la loro fede in Dio e dimostrato la capacità di fare della loro terra un luogo di tolleranza, di rispetto, di convivenza unico nella regione. È profondamente vera l’affermazione che il Libano rappresenta qualcosa di più di uno Stato: il Libano «è un messaggio di libertà, è un esempio di pluralismo tanto per l’Oriente quanto per l’Occidente» (ibid.). Per il bene stesso del Paese, ma anche del mondo, non possiamo permettere che questo patrimonio vada disperso.

    Incoraggio tutti i libanesi a continuare a sperare e a ritrovare le forze e le energie necessarie per ripartire. Domando ai politici e ai leader religiosi di impegnarsi con sincerità e trasparenza nell’opera di ricostruzione, lasciando cadere gli interessi di parte e guardando al bene comune e al futuro della nazione. Rinnovo altresì l’invito alla Comunità internazionale a sostenere il Paese per aiutarlo ad uscire dalla grave crisi, senza essere coinvolto nelle tensioni regionali.

    In modo particolare mi rivolgo agli abitanti di Beirut, duramente provati dall’esplosione: riprendete coraggio, fratelli! La fede e la preghiera siano la vostra forza. Non abbandonate le vostre case e la vostra eredità, non fate cadere il sogno di quelli che hanno creduto nell’avvenire di un Paese bello e prospero.

    Cari pastori, vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate, laici, continuate ad accompagnare i vostri fedeli. E a voi, vescovi e sacerdoti, chiedo zelo apostolico; vi chiedo povertà, niente lusso, povertà con il vostro povero popolo che sta soffrendo. Date voi l’esempio di povertà e di umiltà. Aiutate i vostri fedeli e il vostro popolo a rialzarsi ed essere protagonisti di una nuova rinascita. Siate tutti operatori di concordia e rinnovamento nel nome dell’interesse comune, di una vera cultura dell’incontro, del vivere insieme nella pace, di fratellanza. Una parola tanto cara a San Francesco: fratellanza. Che questa concordia sia un rinnovamento nell’interesse comune. Su questo fondamento si potrà assicurare la continuità della presenza cristiana e il vostro inestimabile contributo al Paese, al mondo arabo e a tutta la regione, in uno spirito di fratellanza fra tutte le tradizioni religiose che ci sono nel Libano.

    È per questa ragione che desidero invitare tutti a vivere una giornata universale di preghiera e digiuno per il Libano, venerdì prossimo, 4 settembre. Io ho l’intenzione di inviare un mio rappresentante quel giorno in Libano per accompagnare la popolazione: andrà il Segretario di Stato a nome mio, per esprimere la mia vicinanza e solidarietà. Offriamo la nostra preghiera per tutto il Libano e per Beirut. Siamo vicini anche con l’impegno concreto della carità, come in altre occasioni simili. Invito anche i fratelli e le sorelle di altre confessioni e tradizioni religiose ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.

    E adesso vi chiedo di affidare a Maria, Nostra Signora di Harissa, le nostre angosce e speranze. Sia Lei a sostenere quanti piangono i loro cari e infondere coraggio a tutti quelli che hanno perso le loro case e con esse parte della loro vita. Che interceda presso il Signore Gesù, affinché la Terra dei Cedri rifiorisca ed effonda il profumo del vivere insieme in tutta la Regione del Medio Oriente.

    E adesso invito tutti, per quanto possibile, a metterci in piedi in silenzio e pregare in silenzio per il Libano.

    * * *

    Saluto cordialmente voi, pellegrini qui presenti, e quanti seguono attraverso i media. Vi incoraggio a invocare spesso nelle vostre giornate lo Spirito Santo: la sua forza buona e creativa ci permette di uscire da noi stessi e di essere per gli altri un segno di conforto e di speranza.

    Rivolgo un pensiero speciale agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il Signore conosce meglio di noi stessi le attese e le necessità che portiamo nel cuore. Affidiamoci alla sua Provvidenza con piena fiducia, ricercando sempre il bene, anche quando costa.