Parole di Papa Francesco

vatican.va
  1. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    SANTA MESSA CON I GIOVANI

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Cattedrale dell'Assunzione (Bangkok)
    Venerdì, 22 novembre 2019

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    Andiamo incontro al Signore che viene!

    Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci invita a metterci in movimento e guardare al futuro per incontrarci con la cosa più bella che vuole regalarci: la venuta definitiva di Cristo nella nostra vita e nel nostro mondo. Diamogli il benvenuto in mezzo a noi con immensa gioia e amore, come solo voi giovani sapete fare! Prima che noi andiamo a cercarlo, sappiamo che il Signore ci cerca, ci viene incontro e ci chiama a partire dal bisogno di una storia da fare, da creare, da inventare. Andiamo avanti con gioia perché sappiamo che lì Lui ci aspetta.

    Il Signore sa che attraverso di voi, giovani, entra il futuro in queste terre e nel mondo, e conta su di con voi per portare avanti la sua missione oggi (cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 174). Come aveva un disegno per il popolo eletto, così Dio ha un disegno anche per ognuno di voi. Lui è il primo a sognare di invitarci tutti a un banchetto che dobbiamo preparare insieme, Lui e noi, come comunità: il banchetto del suo Regno da cui nessuno dovrebbe restare fuori.

    Il Vangelo di oggi ci parla di dieci ragazze invitate a guardare al futuro e a partecipare alla festa del Signore. Il problema è stato che alcune di loro non erano pronte a riceverlo; non perché si fossero addormentate, ma perché mancò loro l’olio necessario, il combustibile interiore per mantenere acceso il fuoco dell’amore. Avevano uno slancio e una motivazione grandi, volevano partecipare alla chiamata e alla convocazione del Maestro, ma col tempo le forze e la volontà si erano spente, si erano esaurite, ed erano arrivate tardi. Una parabola su cosa potrebbe succedere a tutti i cristiani quando, pieni di slancio e di desiderio, sentiamo la chiamata del Signore a far parte del suo Regno e a condividere la sua gioia con gli altri. Capita spesso allora che, di fronte ai problemi e agli ostacoli, che tante volte sono molti, come ognuno di voi sa bene nel suo cuore; davanti alla sofferenza di persone care, o all’impotenza che si sperimenta in situazioni che sembrano impossibili da cambiare, l’incredulità e l’amarezza possono guadagnare spazio e infiltrarsi silenziosamente nei nostri sogni, facendo sì che si raffreddi il nostro cuore, che perdiamo la gioia e arriviamo tardi.

    Per questo mi piacerebbe domandarvi: volete mantenere vivo il fuoco che può illuminarvi in mezzo alla notte e in mezzo alle difficoltà? Volete prepararvi per rispondere alla chiamata del Signore? Volete essere pronti a fare la sua volontà?

    Come procurarsi l’olio che può mantenervi in movimento e incoraggiarvi a cercare il Signore in ogni situazione?

    Voi siete eredi di una magnifica storia di evangelizzazione che vi è stata trasmessa come un tesoro sacro. Questa bella Cattedrale è testimone della fede in Cristo che hanno avuto i vostri antenati: la loro fedeltà, profondamente radicata, li ha spinti a compiere buone opere, a costruire l’altro tempio, ancora più bello, composto da pietre vive per poter portare l’amore misericordioso di Dio a tutte le persone del loro tempo. Hanno potuto fare questo perché erano convinti di quanto il profeta Osea ha proclamato nella prima Lettura di oggi: Dio aveva parlato loro con tenerezza, li aveva abbracciati con amore forte, per sempre (cfr Os 2,16.21).

    Cari amici, perché il fuoco dello Spirito Santo non si spenga, e voi possiate mantenere vivo lo sguardo e il cuore, è necessario essere radicati nella fede dei nostri anziani: padri, nonni, maestri. Non per restare prigionieri del passato, ma per imparare ad avere quel coraggio che può aiutarci a rispondere alle nuove situazioni storiche. La loro è stata una vita che ha resistito a molte prove e a molta sofferenza. Ma, lungo la strada, hanno scoperto che il segreto di un cuore felice è la sicurezza che troviamo quando siamo ancorati, radicati in Gesù, radicati nella vita di Gesù, nelle sue parole, nella sua morte e risurrezione.

    «A volte ho visto alberi giovani, belli, che alzavano i loro rami verso il cielo tendendo sempre più in alto, e sembravano un canto di speranza. Successivamente, dopo una tempesta, lo ho trovati caduti, senza vita. Poiché avevano poche radici, avevano disteso i loro rami senza mettere radici profonde nel terreno, e così hanno ceduto agli assalti della natura. Per questo mi fa male vedere che alcuni propongono ai giovani di costruire un futuro senza radici, come se il mondo iniziasse adesso. Perché è impossibile che uno cresca se non ha radici forti che aiutino a stare bene in piedi e attaccato alla terra». Ragazzi e ragazze, è molto «facile ‘volare via’ quando non si sa dove attaccarsi, dove fissarsi» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 179).

    Senza questo forte senso di radicamento, possiamo restare sconcertati dalle “voci” di questo mondo, che si contendono la nostra attenzione. Molte di quelle sono allettanti, proposte ben “truccate”, che all’inizio sembrano belle e intense, ma con il tempo finiscono per lasciare solo il vuoto, la stanchezza, la solitudine e la svogliatezza (cfr ibid., 142) e vanno spegnendo quella scintilla di vita che il Signore ha acceso un giorno in ognuno di noi.

    Cari giovani! Voi siete una nuova generazione, con nuove speranze, nuovi sogni e nuove domande; sicuramente anche con alcuni dubbi, ma, radicati in Cristo, vi invito a mantenere viva la gioia e a non aver paura di guardare al futuro con fiducia. Radicati in Cristo, guardate con gioia e guardate con fiducia. Questa condizione nasce dal sapersi desiderati, incontrati e amati infinitamente dal Signore. L’amicizia coltivata con Gesù è l’olio necessario per illuminare il cammino, il vostro cammino, ma anche quello di tutti coloro che vi circondano: amici, vicini, compagni di studio e di lavoro, compreso quello di quanti sono del tutto in disaccordo con voi.

    Andiamo incontro al Signore che viene! Non abbiate paura del futuro e non lasciatevi intimidire; al contrario, sappiate che nel futuro il Signore vi sta aspettando per preparare e celebrare la festa del suo Regno.


    Ringraziamento del Santo Padre al termine della Messa con i giovani

    Al termine di questa celebrazione, desidero ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile la mia visita in Tailandia e che hanno collaborato alla realizzazione.

    Rinnovo l’espressione della mia gratitudine a Sua Maestà il Re Rama X, al Governo e alle altre Autorità del Paese per la loro premurosa accoglienza. Ringrazio di cuore i miei fratelli Vescovi e in particolare il Cardinale Francis Xavier, come pure i sacerdoti, le religiose e i religiosi, i fedeli laici, e specialmente voi, i giovani!

    Un grazie sentito ai volontari che hanno collaborato con tanta generosità; e a quanti hanno mi accompagnato con la loro preghiera e i loro sacrifici, in modo particolare ai malati e ai carcerati.

    Il Signore vi ricompensi con la sua consolazione e la pace che solo Lui può dare. E vi lascio un compito: non dimenticatevi di pregare per me. Tante grazie!

  2. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    INCONTRO CON I LEADER CRISTIANI E DI ALTRE RELIGIONI

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Chulalongkorn University (Bangkok)
    Venerdì, 22 novembre 2019

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    Signor Cardinale,
    Fratelli nell’episcopato,
    Distinti Rappresentanti delle differenti confessioni religiose,
    Rappresentanti della Comunità Universitaria,
    Cari amici!

    Grazie per il vostro cordiale benvenuto. Sono grato al Vescovo Sirisut e al Dr. Bundit Eua-arporn per le loro gentili parole. Apprezzo anche l’invito a visitare questa famosa Università, gli studenti, i docenti e il personale che danno vita a questa casa di studi, come pure per l’opportunità che mi offrite di incontrarmi con i rappresentanti delle diverse Comunità cristiane e con i responsabili delle altre religioni che ci onorano con la loro presenza. Vi esprimo la mia gratitudine per la vostra presenza qui, con speciale stima e riconoscimento per la preziosa eredità culturale e le tradizioni spirituali di cui siete figli e testimoni.

    Centoventidue anni fa, nel 1897, il re Chulalongkorn, da cui prende il nome questa prima Università, visitò Roma ed ebbe un’Udienza con il Papa Leone XIII: era la prima volta che un Capo di Stato non cristiano veniva ricevuto in Vaticano. Il ricordo di quell’importante incontro, come pure del suo periodo di regno, caratterizzato tra i tanti meriti dall’abolizione della schiavitù, ci interpella e ci incoraggia ad assumere un protagonismo deciso sulla via del dialogo e della mutua comprensione. E questo si dovrebbe fare in uno spirito di coinvolgimento fraterno, che aiuti a porre fine a tante schiavitù che persistono ai nostri giorni, penso specialmente al flagello del traffico e della tratta di persone.

    La necessità di riconoscimento e di stima reciproca, così come la cooperazione tra le religioni, è ancora più urgente per l’umanità contemporanea; il mondo di oggi si trova di fronte a problematiche complesse, come la globalizzazione economico-finanziaria e le sue gravi conseguenze nello sviluppo delle società locali; i rapidi progressi – che apparentemente promuovono un mondo migliore – convivono con la tragica persistenza di conflitti civili: conflitti sui migranti, sui rifugiati, per le carestie e conflitti bellici; e convivono con il degrado e la distruzione della nostra casa comune.

    Tutte queste situazioni ci mettono in guardia e ci ricordano che nessuna regione né settore della nostra famiglia umana può pensarsi o realizzarsi estranea o immune rispetto alle altre. Sono tutte situazioni che, a loro volta, esigono che ci avventuriamo ad intessere nuovi modi di costruire la storia presente senza dover denigrare o mancare di rispetto agli altri. Sono finiti i tempi in cui la logica dell’insularità poteva predominare come concezione del tempo e dello spazio e imporsi come strumento valido per la risoluzione dei conflitti. Oggi è tempo di immaginare, con coraggio, la logica dell’incontro e del dialogo vicendevole come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio; e, in questa maniera, offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti, contribuire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato. Credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire; tutto ciò che facciamo in questo senso è un passo significativo per garantire alle generazioni più giovani il loro diritto al futuro, e sarà anche un servizio alla giustizia e alla pace. Solo così forniremo loro gli strumenti necessari, perché siano essi i protagonisti nel modo di generare stili di vita sostenibili e inclusivi.

    Questi tempi esigono da noi che costruiamo basi solide, ancorate sul rispetto e sul riconoscimento della dignità delle persone, sulla promozione di un umanesimo integrale capace di riconoscere e pretendere la difesa della nostra casa comune; su un’amministrazione responsabile che tuteli la bellezza e l’esuberanza della natura come un diritto fondamentale all’esistenza. Le grandi tradizioni religiose del mondo danno testimonianza di un patrimonio spirituale, trascendente e ampiamente condiviso, che può offrire solidi contributi in tal senso, se siamo capaci di arrischiarci ad incontrarci senza paura.

    Tutti noi siamo chiamati non solo a fare attenzione alla voce dei poveri intorno a noi: gli emarginati, gli oppressi, i popoli indigeni e le minoranze religiose, ma anche a non aver paura di generare istanze, come già timidamente iniziano a svilupparsi, dove poterci unire e lavorare insieme. Nel contempo, ci è richiesto di assumerci il dovere di difendere la dignità umana e di rispettare i diritti di coscienza e di libertà religiosa, di creare spazi dove offrire un po’ di aria fresca nella certezza che «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto» (Enc. Laudato si, 205).

    Qui in Tailandia, Paese di grande bellezza naturale, desidererei sottolineare una nota distintiva che considero essenziale, e in certa misura, parte delle ricchezze da “esportare” e da condividere con le altre regioni della nostra famiglia umana. Voi apprezzate e avete cura dei vostri anziani – è una grande ricchezza! –, li rispettate e date loro un posto preferenziale, perché vi assicurino le radici necessarie e così il vostro popolo non si corrompa seguendo certi slogan, che finiscono per svuotare e ipotecare l’anima delle nuove generazioni. Con la tendenza crescente a screditare i valori e le culture locali, per imposizione di un modello unico, «assistiamo a una tendenza ad “omogeneizzare” i giovani, a dissolvere le differenze proprie del loro luogo di origine, a trasformarli in soggetti manipolabili fatti in serie. Così si produce una distruzione culturale, che è tanto grave quanto l’estinzione delle specie animali e vegetali» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 186). Continuate a far conoscere ai più giovani il bagaglio culturale della società in cui vivono. Aiutare i giovani a scoprire la ricchezza viva del passato, a incontrarsi con le proprie radici facendo memoria, a incontrarsi con gli anziani, è un vero atto di amore verso di loro, in vista della loro crescita e delle decisioni che dovranno prendere (cfr ibid., 187).

    Tutta questa prospettiva coinvolge necessariamente il ruolo delle istituzioni educative come questa Università. La ricerca, la conoscenza aiutano ad aprire nuove strade per ridurre la disuguaglianza tra le persone, rafforzare la giustizia sociale, difendere la dignità umana, cercare le forme di risoluzione pacifica dei conflitti e preservare le risorse che danno vita alla nostra terra. La mia gratitudine si dirige, in modo particolare, agli educatori e agli accademici di questo Paese, che lavorano per assicurare alle generazioni presenti e future le capacità e, soprattutto, la sapienza di radice ancestrale, che permetterà loro di partecipare alla promozione del bene comune della società.

    Cari fratelli, tutti siamo membri della famiglia umana e ognuno, nel posto che occupa, è chiamato ad essere attore e corresponsabile diretto nella costruzione di una cultura basata sui valori condivisi, che conducano all’unità, al mutuo rispetto e alla convivenza armoniosa.

    Una volta ancora vi ringrazio per il vostro invito e la vostra attenzione. Offro la mia preghiera e i miei migliori auguri per i vostri sforzi, orientati a servire lo sviluppo della Tailandia nella prosperità e nella pace. Su di voi qui presenti, sulle vostre famiglie e su quanti godono del vostro servizio, invoco la benedizione divina. E vi chiedo, per favore, di farlo per me. Grazie!

  3. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    INCONTRO CON I VESCOVI DELLA THAILANDIA E DELLA FABC

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung (Bangkok)
    Venerdì, 22 novembre 2019

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    Sono grato a Sua Eminenza, il Cardinale Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, per le sue gentili parole di introduzione e di benvenuto. Sono contento di poter stare con voi e di condividere, anche se brevemente, le gioie e speranze, le vostre iniziative e i vostri sogni, come pure le sfide che affrontate in quanto pastori del santo popolo fedele di Dio. Grazie per la vostra fraterna accoglienza.

    Il nostro incontro di oggi ha luogo nel Santuario del Beato Nicolás Bunkerd Kitbamrung, che ha dedicato la sua vita all’evangelizzazione a alla catechesi, formando discepoli del Signore, soprattutto qui in Tailandia, come anche in parte del Vietnam e lungo la frontiera con il Laos, e coronò la sua testimonianza a Cristo con il martirio. Mettiamo questo incontro sotto il suo sguardo, perché il suo esempio stimoli in noi un grande zelo per l’evangelizzazione in tutte le Chiese locali dell’Asia e possiamo essere, sempre più, discepoli missionari del Signore; così la sua Buona Novella potrà essere sparsa come balsamo e profumo in questo magnifico e grande continente.

    So che è in programma per il 2020 l’Assemblea Generale della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, nel cinquantenario della sua fondazione. Una buona occasione per tornare a visitare quei “santuari” dove si custodiscono le radici missionarie che hanno segnato queste terre e per lasciarsi sospingere dallo Spirito Santo sulle orme del primo amore; e questo permetterà di aprirsi con coraggio, con parresia a un futuro che siete chiamati a generare e attuare, affinché tanto la Chiesa quanto la società in Asia beneficino di un impulso evangelico condiviso e rinnovato. Innamorati di Cristo, capaci di far innamorare e di condividere questo stesso amore.

    Voi vivete in un continente multiculturale e multireligioso, di grande bellezza e prosperità, ma provato al tempo stesso da povertà e sfruttamento estesi a vari livelli. I rapidi progressi tecnologici possono aprire immense possibilità per facilitare la vita, ma possono anche dare luogo a un crescente consumismo e materialismo, specialmente tra i giovani. Voi portate sulle vostre spalle le preoccupazioni della vostra gente, di fronte al flagello delle droghe e al traffico di persone, alla necessità di occuparsi di un gran numero di migranti e rifugiati, alle cattive condizioni di lavoro, allo sfruttamento del lavoro subito da molti, come pure alla disuguaglianza economica e sociale che esiste tra i ricchi e i poveri.

    In mezzo a queste tensioni si trova il pastore, lottando e intercedendo con il suo popolo e per il suo popolo. Perciò credo che la memoria dei primi missionari che ci hanno preceduto con coraggio, con gioia e con una resistenza straordinaria, permetterà di misurare e di valutare il nostro presente e la nostra missione da una prospettiva molto più ampia, molto più innovativa. Questa memoria ci libera, in primo luogo, dal credere che i tempi passati fossero sempre più favorevoli o migliori per l’annuncio, e ci aiuta a non rifugiarci in pensieri e discussioni sterili che finiscono col centrarci e rinchiuderci in noi stessi, paralizzando ogni tipo di azione. «Impariamo piuttosto dai santi che ci hanno preceduto ed hanno affrontato le difficoltà proprie della loro epoca» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 263) e lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è “attaccato addosso” lungo la strada e che rende più pesante il cammino. Siamo consapevoli che ci sono strutture e mentalità ecclesiali che possono arrivare a condizionare negativamente un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Perché in definitiva senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (cfr ibid., 26) e può rendere difficile al nostro cuore l’importante ministero della preghiera e dell’intercessione. Questo ci può aiutare, a volte, a regolarci davanti agli entusiasmi imprudenti di metodi che hanno un successo apparente ma poca vita.

    Osservando il cammino missionario in queste terre, uno dei primi insegnamenti ricevuti nasce dalla fiducia di sapere che è proprio lo Spirito Santo il primo ad andare avanti e a chiamare: lo Spirito Santo precede la Chiesa invitandola a raggiungere tutti quei punti nodali, dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle nostre città (cfr ibid., 74) e culture. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo arriva prima del missionario e rimane con lui. L’impulso dello Spirito Santo ha sostenuto e motivato gli Apostoli e tanti missionari a non scartare alcuna terra, popolo, cultura o situazione. Non hanno cercato un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consisteva nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non hanno aspettato che una cultura fosse affine o si sintonizzasse facilmente con il Vangelo; al contrario, si sono tuffati in quelle realtà nuove, convinti della bellezza di cui erano portatori. Ogni vita vale agli occhi del Maestro. Erano audaci, coraggiosi, perché sapevano prima di tutto che il Vangelo è un dono da seminare in tutti e per tutti, da spargere tra tutti: dottori della legge, peccatori, pubblicani, prostitute, tutti i peccatori di ieri come di oggi. Mi piace evidenziare che la missione, prima che le attività da realizzare o progetti da porre in atto, richiede uno sguardo e un “fiuto” da educare; richiede una preoccupazione paterna e materna, perché la pecora si perde quando il pastore la dà per persa, mai prima. Tre mesi fa, ho ricevuto la visita di un missionario francese che lavora da quasi 40 anni nel nord della Tailandia, tra le tribù. È venuto con un gruppo di 20-25 persone, tutti padri e madri di famiglia, giovani, non più di 25 anni; lui stesso li aveva battezzati, la prima generazione, e ora battezzava i loro figli. Uno potrebbe pensare: hai perso la vita per 50, 100 persone. Questa è stata la sua semina, e Dio lo consola facendogli battezzare i figli di quelli che ha battezzato per primi. Semplicemente, quegli indigeni del nord della Tailandia lui li ha vissuti come una ricchezza per l’evangelizzazione. Non ha dato per persa quella pecora, se n’è fatto carico.

    Uno dei punti più belli dell’evangelizzazione è renderci conto che la missione affidata alla Chiesa non consiste solo nella proclamazione del Vangelo, ma anche nell’imparare a credere al Vangelo. Quanti proclamano, proclamiamo, a volte, in momenti di tentazione, il Vangelo, e non ci crediamo al Vangelo! Imparare a credere al Vangelo, a lasciarsi trasformare da esso. Consiste nel vivere e camminare alla luce della Parola che dobbiamo proclamare. Ci farà bene ricordare il grande Paolo VI: «Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15). Così la Chiesa entra nella dinamica del discepolato di conversione-annuncio; purificata dal suo Signore, si trasforma in testimone per vocazione. Una Chiesa in cammino, senza paura di scendere in strada e confrontarsi con la vita delle persone che le sono state affidate, è capace di aprirsi umilmente al Signore e con il Signore vivere lo stupore, la meraviglia dell’avventura missionaria, senza la necessità consapevole o inconsapevole di voler apparire anzitutto lei stessa, occupando o pretendendo chissà quale posto di preminenza. Quanto dobbiamo imparare da voi, che in tanti dei vostri Paesi o regioni siete minoranze, e a volte minoranze ignorate, ostacolate o perseguitate, e non per questo vi lasciate trascinare o contaminare dal complesso di inferiorità o dal lamento di non sentirsi riconosciuti! Andate avanti: annunciate, seminate, pregate e aspettate. E non perdete la gioia!

    Fratelli, «uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 267), e non temiamo di fare delle sue priorità le nostre priorità. Voi sapete molto bene che cos’è una Chiesa piccola in persone e mezzi, ma ardente e con la voglia di essere strumento vivo della promessa del Signore verso tutte le persone dei vostri villaggi e delle vostre città (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1). Il vostro impegno a portare avanti la fecondità evangelica, annunciando il kerigma con le opere e con le parole nei diversi ambiti dove i cristiani si trovano, è una testimonianza che lascia il segno.

    Una Chiesa missionaria sa che la sua miglior parola è il lasciarsi trasformare dalla Parola di Vita, facendo del servizio la sua nota distintiva. Non siamo noi a disporre della missione, e tanto meno le nostre strategie. È lo Spirito il vero protagonista, che continuamente spinge e invia noi, peccatori perdonati, a condividere questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7); trasformati dallo Spirito per trasformare ogni angolo dove ci capita di essere. Il martirio della dedizione quotidiana e tante volte silenziosa darà i frutti di cui i vostri popoli hanno bisogno.

    Questa realtà ci incoraggia a sviluppare una spiritualità molto particolare. Il pastore è una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il suo popolo, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità e i suoi punti di forza. La missione è certamente amore per Cristo, ma al tempo stesso è una passione per il suo popolo. Quando ci soffermiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto l’amore che ci restituisce la dignità e ci sostiene, e proprio lì, se non siamo ciechi, iniziamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268).

    Ricordiamo che anche noi siamo parte di questo popolo; non siamo i padroni, siamo parte del popolo; siamo stati scelti come servitori, non come padroni o signori. Questo significa che dobbiamo affiancare coloro che serviamo con pazienza e amabilità, ascoltandoli, rispettando la loro dignità, incoraggiando e valorizzando sempre le loro iniziative apostoliche. Non perdiamo di vista il fatto che molte delle vostre terre sono state evangelizzate da laici. Non clericalizziamo la missione, per favore; e tanto meno clericalizziamo i laici. Questi laici hanno avuto la possibilità di parlare il dialetto della gente, esercizio semplice e diretto di inculturazione non teorica né ideologica, ma frutto della passione del condividere Cristo. Il santo Popolo fedele di Dio possiede l’unzione del Santo che siamo chiamati a riconoscere, ad apprezzare e diffondere. Non perdiamo questa grazia di vedere Dio che agisce in mezzo al suo popolo: come lo ha fatto prima, lo fa ancora e continuerà a farlo. Mi viene in mente un’immagine che non era nel programma, ma…: il piccolo Samuele che si svegliava di notte. Dio ha rispettato l’anziano sacerdote, debole di carattere, lo lasciava fare, però non gli parlava. Ha parlato a un ragazzo, a uno del popolo.

    In modo particolare vi invito a tenere sempre la porta aperta ai vostri sacerdoti. La porta e il cuore. Non dimentichiamo che il prossimo più prossimo del vescovo è il sacerdote. State loro vicino, ascoltateli, cercate di sostenerli in tutte le situazioni che affrontano, specialmente quando li vedete scoraggiati o apatici, che è la peggiore delle tentazioni del demonio. L’apatia, lo scoraggiamento. E questo fatelo non come giudici, ma come padri, non come gestori che si servono di loro, ma come autentici fratelli maggiori. Create un clima di fiducia che favorisca un dialogo sincero, un dialogo aperto, cercando e chiedendo la grazia di avere la medesima pazienza che il Signore ha con ognuno di noi, e che è davvero tanta, è tanta!

    Cari fratelli, so che sono molteplici gli interrogativi che dovete affrontare in seno alla vostre comunità, sia nel quotidiano sia pensando al futuro. Non perdiamo mai di vista che in quel futuro, tante volte incerto quanto problematico, è proprio il Signore stesso che viene con la forza della Risurrezione trasformando ogni piaga, ogni ferita in fonte di vita. Guardiamo al domani con la certezza che non siamo soli, che non camminiamo da soli, non andiamo da soli, Lui ci aspetta invitandoci a riconoscerlo soprattutto nello spezzare il pane.

    Imploriamo l’intercessione del Beato Nicolas e di tanti santi missionari, perché i nostri popoli siano rinnovati con la stessa unzione.

    Dato che oggi siete qui numerosi Vescovi dell’Asia, approfitto dell’opportunità per estendere la benedizione e il mio affetto a tutte le vostre comunità, in modo particolare ai malati e a tutti coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà. Che il Signore vi benedica, vi protegga e vi accompagni sempre. E a voi, che vi prenda per mano; e che voi vi lasciate guidare dalla mano del Signore e non cerchiate altre mani.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare e far pregare per me, perché tutto quello che ho detto a voi lo devo dire anche a me stesso. Grazie!

  4. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    INCONTRO CON I SACERDOTI, RELIGIOSI/E, SEMINARISTI E CATECHISTI

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Parrocchia di San Pietro (Bangkok)
    Venerdì, 22 novembre 2019

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    Grazie a Mons. Joseph Pradhan Sridarunsil per le sue parole di benvenuto a nome di tutti voi. Sono contento di potervi vedere, di ascoltarvi, partecipare della vostra gioia e percepire come lo Spirito realizza la sua opera in mezzo a noi. Grazie a tutti voi catechisti, sacerdoti, consacrati e consacrate, seminaristi, per questo tempo che mi regalate.

    Grazie anche a Benedetta per aver condiviso la sua vita e la sua testimonianza. Mentre la ascoltavo cresceva in me un sentimento di gratitudine per la vita di tanti missionari e missionarie che hanno segnato la vostra vita e hanno lasciato la loro impronta. Benedetta, ci hai parlato delle Figlie della Carità. Desidero che le mie prime parole con voi siano un ringraziamento a tutti i consacrati che con il silenzioso martirio della fedeltà e della dedizione quotidiana sono stati fecondi. Non so se sono arrivati a poter contemplare o a gustare il frutto dei loro sacrifici, ma senza dubbio sono state esistenze capaci di generare. Sono state promessa di speranza. Per questo, all’inizio del nostro incontro vorrei invitarvi ad avere particolarmente presenti tutti i catechisti, i consacrati anziani che ci hanno generato nell’amore e nell’amicizia con Gesù. Rendiamo grazie per loro e per gli anziani delle nostre comunità che oggi non hanno potuto essere qui presenti. Dite agli anziani che non hanno potuto essere presenti che il Papa li benedice, li ringrazia, e chiede anche la loro benedizione.

    Penso che la storia vocazionale di ognuno di noi è segnata da quelle presenze che hanno aiutato a scoprire e discernere il fuoco dello Spirito. È così bello e importante saper ringraziare. «La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come per i gesti di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione» (Lettera ai sacerdoti, 4 agosto 2019). Pensiamo a loro, siamo grati e, sulle loro spalle, sentiamoci anche noi chiamati a essere uomini e donne che aiutano a generare la vita nuova che il Signore ci dona. Chiamati alla fecondità apostolica, chiamati a essere agguerriti lottatori per le cose che il Signore ama e per le quali ha dato la vita; chiediamo la grazia che i nostri sentimenti e i nostri sguardi possano palpitare al ritmo del suo Cuore e, oserei dirvi, fino a piagarsi per lo stesso amore; possano essere appassionati per Gesù e per il Suo Regno.

    In questo senso, possiamo domandarci tutti: come coltivare la fecondità apostolica? È una bella domanda, che possiamo farci tutti, e ognuno rispondere nel proprio cuore. – La sorella traduce quello che non c’è nel testo – Perché per me non è facile comunicare con voi attraverso un apparecchio, non è facile. Ma voi avete buona volontà. Grazie.

    Benedetta, tu ci hai parlato di come il Signore ti ha attratto per mezzo della bellezza. È stata la bellezza di un’immagine della Vergine che, con il suo sguardo speciale, è entrata nel tuo cuore e ha suscitato il desiderio di conoscerla di più: Chi è questa donna? Non sono state le parole, o le idee astratte o i freddi ragionamenti. Tutto è iniziato da uno sguardo, uno sguardo bello che ti ha affascinato. Quanta sapienza nascondono le tue parole! Ridestare alla bellezza, ridestare alla meraviglia, allo stupore capace di aprire nuovi orizzonti e di suscitare nuovi interrogativi. Una vita consacrata che non è in grado di aprirsi alla sorpresa è una vita che è rimasta a metà strada. Questo lo voglio ripetere. Una vita consacrata che non è capace di sorprendersi ogni giorno, di gioire o di piangere, ma di sorprendersi, è una vita consacrata che rimane a metà strada. Il Signore non ci ha chiamati per mandarci nel mondo a imporre obblighi alle persone, o carichi più pesanti di quelli che già hanno, e sono molti, ma a condividere una gioia, un orizzonte bello, nuovo e sorprendente. Mi piace molto quell’espressione di Benedetto XVI, che considero paradigmatica e persino profetica in questi tempi: la chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione (cfr Esort. ap. Evagelii gaudium, 14). «Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove» (ibid., 167).

    E questo ci spinge a non aver paura di cercare nuovi simboli e immagini, una musica particolare che aiuti i tailandesi a risvegliare la meraviglia che il Signore ci vuole donare. Non abbiamo paura di voler inculturare il Vangelo sempre di più. Bisogna cercare le forme nuove per trasmettere la Parola capace di scuotere e ridestare il desiderio di conoscere il Signore: Chi è quest’uomo? Chi sono queste persone che seguono un crocifisso?

    Preparando questo incontro ho potuto leggere, con una certa pena, che per molti la fede cristiana è una fede straniera, è la religione degli stranieri. Questa realtà ci spinge a cercare con coraggio i modi per confessare la fede “in dialetto”, alla maniera in cui una madre canta la ninna nanna al suo bambino. Con tale fiducia darle volto e “carne” tailandese, che è molto di più che fare delle traduzioni. È lasciare che il Vangelo si svesta di vestiti buoni ma stranieri, per risuonare con la musica che a voi è propria in questa terra e far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore. Vi invito a pregare la Vergine, che per prima ha affascinato Benedetta con la bellezza del suo sguardo, e le diciamo con fiducia di figli: «Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte. Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne» (ibid., 288).

    Lo sguardo di Maria ci spinge a guardare nella sua stessa direzione, verso quell’altro sguardo, per fare tutto quello che Lui ci dirà (cfr Gv 2,1-12). Occhi che affascinano perché sono capaci di andare al di là delle apparenze e di raggiungere e celebrare la bellezza più autentica che vive in ogni persona. Uno sguardo che, come ci insegna il Vangelo, rompe tutti i determinismi, i fatalismi e gli schemi. Dove molti vedevano solo un peccatore, un blasfemo, un esattore delle tasse, un malfattore, perfino un traditore, Gesù è stato capace di vedere apostoli. E questa è la bellezza che il suo sguardo ci invita ad annunciare, uno sguardo che entra dentro, trasforma e che fa emergere il meglio degli altri.

    Pensando all’inizio della vostra vocazione, tanti, nella vostra giovinezza, avete partecipato alle attività di giovani che volevano vivere il Vangelo e andavano a visitare i più bisognosi, emarginati e disprezzati della città, orfani e anziani. Sicuramente allora in molti siete stati visitato dal Signore che vi ha fatto sentire la chiamata a donare tutto. Si tratta di uscire da sé stessi e, in quello stesso movimento di uscita, siamo stati incontrati. Nel volto delle persone che incontriamo per la strada possiamo scoprire la bellezza di trattare l’altro come un fratello. Non è più l’orfano, l’abbandonato, l’emarginato o il disprezzato. Adesso ha un volto di fratello, il «fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 98). Desidero sostenere e incoraggiare tanti di voi che, quotidianamente, spendono la propria vita servendo Gesù nei fratelli, come evidenziava il Vescovo nel presentarvi – lo si vedeva orgoglioso –; a tanti di voi che riescono a vedere la bellezza dove altri solo vedono disprezzo, abbandono o un oggetto sessuale da sfruttare. Così, voi siete segno concreto della misericordia viva e operante del Signore. Segno dell’unzione del Santo in queste terre.

    Tale unzione esige la preghiera. La fecondità apostolica richiede e si sostiene grazie alla coltivazione dell’intimità della preghiera. Un’intimità come quella di quei nonni, che pregano assiduamente il Rosario. Quanti di noi abbiamo ricevuto la fede dai nostri nonni! E li abbiamo visti così, tra le faccende di casa, con la corona in mano consacrare tutta la giornata. La contemplazione nell’azione, permettendo a Dio di entrare in tutte le piccole cose di ogni giorno. È essenziale che oggi la Chiesa annunci il Vangelo a tutti, in ogni luogo, in ogni occasione, senza indugi e senza paura (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 23), come persone che ogni mattina, in un incontro personale col Signore, vengono nuovamente inviate. Senza la preghiera, tutta la nostra vita e la nostra missione perdono senso, forza e fervore. Se a voi manca la preghiera, qualunque lavoro che fate non ha senso, non ha forza, non ha valore. La preghiera è il centro di tutto.

    Diceva San Paolo VI che uno dei peggiori nemici dell’evangelizzazione è la mancanza di fervore (cfr Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80). Leggete questo numero 80 della Evangelii nuntiandi. E il fervore per il religioso, per la religiosa, per il sacerdote, per il catechista si alimenta in questo duplice incontro: col volto del Signore e con quello dei suoi fratelli. Anche noi abbiamo bisogno di quello spazio in cui ritornare alla fonte per bere l’acqua che dà vita. Immersi in mille di occupazioni, cerchiamo sempre lo spazio per ricordare, nella preghiera, che il Signore ha già salvato il mondo e che siamo invitati con Lui a rendere tangibile questa salvezza.

    Grazie ancora per la vostra vita, grazie per la vostra testimonianza e la donazione generosa! Vi chiedo, per favore, di non cedere alla tentazione di pensare che siete pochi; pensate piuttosto che siete piccoli, piccoli strumenti nelle mani creatrici del Signore. E Lui scriverà con la vostra vita le più belle pagine della storia della salvezza in queste terre.

    Non dimenticatevi, per favore, di pregare e di far pregare per me. Grazie!

  5. VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALLA IX EDIZIONE DEL
    FESTIVAL DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA SUL TEMA
    "
    ESSERE PRESENTI. POLIFONIA SOCIALE"

    [Auditorium del Cattolica Center, Verona, 21-24 novembre 2019]

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    Un cordiale saluto a tutti voi che partecipate alla nona edizione del Festival della dottrina sociale della Chiesa. Il tema che avete scelto quest'anno è: “Essere presenti: polifonia sociale”.

    La presenza non è una teoria, ha una fisicità, è concreta. Si esprime in vicinanza, condivisione, accompagnamento o nel semplice stare accanto a qualcuno. La presenza ha un'efficacia decisiva che tutti abbiamo provato perché tutti conosciamo la differenza tra essere soli ed avere qualcuno accanto. Essere presenti significa togliere dall'isolamento e far giungere quel calore umano che ravviva l'esistenza di chi incontriamo. La presenza permette di vedere l'altro e di essere visti da lui, attivando una dinamica relazionale che accende la vita. Essere presenti significa tenere gli occhi aperti per evitare che qualcuno rimanga escluso dal nostro sguardo. Chi non è visto da nessuno, entra a far parte della schiera degli invisibili formata da emarginati, poveri, scartati, sfruttati. Non vederli è il modo più sbrigativo per non farci problemi; eppure loro ci sono e, anche se facciamo finta di non vederli, esistono. Essere presenti significa prendere l'iniziativa, fare il primo passo, andare incontro, arrivare all'incrocio delle strade dove si trovano i tanti esclusi. È bello pensare ad una presenza diffusa, che abita tutti i luoghi, porta tenerezza e opera come il lievito. Immersi nella pasta dell'umanità pronti a prendersi cura dei fratelli. Possiamo articolare il significato della presenza con tre verbi: vedere, fermarsi, toccare.

    Vedere è il primo passo che aiuta ad uscire da noi stessi e ci fa guardare in faccia la vita così come si presenta. Quello che vediamo ci può anche spaventare, indurci a scappare e negare ciò che abbiamo visto.

    Vedere l'altro chiede di fermarsi: la presenza non è una corsa, è stare con l'altro. Correre non ci fa accorgere di tanti volti e tanti sguardi. Quante persone solo molto tardi nella vita si accorgono di aver corso e di non mai aver avuto il tempo di fermarsi a giocare con i propri figli, di dialogare con i genitori anziani, di curare gli affetti, di non essere stati disponibili ad aiutare. Quando si vuol bene ad una persona si prova il desiderio forte di stare con lei e non di correre altrove. 

    Infine la presenza si esprime anche nel toccare, nel togliere la distanza con l'altro, nel trasmettere calore, nel farsi carico, nel prendersi cura.

    Una presenza così intesa è mite e dialogante ed è alla portata di tutti. Per risolvere i problemi non c'è bisogno di grandi manager o di uomini forti, ma è necessario essere uniti nell'impegno di non cedere all'indifferenza. Ognuno con la le proprie qualità e i propri doni può diventare costruttore di fraternità. Il mondo cambia non se qualcuno fa i miracoli, ma se tutti ogni giorno fanno quello che devono fare. Il cambiamento duraturo parte sempre dal basso, non è mai solo un'operazione di vertice. C'è bisogno di tutti per ricostruire il tessuto sociale e percepire la forza di essere popolo. In quest'ottica sono tutti importanti: l'ammalato, il povero, il bambino, il vecchio, l'operaio, il professionista, l'imprenditore, il dotto e l'ignorante.

    È urgente non imbrigliare la libertà di fare il bene. Il nostro Paese va avanti perché tante persone nel silenzio vivono onestamente, lavorano, sono solidali, si prendono cura di chi è nel bisogno. Auguro a tutti voi che partecipate al nono festival della Dottrina Sociale della Chiesa di essere tessitori di un tessuto sociale nel quale la presenza diventa un dono che fa risplendere la bellezza della fraternità.

    Rinnovo il mio saluto cordiale a tutti i partecipanti al nono Festival della Dottrina Sociale della Chiesa e in particolare ai molti volontari che offrono gratuitamente la loro disponibilità. Un saluto al Vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti, che ospita questa manifestazione, e un grazie a Don Vincenzi per il servizio svolto, per la diffusione, la conoscenza, la sperimentazione della dottrina sociale della Chiesa. Grazie!

  6. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    SANTA MESSA

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Stadio Nazionale (Bangkok)
    Giovedì, 21 novembre 2019

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    «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mt 12,48). Con questa domanda Gesù provocò tutta quella folla che lo ascoltava a interrogarsi su qualcosa che potrebbe sembrare tanto ovvio quanto certo: chi sono i membri della nostra famiglia, quelli che ci appartengono e ai quali noi apparteniamo? Lasciando che la domanda risuonasse in loro in modo chiaro e nuovo, risponde: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). In questo modo rompe non solo i determinismi religiosi e legali dell’epoca, ma anche ogni pretesa eccessiva di chi ritenesse di poter vantare diritti preferenziali su di Lui. Il Vangelo è un invito e un diritto gratuito per tutti quelli che vogliono ascoltare.

    È sorprendente notare come il Vangelo sia intessuto di domande che cercano di mettere in crisi, di scuotere e di invitare i discepoli a mettersi in cammino, per scoprire quella verità capace di dare e di generare vita; domande che cercano di aprire il cuore e l’orizzonte all’incontro con una novità molto più bella di quanto si possa immaginare. Le domande del Maestro vogliono sempre rinnovare la nostra vita e quella della nostra comunità con una gioia senza pari (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).

    Così è successo ai primi missionari che si misero in cammino e arrivarono in queste terre; ascoltando la Parola del Signore, cercando di rispondere alle sue richieste, poterono vedere che appartenevano a una famiglia molto più grande di quella generata dai legami di sangue, di cultura, di regione o di appartenenza a un determinato gruppo. Spinti dalla forza dello Spirito e riempite le loro sacche con la speranza che nasce dalla buona novella del Vangelo, si misero in cammino per cercare i membri di questa loro famiglia che ancora non conoscevano. Uscirono a cercare i loro volti. Era necessario aprire il cuore a una nuova misura, capace di superare tutti gli aggettivi che sempre dividono, per scoprire tante madri e fratelli thai che mancavano alla loro mensa domenicale. Non solo per quanto avrebbero potuto offrire ad essi, ma anche per tutto ciò che da loro avevano bisogno di ricevere per crescere nella fede e nella comprensione delle Scritture (cfr Conc. Vat. II, Cost. Dei Verbum, 8).

    Senza quell’incontro, al Cristianesimo sarebbe mancato il vostro volto; sarebbero mancati i canti, le danze che rappresentano il sorriso thai, così tipico in queste terre. Così hanno intravisto meglio il disegno amorevole del Padre, che è molto più grande di tutti i nostri calcoli e previsioni e non si riduce ad un pugno di persone o a un determinato contesto culturale. Il discepolo missionario non è un mercenario della fede né un procacciatore di proseliti, ma un mendicante che riconosce che gli mancano i fratelli, le sorelle e le madri, con cui celebrare e festeggiare il dono irrevocabile della riconciliazione che Gesù dona a tutti noi: il banchetto è pronto, uscite a cercare tutti quelli che incontrate per la strada (cfr Mt 22,4.9). Questo invio è fonte di gioia, gratitudine e felicità piena, perché «permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 8).

    Sono passati 350 anni dalla creazione del Vicariato Apostolico del Siam (1669-2019), segno dell’abbraccio familiare prodotto in queste terre. Due soli missionari seppero trovare il coraggio di gettare i semi che, fin da quel tempo lontano, stanno crescendo e germogliando in una varietà di iniziative apostoliche, che hanno contribuito alla vita della nazione. Questo anniversario non significa nostalgia del passato, ma fuoco di speranza perché, nel presente, anche noi possiamo rispondere con la stessa determinazione, forza e fiducia. È memoria festosa e grata, che ci aiuta ad uscire con gioia per condividere la vita nuova che viene dal Vangelo con tutti i membri della nostra famiglia che ancora non conosciamo.

    Tutti siamo discepoli missionari quando ci decidiamo ad essere parte viva della famiglia del Signore e lo facciamo condividendo come Lui lo ha fatto: non ha avuto paura di sedersi alla tavola dei peccatori, per assicurare loro che alla tavola del Padre e del creato c’era un posto riservato anche per loro; ha toccato coloro che si consideravano impuri e, lasciandosi toccare da loro, li ha aiutati a comprendere la vicinanza di Dio, anzi, a comprendere che loro erano i beati (cfr S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Ecclesia in Asia, 11).

    Penso in particolar modo a quei bambini, bambine e donne esposti alla prostituzione e alla tratta, sfigurati nella loro dignità più autentica; penso a quei giovani schiavi della droga e del non-senso che finisce per oscurare il loro sguardo e bruciare i loro sogni; penso ai migranti spogliati delle loro case e delle loro famiglie, come pure tanti altri che, come loro, possono sentirsi dimenticati, orfani, abbandonati, «senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, 49). Penso ai pescatori sfruttati, ai mendicanti ignorati.

    Essi fanno parte della nostra famiglia, sono nostre madri e nostri fratelli; non priviamo le nostre comunità dei loro volti, delle loro piaghe, dei loro sorrisi, delle loro vite; e non priviamo le loro piaghe e le loro ferite dell’unzione misericordiosa dell’amore di Dio. Il discepolo missionario sa che l’evangelizzazione non è accumulare adesioni né apparire potenti, ma aprire porte per vivere e condividere l’abbraccio misericordioso e risanante di Dio Padre che ci rende famiglia.

    Cara comunità tailandese: andiamo avanti nel cammino, sulle orme dei primi missionari, per incontrare, scoprire e riconoscere con gioia tutti i volti di madri, padri e fratelli che il Signore ci vuole regalare e mancano al nostro banchetto domenicale.

     

  7. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    INCONTRO CON IL PERSONALE MEDICO DEL ST. LOUIS HOSPITAL

    SALUTO DEL SANTO PADRE

    Bangkok - Giovedì, 21 novembre 2019

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    Cari amici,

    sono lieto di avere l’opportunità di incontrarmi con voi, personale medico, sanitario e ausiliario dell’Ospedale St. Louis e di altri ospedali cattolici e centri caritativi. Ringrazio il Direttore per le sue gentili parole di presentazione. Per me è una benedizione assistere, in prima persona, a questo prezioso servizio che la Chiesa offre al popolo thailandese, specialmente ai più bisognosi. Saluto con affetto le Suore di San Paolo di Chartres, come pure le altre religiose qui presenti, e vi ringrazio per la silenziosa e gioiosa dedizione a questo apostolato. Voi ci permettete di contemplare il volto materno del Signore che si china a ungere e sollevare i suoi figli: grazie.

    Mi ha fatto piacere sentire le parole del Direttore sul principio che anima questo Ospedale: “Ubi caritas, Deus ibi est”, “Dove c’è carità, lì c’è Dio”. Infatti è proprio nell’esercizio della carità che noi cristiani siamo chiamati non solo a manifestare che siamo discepoli missionari, ma anche a verificare la fedeltà della nostra sequela e quella delle nostre Istituzioni: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice il Signore. Discepoli missionari sanitari che si aprono a «una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, […] per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 92).

    Da questo punto di vista, voi compite una delle più grandi opere di misericordia, poiché il vostro impegno sanitario va ben oltre una semplice e lodevole pratica della medicina. Tale impegno non può ridursi solo a realizzare alcune azioni o determinati programmi, ma dovete andare al di là, aperti all’imprevisto. Accogliere e abbracciare la vita come arriva al Pronto Soccorso dell’ospedale per essere trattata con una pietà speciale, che nasce dal rispetto e dall’amore per la dignità di tutti gli esseri umani. Anche i processi di guarigione richiedono e rivendicano la forza di un’unzione capace di restituire, in tutte le situazioni che si devono attraversare, uno sguardo che dà dignità e che sostiene.

    Tutti voi, membri di questa comunità sanitaria, siete discepoli missionari quando, guardando un paziente, imparate a chiamarlo per nome. So che a volte il vostro servizio può essere pesante e stancante; vivete in mezzo a situazioni estreme, e ciò richiede che possiate essere accompagnati e assistiti nel vostro lavoro. Da qui l’importanza di sviluppare una pastorale della salute in cui, non solo i pazienti, ma tutti i membri di questa comunità possano sentirsi accompagnati e sostenuti nella loro missione. Sappiate anche che i vostri sforzi e il lavoro delle tante istituzioni che rappresentate sono la testimonianza viva della cura e dell’attenzione che siamo chiamati a dimostrare per tutte le persone, in particolare per gli anziani, i giovani e i più vulnerabili.

    Quest’anno, l’Ospedale St. Louis celebra il 120° anniversario della sua fondazione. Quante persone hanno ricevuto sollievo nel loro dolore, sono state consolate nelle loro oppressioni e accompagnate nella loro solitudine! Nel rendere grazie Dio per il dono della vostra presenza nel corso di questi anni, vi chiedo di far sì che questo apostolato, e altri simili, siano sempre più segno ed emblema di una Chiesa in uscita che, volendo vivere la propria missione, trova il coraggio di portare l’amore risanante di Cristo a tutti coloro che soffrono.

    Al termine di questo incontro visiterò i malati, i disabili, e così potrò accompagnarli, almeno un poco, nel loro dolore.

    Tutti sappiamo che la malattia porta sempre con sé grandi interrogativi. La nostra prima reazione può essere quella di ribellarci e persino di avere momenti di sconcerto e desolazione. È il grido di dolore, ed è bene che sia così: Gesù stesso lo ha patito e lo ha fatto suo. Con la preghiera anche noi vogliamo unirci al suo grido.

    Unendoci a Gesù nella sua passione scopriamo la forza della sua vicinanza alla nostra fragilità e alle nostre ferite. È un invito ad aggrapparci alla sua vita e al suo sacrificio. Se a volte sentiamo dentro “il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione”, preghiamo di poter anche trovare, in una mano tesa, l’aiuto necessario per scoprire il conforto che viene dal Signore che “non si tiene nascosto” (cfr Is 30,20) ma che ci sta vicino e ci accompagna.

    Poniamo questo incontro e la nostra vita sotto la protezione di Maria, sotto il suo manto. Che lei volga i suoi occhi pieni di misericordia verso di voi, specialmente nel momento del dolore, della malattia e di ogni forme di vulnerabilità. Lei vi aiuti con la grazia di incontrare il suo Figlio nella carne ferita delle persone che servite.

    Benedico tutti voi e le vostre famiglie. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

     

  8. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    VISITA AL PATRIARCA SUPREMO DEI BUDDISTI

    SALUTO DEL SANTO PADRE

    Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram Temple (Bangkok)
    Giovedì, 21 novembre 2019

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    Vostra Santità:

    La ringrazio per le Sue amabili parole di benvenuto. All’inizio della mia visita in questa Nazione, sono lieto di recarmi in questo Tempio Reale, simbolo dei valori e degli insegnamenti che caratterizzano questo amato popolo. Alle fonti del buddismo la maggioranza dei tailandesi si sono abbeverati e hanno permeato la loro maniera di venerare la vita e i propri anziani, di condurre uno stile di vita sobrio, basato sulla contemplazione, sul distacco, sul lavoro duro e sulla disciplina (cfr. Esort. ap. postsin. Ecclesia in Asia, 6); caratteristiche che alimentano quel vostro tratto distintivo così peculiare: essere considerati come il popolo del sorriso.

    Il nostro incontro si inscrive entro il cammino di stima e di mutuo riconoscimento iniziato dai nostri predecessori. Sulle loro orme vorrei porre questa visita, per accrescere non solo il rispetto ma anche l’amicizia tra le nostre comunità. Sono passati quasi cinquant’anni da quando il 17° Patriarca Supremo, Somdej Phra Wanarat (Pun Punnasiri), insieme ad un gruppo di importanti monaci buddisti, fece visita al Papa Paolo VI in Vaticano, ciò che rappresentò una svolta assai rilevante nello sviluppo del dialogo tra le nostre tradizioni religiose; dialogo coltivato che, successivamente, permise al Papa Giovanni Paolo II di realizzare una visita in questo Tempio al Patriarca Supremo Sua Santità Somdej Phra Ariyavongsagatanana (Vasana Vasano). In seguito ho avuto l’onore di accogliere di recente una delegazione di monaci del tempio di Wat Pho, con il dono di una traduzione di un antico manoscritto buddista in lingua pali, ora conservato nella Biblioteca Vaticana. Sono piccoli passi che aiutano a testimoniare non solo nelle nostre comunità, ma anche nel nostro mondo, tanto sollecitato a propagare e generare divisioni e esclusioni, testimoniare che la cultura dell’incontro è possibile. Quando abbiamo l’opportunità di riconoscerci e di apprezzarci, anche nelle nostre differenze (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 250), offriamo al mondo una parola di speranza capace di incoraggiare e sostenere quanti si trovano sempre maggiormente danneggiati dalla divisione. Possibilità come queste ci ricordano quanto sia importante che le religioni si manifestino sempre più quali fari di speranza, in quanto promotrici e garanti di fraternità.

    In tal senso ringrazio questo popolo, perché, fin dall’arrivo del Cristianesimo in Tailandia, circa quattro secoli e mezzo fa, i cattolici, pur essendo un gruppo minoritario, hanno goduto della libertà nella pratica religiosa e per molti anni hanno vissuto in armonia con i loro fratelli e sorelle buddisti.

    Su questa strada di reciproca fiducia e fraternità, desidero ribadire il mio personale impegno e quello di tutta la Chiesa per il rafforzamento di un dialogo aperto e rispettoso al servizio della pace e del benessere di questo popolo. Grazie agli scambi accademici, che permettono una maggiore comprensione reciproca, come pure all’esercizio della contemplazione, della misericordia e del discernimento – tanto comuni alle nostre tradizioni –, potremo credere in uno stile di buona “vicinanza” e crescere in esso. Potremo promuovere tra i fedeli delle nostre religioni lo sviluppo di nuovi progetti di carità, capaci di generare e incrementare iniziative concrete sulla via della fraternità, specialmente con i più poveri, e riguardo alla nostra tanto maltrattata casa comune. In questo modo contribuiremo alla formazione di una cultura di compassione, di fraternità e di incontro, tanto qui come in altre parti del mondo (cfr ibid.). Sono certo, Santità, che questo cammino continuerà a dare frutti e in abbondanza.

    Ancora una volta ringrazio Vostra Santità per questo incontro. Prego perché Ella sia colmato di ogni benedizione divina per la Sua salute e il Suo benessere personale, e per la Sua alta responsabilità di guidare i fedeli buddisti sulle strade della pace e della concordia. Grazie.

  9. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Sala “Inner Santi Maitri” della Government House (Bangkok)
    Giovedì, 21 novembre 2019

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    Signor Primo Ministro,
    Membri del Governo e del Corpo Diplomatico,
    Distinti responsabili politici, civili e religiosi,
    Signore e Signori!

    Sono grato per l’opportunità di essere tra voi e di poter visitare questa terra, ricca di tante meraviglie naturali, e splendidamente custode di tradizioni spirituali e culturali ancestrali come quella dell’ospitalità, che oggi sperimento in prima persona e della quale desidererei farmi carico per propagare e accrescere legami di più grande amicizia tra i popoli.

    Molte grazie, Signor Primo Ministro, della sua accoglienza, per le sue parole di benvenuto e del suo gesto di umiltà responsabile. Grazie, perché questo pomeriggio avrò la possibilità di compiere una visita di cortesia a Sua Maestà il Re Rama X e alla famiglia reale. Rinnovo il mio ringraziamento a Sua Maestà per il suo gentile invito a visitare la Tailandia, come pure i miei migliori auspici per il suo regno accompagnandoli con un sincero omaggio alla memoria del suo defunto padre.

    Sono lieto di potervi salutare e di incontrarmi con voi, autorità governative, religiose e della società civile, nelle cui persone rivolgo il mio saluto specialmente a tutto il popolo tailandese. I miei ossequi anche al Corpo Diplomatico. In questa occasione non posso mancare di manifestare i miei migliori auguri dopo le recenti elezioni, che hanno rappresentato un ritorno al normale processo democratico.

    Grazie a tutti coloro che hanno lavorato per la realizzazione di questa visita.

    Sappiamo che oggi i problemi che il nostro mondo affronta sono, di fatto, problemi globali; coinvolgono tutta la famiglia umana ed esigono di sviluppare un deciso sforzo per la giustizia internazionale e la solidarietà tra i popoli. Ritengo rilevante sottolineare che, in questi giorni, la Tailandia concluderà il suo periodo di presidenza dell’ASEAN, espressione del suo impegno storico sui problemi più ampi che riguardano i popoli di tutta l’area del sudest asiatico e anche del suo costante interessamento per favorire la cooperazione politica, economica e culturale nella regione.

    Come nazione multiculturale e caratterizzata dalla diversità, la Tailandia riconosce, già da tempo, l’importanza di costruire l’armonia e la coesistenza pacifica tra i suoi numerosi gruppi etnici, mostrando rispetto e apprezzamento per le diverse culture, i gruppi religiosi, le filosofie e le idee. L’epoca attuale è segnata dalla globalizzazione, considerata troppo spesso in termini strettamente economico-finanziari ed incline a cancellare le note essenziali che configurano e generano la bellezza e l’anima dei nostri popoli; invece l’esperienza concreta di un’unità che rispetti e ospiti le differenze serve di ispirazione e di stimolo a tutti coloro che hanno a cuore il mondo così come desideriamo lasciarlo alle generazioni future.

    Mi congratulo per l’iniziativa di creare una “Commissione Etico-Sociale”, nella quale avete invitato a partecipare le religioni tradizionali del Paese, al fine di accogliere i loro contributi e di mantenere viva la memoria spirituale del vostro popolo. In questo senso, avrò l’opportunità di incontrarmi con il Supremo Patriarca Buddista, come segno dell’importanza e dell’urgenza di promuovere l’amicizia e il dialogo interreligioso e inoltre come servizio all’armonia sociale e alla costruzione di società giuste, sensibili e inclusive. Desidero assicurare personalmente tutti gli sforzi della piccola ma vivace comunità cattolica, per mantenere e promuovere le caratteristiche tanto peculiari dei Thai, evocate nel vostro inno nazionale: pacifici e affettuosi, ma non codardi; e col fermo proposito di affrontare tutto ciò che ignori il grido di tanti nostri fratelli e sorelle, i quali anelano ad essere liberati dal giogo della povertà, della violenza e dell’ingiustizia. Questa terra ha per nome “libertà”. Sappiamo che questa è possibile solo se siamo capaci di sentirci corresponsabili gli uni degli altri e di superare qualsiasi forma di disuguaglianza. Occorre dunque lavorare perché le persone e le comunità possano avere accesso all’educazione, al lavoro degno, all’assistenza sanitaria, e in tal modo raggiungere i livelli minimi indispensabili di sostenibilità che rendano possibile uno sviluppo umano integrale.

    A tale proposito, voglio soffermarmi brevemente sui movimenti migratori, che costituiscono uno dei segni caratteristici del nostro tempo. Non tanto per la mobilità in sé, quanto per le condizioni in cui questa si svolge, fenomeno che rappresenta uno dei principali problemi morali da affrontare per nostra generazione. La crisi migratoria mondiale non può essere ignorata. La stessa Tailandia, nota per l’accoglienza che ha concesso ai migranti e ai rifugiati, si è trovata di fronte a questa crisi dovuta alla tragica fuga di rifugiati dai Paesi vicini. Auspico, ancora una volta, che la comunità internazionale agisca con responsabilità e lungimiranza, possa risolvere i problemi che portano a questo tragico esodo e promuova una migrazione sicura, ordinata e regolata. Possa ogni nazione approntare dispositivi efficaci allo scopo di proteggere la dignità e i diritti dei migranti e dei rifugiati, i quali affrontano pericoli, incertezze e sfruttamento nella ricerca della libertà e di una vita degna per le proprie famiglie. Non si tratta solo di migranti, si tratta anche del volto che vogliamo dare alle nostre società.

    E, in questo senso, penso a quelle donne e a quei bambini del nostro tempo che sono particolarmente feriti, violentati ed esposti ad ogni forma di sfruttamento, schiavitù, violenza e abuso. Esprimo la mia riconoscenza al governo tailandese per i suoi sforzi volti ad estirpare questo flagello, come pure a tutte le persone e le organizzazioni che lavorano instancabilmente per sradicare questo male e offrire un percorso di dignità. Quest’anno, in cui si celebra il 30° anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, siamo invitati a riflettere e a operare con decisione, costanza e celerità sulla necessità di proteggere il benessere dei nostri bambini, sul loro sviluppo sociale e intellettuale, sull’accesso all’educazione, così come sulla loro crescita fisica, psicologica e spirituale[1]. Il futuro dei nostri popoli è legato, in larga misura, al modo in cui garantiremo ai nostri figli un futuro nella dignità.

    Signore e Signori, oggi più che mai le nostre società hanno bisogno di “artigiani dell’ospitalità”, uomini e donne che si prendano cura dello sviluppo integrale di tutti i popoli, in seno a una famiglia umana che si impegni a vivere nella giustizia, nella solidarietà e nell’armonia fraterna. Voi, ognuno dalla propria posizione, dedicate la vita per contribuire a che il servizio al bene comune possa raggiungere tutti gli angoli di questa Nazione: questo è uno dei compiti più nobili di una persona. Con tali sentimenti, e augurandovi che possiate portare avanti la missione affidatavi, invoco l’abbondanza delle benedizioni divine su questa Nazione, sulle sue autorità e i suoi abitanti. E chiedo al Signore che guidi ognuno di voi e le vostre famiglie sui sentieri della sapienza, della giustizia e della pace. Grazie!

     


    [1] Cfr Discorso al Corpo Diplomatico, 7 gennaio 2019.

     

  10. VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    PER L'EVENTO DI SOLIDARIETÀ
    "UNA SERATA DI STELLE PER IL BAMBINO GESÙ"

    [Multimedia]


     

    Ho avuto occasione di incontrare più volte i bambini e i ragazzi dell'Ospedale Bambino Gesù. Ho sentito subito l'impegno e la passione dei medici, degli infermieri, dei ricercatori, di quanti sono vicini ai piccoli malati. Ho visto la tenerezza degli sguardi e il calore degli abbracci in luoghi che sono certamente di dolore e di sofferenza, ma anche di coraggio e di speranza, di tanta speranza. Il Bambino Gesù nasce 150 anni fa come dono di amore — l'offerta di un salvadanaio – per accogliere e curare i piccoli ammalati della città di Roma. Lungo questo secolo e mezzo di storia, la medicina ha fatto progressi straordinari e l'Ospedale ha saputo investire sulla ricerca e mettere la scienza al servizio della carità.

    Il “Bambino Gesù” è cresciuto molto nelle sue competenze e conoscenze, è diventato uno tra i più importanti centri di cura pediatrica in Europa e nel mondo. Ha allargato i confini della sua azione per accogliere piccoli malati che non possono essere curati nei Paesi in cui vivono e per aiutare quei Paesi a crescere nella scienza medica, esercitando concretamente quella “carità del sapere” tanto cara al nostro amato Papa S. Paolo VI.

    La sofferenza dei bambini resta la più dura da accettare. Ma chi si prende cura dei piccoli sta certamente dalla parte di Dio e vince la cultura dello scarto. Così l'Ospedale Bambino Gesù, nella sua azione di cura quotidiana, diventa segno della carità di tutta la Chiesa che si mette al servizio dei deboli e dei più fragili.

  11. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE
    AI GIOVANI TAILANDESI RIUNITI IN UNA VEGLIA DI PREGHIERA

    [Multimedia]


     

    Cari giovani,

    So che stasera state facendo una veglia di preghiera, state pregando. E so che altri stanno camminando, che vengono qui. Belle queste due cose! Pregare e camminare!

    Nella vita bisogna fare queste due cose: avere il cuore aperto a Dio, perché da Lui riceviamo la forza; e camminare, perché non si può stare fermi nella vita. Un giovane non può andare in pensione a 20 anni! Deve camminare. Sempre oltre, sempre in salita.

    Qualcuno di voi mi può dire: "Sì, Padre, ma a volte io sono debole e cado". Non importa! C’è una canzone alpina che dice: "Nell'arte di salire, ciò che conta non è non cadere, ma non rimanere a terra”.

    Ti consiglio queste due cose: non rimanere mai a terra, alzati subito, che qualcuno ti aiuti ad alzarti. Prima cosa. Seconda cosa: non passare la tua vita seduto sul divano! Vivi la vita, costruisci la vita, fai, vai avanti! Vai sempre avanti nel cammino. Impegnati. E avrai una felicità straordinaria, te lo assicuro.

    Che Dio ti benedica. Prego per te, tu fallo per me.

  12. VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI GIOVANI DEL VIETNAM IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA GIOVENTÙ
    ORGANIZZATA NELLE DIOCESI SETTENTRIONALI DEL PAESE

    [Multimedia]


     

    Cari giovani vietnamiti!

    So che state vivendo un momento gioioso e significativo in questa Giornata della Gioventù organizzata nelle diocesi settentrionali del Vietnam. Vi siete ritrovati insieme numerosi, come giovani cattolici: ringraziamo Dio per questa opportunità! Con il mio cuore mi unisco a voi. E ho anche per voi un messaggio, che ruota attorno a una parola: “casa”, parola che si ritrova nel tema della vostra Giornata: “Va’ nella tua casa, dai tuoi” (Mc 5,19).

    Nella cultura vietnamita, così come in altre culture asiatiche, nessuna parola è tanto meravigliosa quanto “casa”. Essa avvolge tutto ciò che è più caro al cuore di una persona umana, include non solo famiglia, parentela, ma anche terra natale e patria. Ovunque tu vada, porti sempre con te la tua “casa”. Da questa “casa” scaturisce la vostra cultura, che esprime le tradizioni familiari, promuove l’amore per i vicini, nutre la virtù di onorare i genitori, e custodisce lo straordinario rispetto per gli anziani. “Va’ nella tua casa” significa quindi un cammino che vi fa ritornare alla vostra originalità e approfondire il vostro patrimonio tradizionale e culturale. Sono i vostri tesori. Non perdeteli mai!

    In quanto battezzati, poi, siete eredi di un’altra “casa”, più grande, vale a dire la Chiesa. La Chiesa è una casa, la vostra casa. Siete stati fortunati a nascere dal grembo di una Chiesa eroica, ricca dei testimoni luminosi. Penso ai santi Martiri vietnamiti. Penso ai vostri nonni e genitori che hanno sofferto per la guerra, perdendo quasi tutto tranne la loro fede, che vi hanno trasmesso come l’eredità più preziosa. Ecco, in questa casa della Chiesa potete sempre tornare ad attingere forza e ispirazione per la vostra fede; qui potete sempre formare la vostra coscienza nella dignità; qui ciascuno di voi può trovare la strada della vita secondo la chiamata di Dio.

    Non dobbiamo dimenticare che la vostra è una Chiesa nata da missionari generosi ed entusiasti. In un rapporto inviato a Roma, il missionario gesuita Alexandre de Rhodes, raccontava questa definizione che correva tra i vietnamiti: “I cattolici sono coloro che si amano l’un l’altro. È la religione dell'Amore”. Che questi modelli dei vostri primi cristiani vi guidino; e che la gratitudine verso di loro sia sempre per voi fonte di entusiasmo missionario.

    Dunque, è importante non pensare al vostro tema “Va’ nella tua casa” solo come un invito a ritornare. Non pensate a “casa” come a qualcosa di chiuso e limitato. Anzi, ogni cammino dato dal nostro Signore è sempre un andare missionario per «annunciare ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19). Non dimenticate che siete ancora una minoranza tra la vostra gente. C’è ancora una maggioranza che ha il diritto e che sta aspettando di ascoltare l’annuncio del Vangelo. Il mandato di Cristo quindi è ancora urgente per voi oggi. Ora tocca a voi il compito di costruire una Chiesa-casa giovane e gioiosa, piena di vita e fraternità. Che mediante la vostra testimonianza i messaggi salvifici di Dio raggiungano i cuori dei vostri vicini e connazionali. Sempre la testimonianza, mai il proselitismo!

    “Come svolgere questo compito?” - mi potete domandare. Vi propongo queste tre caratteristiche, per la vostra testimonianza in questo tempo: onestà, responsabilità e ottimismo. Tutte e tre accompagnate dal discernimento.

    In una società mondiale guidata dal materialismo è difficile essere fedeli alla propria identità e alla propria fede religiosa senza la capacità di discernimento, e questo succede in tutte le città e in tutti i Paesi del mondo. Può darsi che l’onestà spesso causi degli svantaggi. Può darsi che il senso di responsabilità porti disagi e richieda sacrifici. Può essere che l’ottimismo appaia strano davanti alle realtà corrotte di questa società mondiale. Ma proprio questi valori sono ciò che la vostra società, e anche la vostra Chiesa, necessitano da voi. «In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo» (Fil 2,15). Non abbiate paura di far risplendere la vostra bella identità cattolica. Questo vi renderà anche più patriottici, più vietnamiti: un grande amore alla vostra Patria, una grande lealtà come patrioti. Vi esorto a rispondere con creatività e valorizzare i programmi della vostra Conferenza episcopale per questi tre anni, la cui priorità è la pastorale giovanile. Vi sostenga l’esempio del Servo di Dio Cardinale Van Thuan, grande testimone della speranza.

    Cari amici, vi auguro che questa Giornata sia per voi un pellegrinaggio alle vostre radici culturali e religiose, un’esperienza di fede rafforzata, e specialmente un senso missionario rinnovato. Amate la vostra casa! La vostra casa familiare e la vostra casa che è la Patria. Amate il popolo vietnamita, amate il vostro Paese! Siate veri vietnamiti, con amore per la Patria.

    E infine vorrei, insieme con voi tutti, affidare al Signore, Padre misericordioso, i trentanove migranti vietnamiti che sono morti in Inghilterra il mese scorso. È stato doloroso, preghiamo tutti per loro.

    Dio vi benedica. Buona giornata e non dimenticate di pregare per me. Cha Chào Chúng Con [Vi saluto]

  13. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

    SALUTO DEL SANTO PADRE AI GIORNALISTI
    DURANTE IL VOLO DIRETTO A BANGKOK

    Volo papale
    Martedì, 19 novembre 2019

    [Multimedia]


     

    Buona sera a tutti voi!

    Grazie di accompagnarmi in questo viaggio, e grazie del vostro lavoro: fa tanto bene alla gente essere informata e anche conoscere le culture che sono lontane dall’Occidente. Grazie del vostro sforzo.

  14. VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
    IN THAILANDIA E GIAPPONE

    (19 - 26 NOVEMBRE 2019)

     

    Viaggio Apostolico del Santo Padre in Thailandia e Giappone [19 -26 novembre 2019]   Viaggio Apostolico del Santo Padre in Thailandia e Giappone [19 -26 novembre 2019]

    Trasmissioni video in diretta
    (Vatican Media)
     

    Live CTV

     

     

    Martedì, 19 novembre 2019

    ROMA-BANGKOK

    19:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Roma/Fiumicino per Bangkok
      Incontro del Santo Padre con i giornalisti durante il volo diretto a Bangkok

     

    Mercoledì, 20 novembre 2019

    ROMA-BANGKOK

    12:30 Arrivo al Military Air Terminal 2 di Bangkok
    12:30 Accoglienza ufficiale al Military Air Terminal 2 di Bangkok
      Videomessaggio del Santo Padre registrato nella Nunziatura, rivolto ai giovani tailandesi 

     

    Giovedì, 21 novembre 2019

    BANGKOK

    9:00 Cerimonia di benvenuto nel cortile della Government House
    9:15 Incontro con il Primo Ministro nella “Inner Ivory Room” della Government House
    9:30 Incontro con le Autorità, con la Società Civile e il Corpo Diplomatico nella Sala “Inner Santi Maitri” della Government House
    10:00 Visita al Patriarca Supremo dei Buddistial Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram Temple
    11:15 Incontro con il Personale Medico del St. Louis Hospital
    12:00 Visita privata ai malati e persone disabilial St. Louis Hospital
      Pranzo nella Nunziatura Apostolica
    17:00 Visita Privata a Sua Maestà il Re Maha Vajiralongkorn “Rama X” all’Amphorn Royal Palace
    18:00 Santa Messa nello Stadio Nazionale

     

    Venerdì, 22 novembre 2019

    BANGKOK

    10:00 Incontro con i Sacerdoti, Religiosi/e, Seminaristi e Catechisti nella Parrocchia di San Pietro
    11:00 Incontro con i Vescovi della Thailandia e della FABC nel Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung
    11:50 Incontro privato con i Membri della Compagnia di Gesù in una sala adiacente il Santuario
      Pranzo nella Nunziatura Apostolica
    15:20 Incontro con i leader cristiani e di altre religioni alla Chulalongkorn University
    17:00 Santa Messa con i giovani nella Cattedrale dell'Assunzione

     

    Sabato, 23 novembre 2019

    BANGKOK-TOKYO

    9:15 Cerimonia di congedo al Military Air Terminal 2 di Bangkok
    9:30 Partenza in aereo per Tokyo
    17:40 Arrivo all'Aeroporto di Tokyo-Haneda
    17:40 Cerimonia di benvenuto all’Aeroporto di Tokyo-Haneda
    18:30 Incontro con i Vescovi nella Nunziatura Apostolica

     

    Domenica, 24 novembre 2019

    TOKYO-NAGASAKI-HIROSHIMA-TOKYO

    7:20 Partenza in aereo per Nagasaki
    9:20 Arrivo all’Aeroporto di Nagasaki
    10:15 Messaggio sulle armi nucleari all’Atomic Bomb Hypocenter Park
    10:45 Omaggio ai Santi Martiri al Monumento dei Martiri - Nishizaka Hill
      Angelus
      Pranzo in Arcivescovado
    14:00 Santa Messa allo Stadio di Baseball
    16:35 Partenza in aereo per Hiroshima
    17:45 Arrivo all’Aeroporto di Hiroshima
    18:40 Incontro per la pace al Memoriale della Pace
    20:25 Partenza in aereo per Tokyo
    21:50 Arrivo all'Aeroporto di Tokyo-Haneda

     

    Lunedì, 25 novembre 2019

    TOKYO

    10:00 Incontro con le vittime del triplice disastro a “Bellesalle Hanzomon”
      Visita privata all’Imperatore Naruhitoal Palazzo Imperiale
    11:45 Incontro con i giovani nella Cattedrale di Santa Maria
      Pranzo con il Seguito Papale nella Nunziatura Apostolica
    16:00 Santa Messa nel Tokyo Dome
      Incontro con il Primo Ministro a Kantei
    18:50 Incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico a Kantei

     

    Martedì, 26 novembre 2019

    TOKYO-ROMA

    7:45 Santa Messa in privato con i Membri della Compagnia di Gesù nella Cappella del Kulturzentrum della Sophia University
      Prima colazione e incontro privato con il Collegio Massimo nella Sophia University
    9:40 Visita ai sacerdoti anziani e ammalati nella Sophia University
    10:00 Visita alla Sophia University
    11:20 Cerimonia di congedo all’Aeroporto di Tokyo-Haneda
    11:35 Partenza in aereo per Roma/Fiumicino
    17:15 Arrivo all'aeroporto di Roma/Fiumicino

      

    Fuso orario
    Roma: +1h UTC
    Bangkok: +7h UTC
    Tokyo: +9h UTC
    Nagasaki: +9h UTC
    Hiroshima: +9h UTC
     

    Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede,2 ottobre 2019

    Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede,28 ottobre 2019

  15. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AGLI ADERENTI AL SERVIZIO PER LE
    CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE

    Aula Paolo VI
    Lunedì, 18 novembre 2019

    [Multimedia]


     

     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono contento che abbiate scelto di tornare a Roma per celebrare il trentesimo anniversario della vostra storia. Ringrazio don Piergiorgio Perini per l’instancabile opera di evangelizzazione che ha compiuto in questi decenni. Ora può ammirare alcuni frutti che il Signore gli ha concesso con la sua grazia. E ringrazio per la testimonianza di 65 anni di sacerdozio e 90 di età! Gli ho chiesto la ricetta: cosa fa per essere così?

    Il Signore Gesù ha lasciato ai suoi discepoli un insegnamento impegnativo quando ha detto loro: «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Andare, portare frutto e rimanere. È questa la chiamata a cui non si può sfuggire quando si incontra il Signore e si viene conquistati dal suo Vangelo. Certo, Gesù non ha detto ai discepoli che avrebbero visto i frutti del loro lavoro. Ha solo assicurato che i frutti sarebbero rimasti. Questa promessa vale anche per noi. È umano pensare che dopo tanto lavoro si desideri anche vedere il frutto del nostro impegno; eppure, il Vangelo spinge verso un’altra direzione.

    Gesù non ha fatto sconti ai suoi discepoli quando ha parlato della radicalità con cui bisogna seguirlo. Ha detto loro: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10). Tuttavia, se la nostra fatica per annunciare il Vangelo è totale e ci trova sempre pronti, allora la prospettiva cambia. Lo ricorda un’altra parabola, quando Gesù dice: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Tocchiamo con mano tante volte quanto sia grande e infinito l’amore di Dio per noi! Se siamo fedeli e vigilanti, allora Egli ci concede di vedere anche i frutti del nostro lavoro.

    La vostra storia di Cellule Parrocchiali di Evangelizzazione può facilmente essere inscritta in questo contesto. La fecondità del vostro impegno si riflette nella moltiplicazione delle Cellule che ormai sono presenti in tante parti del mondo. Non stancatevi mai di seguire le strade che lo Spirito del Signore Risorto vi pone dinanzi. Non vi freni alcuna paura del nuovo, e non rallentino il vostro passo le difficoltà che sono inevitabili nella via dell’evangelizzazione. Quando si è discepoli missionari, allora l’entusiasmo non può mai venire meno! Nella fatica, vi sostenga la preghiera rivolta allo Spirito Santo che è il Consolatore; nella debolezza, sentite la forza della comunità che non permette mai di essere abbandonati a sé stessi.

    Le nostre parrocchie sono invase da tante iniziative, dove spesso, però, non si incide in profondità nella vita delle persone. Anche a voi è affidato il compito di ravvivare, soprattutto in questo periodo, la vita delle nostre comunità parrocchiali. Questo sarà possibile nella misura in cui diventano, anzitutto, luogo per ascoltare la Parola di Dio e celebrare il mistero della sua morte e risurrezione. Solo a partire da qui si può pensare che l’opera di evangelizzazione diventi efficace e feconda, capace di portare frutti. Purtroppo, per tante ragioni, molti si sono allontanati dalle nostre parrocchie. È urgente, quindi, che recuperiamo l’esigenza dell’incontro per raggiungere le persone là dove vivono e operano. Se abbiamo incontrato Cristo nella nostra vita, allora non possiamo tenerlo solo per noi. È determinante che condividiamo questa esperienza anche con gli altri; questa è la strada principale dell’evangelizzazione.

    Non dimenticate: ogni volta che incontrate qualcuno, si gioca una storia vera che può cambiare la vita di una persona. E questo non è fare proselitismo, è dare testimonianza. È sempre avvenuto così. Quando Gesù, passando lungo la riva del lago vide Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni che stavano lavorando, fissò lo sguardo su di loro e trasformò la loro vita (cfr Lc 5,1-11). La stessa cosa si ripete anche ai nostri giorni, quando l’incontro è frutto dell’amore cristiano, cambia la vita perché raggiunge il cuore delle persone e le tocca in profondità. Possa il vostro annuncio diventare una testimonianza di misericordia, con la quale rendere evidente che ogni attenzione fatta a uno dei più piccoli è fatta nei confronti di Gesù stesso che in loro si identifica (cfr Mt 25,40).

    Vi accompagno con la mia benedizione e vi chiedo per favore di non dimenticare di pregare per me. Grazie.

  16. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO
    DALL'INSTITUTO PARA EL DIALOGO INTERRELIGIOSO DE LA ARGENTINA (IDI)

    Sala Clementina
    Lunedì, 18 novembre 2019

    [Multimedia]


     

    Signore e signori,

    Sono lieto di dare il benvenuto a tutti voi che partecipate all’incontro incentrato sul documento “Fraternità umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso.

    Ringrazio tutti gli organizzatori di questo incontro, promosso da Sua Eccellenza il signor Rogelio Pfirter, Ambasciatore della Repubblica Argentina presso la Santa Sede, sotto l’egida del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e in collaborazione con l’Instituto de Diálogo Interreligioso di Buenos Aires.

    Sono felice di constatare che tale Documento, di carattere universale, si sta diffondendo anche nelle Americhe. Sono convinto che la particolarità e la sensibilità di paesi e continenti diversi possano contribuire veramente a una lettura dettagliata di questo Documento e a una maggiore ed efficace comprensione del messaggio che trasmette.

    Come ho detto durante la Conferenza Mondiale della Fraternità Umana: «Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture». È giunto il tempo in cui «le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace» (4 febbraio 2019). Le nostre tradizioni religiose sono una fonte necessaria d’ispirazione per promuovere una cultura dell’incontro. È fondamentale la cooperazione interreligiosa, basata sulla promozione di un dialogo sincero e rispettoso, che va verso l’unità senza confondere, mantenendo le identità. Ma un’unità che trascende il mero patto politico. Una volta, a proposito di questo Documento, all’inizio dello scorso febbraio, un uomo molto saggio, un politico europeo molto saggio, mi ha detto: «questo trascende la metodologia del patto per mantenere l’equilibrio e la pace, che è molto buona, ma questi documenti vanno oltre». E mi ha fatto questo esempio: «pensiamo alla fine della seconda guerra mondiale, pensiamo a Yalta; a Yalta si creò un equilibrio per uscire dall’impasse, un equilibrio debole ma possibile. Si divisero la torta e si mantenne un periodo di pace, ma questi documenti, questo atteggiamento che va al dialogo dentro il trascendente, crea fraternità, supera i patti, supera l’ambito politico; è politica in quanto è umano, ma la supera, la trascende, la rende più nobile». Questo è il cammino. E nel frattempo, sì, a livello politico fare quel che si può, perché anche questo è importante.

    Il mondo osserva noi credenti per appurare qual è il nostro atteggiamento dinanzi alla casa comune e dinanzi ai diritti umani; ci chiede inoltre di collaborare tra noi e con gli uomini e le donne di buona volontà, che non professano alcuna religione, affinché diamo risposte effettive a tante piaghe del nostro mondo, come la guerra, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, la corruzione e il degrado morale, la crisi della famiglia, dell’economia e, soprattutto, la mancanza di speranza.

    Il proposito del Documento è adottare: la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio. Da adesso in poi si può affermare che le religioni non sono un sistema chiuso che non si può cambiare, ma con la loro propria identità. E questo è fondamentale: l’identità non si negozia, perché se tu negozi l’identità non c’è più dialogo, c’è assoggettamento. Con la loro propria identità sono in cammino.

    La fraternità è una realtà umana complessa, alla quale si deve prestare attenzione e che va trattata con delicatezza. Quando Dio ci chiede: “dov’è tuo fratello?”, la prima domanda sulla fraternità che c’è nella Bibbia è “Dov’è tuo fratello?”, nessuno potrà rispondere: non lo so, non sono il guardiano di mio fratello (cfr. Gn 4, 9). Allora nascono varie domande: “Come prenderci cura l’uno dell’altro nell’unica famiglia umana della quale siamo tutti fratelli? Come alimentare una fraternità affinché non sia teorica e affinché si traduca in fraternità? Come possiamo far prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione in nome della propria appartenenza? Che cosa possiamo fare perché le religioni siano canali di fraternità anziché barriere di divisione? Un po’ di storia ci deve spaventare: le guerre religiose, quelle cristiane, pensiamo alla guerra dei Trent’anni, pensiamo soltanto alla notte di San Bartolomeo. Chi non prova orrore dentro, che si chieda il perché.

    È importante dimostrare che noi credenti siamo un fattore di pace per le società umane e così risponderemo a quanti accusano ingiustamente le religioni di fomentare odio ed essere causa di violenza. Nel mondo precario di oggi, il dialogo tra le religioni non è un segno di debolezza. Esso trova la sua propria ragion d’essere nel dialogo di Dio con l’umanità. Si tratta di cambiare atteggiamenti storici. Mi viene in mente come simbolo una scena della Chanson de Roland, quando i cristiani sconfiggono i musulmani e li mettono tutti in fila, davanti al fonte battesimale, e c’è uno con la spada. E i musulmani dovevano scegliere tra il battesimo o la spada. Questo abbiamo fatto noi cristiani. Era una mentalità che oggi non possiamo accettare né capire, e che non può funzionare più. Facciamo attenzione ai gruppi integralisti, ognuno ha il suo. In Argentina c’è qualche angoletto integralista in giro. E cerchiamo con la fraternità di andare avanti. L’integralismo è una peste e tutte le religioni hanno qualche cugino integralista, che si aggrega.

    Spero che questo Messaggio di Fraternità sia accolto dalla comunità internazionale, per il bene di tutta la famiglia umana, che deve passare dalla semplice tolleranza alla vera convivenza e coesistenza pacifica. Continuate a lavorare.

    E, per favore, non vi dimenticate di pregare per me, ne ho bisogno. Grazie.



    *L'Osservatore Romano
    , ed. quotidiana, Anno CLIX, n.263, 19/11/2019

  17. VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELL'IMMINENTE VIAGGIO APOSTOLICO IN GIAPPONE

    [23 - 26 NOVEMBRE 2019]

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    Cari amici,

    mentre preparo la mia prossima visita in Giappone, vorrei rivolgervi queste parole di amicizia.

    Il tema scelto per la mia visita è “Proteggere ogni Vita”. Questo forte istinto, che risuona nel nostro cuore, di difendere il valore e la dignità di ogni persona umana, acquista un’importanza particolare di fronte alle minacce alla pacifica coesistenza che il mondo deve oggi affrontare, specialmente nei conflitti armati. Il vostro Paese è molto consapevole della sofferenza causata dalla guerra. Insieme a voi, prego affinché il potere distruttivo delle armi nucleari non torni a scatenarsi mai più nella storia umana. Usare armi nucleari è immorale.

    Sapete anche quanto è importante questa cultura del dialogo, della fraternità, specialmente tra le diverse tradizioni religiose, che possono contribuire a superare la divisione, a promuovere il rispetto per la dignità umana e ad avanzare nello sviluppo integrale di tutti i popoli. Spero che la mia visita vi incoraggi nel cammino del rispetto reciproco e dell’incontro che conduce a una pace sicura e che dura nel tempo, che non torna indietro. La pace ha questo di bello, che quando è reale, non indietreggia: la si difende con i denti.

    Avrò anche l’opportunità di apprezzare la grande bellezza naturale che caratterizza la vostra nazione ed esprimere il desiderio condiviso di promuovere e rafforzare la protezione di questa vita che include la terra, la nostra casa comune, e che la vostra cultura simboleggia in modo così bello con i ciliegi in fiore.

    So che ci sono tante persone che stanno lavorando per preparare la visita. Le ringrazio sinceramente per il loro impegno. E con la speranza che i giorni in cui staremo insieme siano ricchi di grazia e di gioia, vi assicuro della mia preghiera solidale per tutti e per ognuno di voi. E vi chiedo, per favore, di pregare anche per me. Grazie.



    *L'Osservatore Romano
    , ed. quotidiana, Anno CLIX, n.263, 19/11/2019

  18. MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AL DIRETTORE DEL PAM IN OCCASIONE DELL'APERTURA DEL
    SECONDO PERIODO ORDINARIO DELLE SESSIONI DEL
    PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE

     

    Al Signor David M. Beasley
    Direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale

    In occasione dell’apertura della seconda sessione ordinaria del Programma Alimentare Mondiale, sono lieto di salutare il Signor David M. Beasley, Direttore Esecutivo, e l’Ambasciatore Hisham Mohamed Badr, attuale Presidente del Comitato Esecutivo, insieme a tutti i membri e i partecipanti.

    All’inizio di questa nuova sessione state cercando di formulare iniziative concrete per rendere più efficace la lotta contro la fame nel mondo. I vostri numerosi progetti comprendono la promozione di misure determinanti per eliminare lo spreco alimentare, un fenomeno che grava sempre più sulla nostra coscienza.

    In molti luoghi i nostri fratelli e sorelle non hanno accesso a cibo sufficiente e sano, mentre in altri il cibo viene buttato e sprecato. È ciò che il mio predecessore san Giovanni Paolo II ha definito il paradosso dell’abbondanza, che continua a essere un ostacolo alla soluzione del problema di nutrire l’umanità (cfr. Allocuzione ai Partecipanti alla Conferenza Internazionale sulla Nutrizione, 5 dicembre 1992).

    Il paradosso implica meccanismi di superficialità, negligenza ed egoismo che sono alla base della cultura dello scarto. Se non riconosciamo questa dinamica e non cerchiamo di contenerla, sarà difficile rispettare gli impegni dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico e realizzare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Raggiungere tale obiettivo è responsabilità non soltanto delle organizzazioni internazionali e dei governi, ma di ognuno. Famiglie, scuole e mezzi di comunicazione hanno un compito importante nell’educare e sensibilizzare a tale riguardo. Nessuno può essere considerato esente dalla necessità di combattere questa cultura che opprime così tante persone, specialmente i poveri e i vulnerabili nella società.

    Il Programma Alimentare Mondiale contribuisce a questa causa attraverso il recente lancio della campagna globale Stop the Waste, che evidenzia il fatto che lo spreco alimentare lede la vita di tanti individui e impedisce il progresso dei popoli. Se desideriamo costruire un futuro in cui nessuno venga lasciato indietro, dobbiamo creare un presente che rifiuti radicalmente lo spreco di cibo. Insieme, senza perdere tempo, unendo risorse e idee, possiamo introdurre uno stile di vita che dia al cibo l’importanza che merita. Questo nuovo stile di vita consiste nell’apprezzare adeguatamente ciò che madre Terra ci dona, e avrà un impatto sull’umanità nel suo insieme.

    Vi assicuro, inoltre, che la Chiesa cattolica sta lavorando per promuovere la solidarietà tra tutte le persone e desidera cooperare con il Programma Alimentare Mondiale ribadendo che ogni essere umano ha diritto a una alimentazione sana e sostenibile.

    Vorrei che questa campagna contribuisca ad aiutare tutti coloro che ai nostri giorni subiscono gli effetti della povertà, e a dimostrare che ogniqualvolta la persona umana è messa al centro delle decisioni politiche ed economiche, la pace e la stabilità si consolidano tra nazioni e cresce ovunque la comprensione reciproca, fondamento del progresso umano autentico.

    Possano il vostro impegno e la vostra dedizione risvegliare in tutte le persone di buona volontà il desiderio di costruire un mondo nuovo e migliore sotto il vessillo della fraternità, della giustizia e della pace. Dio benedica tutti coloro che procedono su questo cammino.

    Dal Vaticano, 18 novembre 2019

    Francesco



    *L'Osservatore Romano
    , ed. quotidiana, Anno CLIX, n.263, 19/11/2019

  19. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 17 novembre 2019

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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico, (cfr Lc 21, 5-19) ci presenta il discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Gesù lo pronuncia davanti al tempio di Gerusalemme, edificio ammirato dalla gente a motivo della sua imponenza e del suo splendore. Ma Egli profetizza che di tutta quella bellezza del tempio, quella grandiosità «non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (v. 6). La distruzione del tempio preannunciata da Gesù è figura non tanto della fine della storia, quanto del fine della storia. Infatti, di fronte agli ascoltatori che vogliono sapere come e quando accadranno questi segni, Gesù risponde con il tipico linguaggio apocalittico della Bibbia.

    Usa due immagini apparentemente contrastanti: la prima è una serie di eventi paurosi: catastrofi, guerre, carestie, sommosse e persecuzioni (vv. 9-12); l’altra è rassicurante: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Dapprima c’è uno sguardo realistico sulla storia, segnata da calamità e anche da violenze, da traumi che feriscono il creato, nostra casa comune, e anche la famiglia umana che vi abita, e la stessa comunità cristiana. Pensiamo a tante guerre di oggi, a tante calamità di oggi. La seconda immagine – racchiusa nella rassicurazione di Gesù – ci dice l’atteggiamento che deve assumere il cristiano nel vivere questa storia, caratterizzata da violenza e avversità.

    E qual è l’atteggiamento del cristiano? È l’atteggiamento della speranza in Dio, che consente di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi. Anzi, essi sono «occasione di dare testimonianza» (v. 13). I discepoli di Cristo non possono restare schiavi di paure e angosce; sono chiamati invece ad abitare la storia, ad arginare la forza distruttrice del male, con la certezza che ad accompagnare la sua azione di bene c’è sempre la provvida e rassicurante tenerezza del Signore. Questo è il segno eloquente che il Regno di Dio viene a noi, cioè che si sta avvicinando la realizzazione del mondo come Dio lo vuole. È Lui, il Signore, che conduce la nostra esistenza e conosce il fine ultimo delle cose e degli eventi.

    Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione. La fede ci fa camminare con Gesù sulle strade tante volte tortuose di questo mondo, nella certezza che la forza del suo Spirito piegherà le forze del male, sottoponendole al potere dell’amore di Dio. L’amore è superiore, l’amore è più potente, perché è Dio: Dio è amore. Ci sono di esempio i martiri cristiani – i nostri martiri, anche dei nostri tempi, che sono di più di quelli degli inizi – i quali, nonostante le persecuzioni, sono uomini e donne di pace. Essi ci consegnano una eredità da custodire e imitare: il Vangelo dell’amore e della misericordia. Questo è il tesoro più prezioso che ci è stato donato e la testimonianza più efficace che possiamo dare ai nostri contemporanei, rispondendo all’odio con l’amore, all’offesa con il perdono. Anche nella vita quotidiana: quando noi riceviamo un’offesa, sentiamo dolore; ma bisogna perdonare di cuore. Quando noi ci sentiamo odiati, pregare con amore per la persona che ci odia. La Vergine Maria sostenga, con la sua materna intercessione, il nostro cammino di fede quotidiano, alla sequela del Signore che guida la storia.


    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    ieri a Riobamba, in Ecuador, è stato proclamato Beato padre Emilio Moscoso, sacerdote martire della Compagnia di Gesù, ucciso nel 1897 nel clima persecutorio contro la Chiesa Cattolica. Il suo esempio di religioso umile, apostolo della preghiera ed educatore della gioventù, sostenga il nostro cammino di fede e di testimonianza cristiana. Un applauso al nuovo Beato!

    Oggi celebriamo la Giornata Mondiale dei Poveri, che ha per tema le parole del salmo “La speranza dei poveri non sarà mai delusa” (Sal 9,19). Il mio pensiero va a quanti, nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo, hanno promosso iniziative di solidarietà per dare concreta speranza alle persone più disagiate. Ringrazio i medici e gli infermieri che hanno prestato servizio in questi giorni nel Presidio Medico qui in Piazza San Pietro. Ringrazio per tante iniziative in favore della gente che soffre, dei bisognosi, e questo deve testimoniare l’attenzione che non deve mai mancare nei confronti dei nostri fratelli e sorelle. Ho visto recentemente, pochi minuti fa, alcune statistiche sulla povertà. Fanno soffrire! L’indifferenza della società verso i poveri… Preghiamo. [silenzio di preghiera]

    Saluto tutti voi pellegrini, venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, saluto la Comunità Ecuadoriana di Roma, che festeggia la Virgen del Quinche; i fedeli del New Jersey e quelli di Toledo; le Figlie di Maria Ausiliatrice provenienti da vari Paesi e l’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani nel Mondo. Saluto i gruppi di Porto d’Ascoli e di Angri; e i partecipanti al pellegrinaggio delle Scuole Lasalliane di Torino e Vercelli per la chiusura del terzo centenario della morte di San Giovanni Battista de la Salle.

    Martedì incomincerò il viaggio in Tailandia e Giappone: vi chiedo una preghiera per questo viaggio apostolico. E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

     

  20. GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

    SANTA MESSA

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Basilica Vaticana
    XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 17 novembre 2019

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    Oggi, nel Vangelo, Gesù sorprende i suoi contemporanei e anche noi. Infatti, proprio mentre si lodava il magnifico tempio di Gerusalemme, dice che non ne rimarrà «pietra su pietra» (Lc 21,6). Perché queste parole verso un’istituzione tanto sacra, che non era solo un edificio, ma un segno religioso unico, una casa per Dio e per il popolo credente? Perché queste parole? Perché profetizzare che la salda certezza del popolo di Dio sarebbe crollata? Perché, alla fine, il Signore lascia che crollino delle certezze, mentre il mondo ne è sempre più privo?

    Cerchiamo risposte nelle parole di Gesù. Egli oggi ci dice che quasi tutto passerà. Quasi tutto, ma non tutto. In questa penultima domenica del Tempo Ordinario, Egli spiega che a crollare, a passare sono le cose penultime, non quelle ultime: il tempio, non Dio; i regni e le vicende dell’umanità, non l’uomo. Passano le cose penultime, che spesso sembrano definitive, ma non lo sono. Sono realtà grandiose, come i nostri templi, e terrificanti, come terremoti, segni nel cielo e guerre sulla terra (cfr vv. 10-11): a noi sembrano fatti da prima pagina, ma il Signore li mette in seconda pagina. In prima rimane quello che non passerà mai: il Dio vivo, infinitamente più grande di ogni tempio che gli costruiamo, e l’uomo, il nostro prossimo, che vale più di tutte le cronache del mondo. Allora, per aiutarci a cogliere ciò che conta nella vita, Gesù ci mette in guardia da due tentazioni.

    La prima è la tentazione della fretta, del subito. Per Gesù non bisogna andare dietro a chi dice che la fine arriva subito, che «il tempo è vicino» (v. 8). Non va seguito, cioè, chi diffonde allarmismi e alimenta la paura dell’altro e del futuro, perché la paura paralizza il cuore e la mente. Eppure, quante volte ci lasciamo sedurre dalla fretta di voler sapere tutto e subito, dal prurito della curiosità, dall’ultima notizia eclatante o scandalosa, dai racconti torbidi, dalle urla di chi grida più forte e più arrabbiato, da chi dice “ora o mai più”. Ma questa fretta, questo tutto e subito non viene da Dio. Se ci affanniamo per il subito, dimentichiamo quel che rimane per sempre: inseguiamo le nuvole che passano e perdiamo di vista il cielo. Attratti dall’ultimo clamore, non troviamo più tempo per Dio e per il fratello che ci vive accanto. Com’è vero oggi questo! Nella smania di correre, di conquistare tutto e subito, dà fastidio chi rimane indietro. Ed è giudicato scarto: quanti anziani, quanti nascituri, quante persone disabili, poveri ritenuti inutili. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti.

    Gesù, come antidoto alla fretta propone oggi a ciascuno di noi la perseveranza: «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v. 19). Perseveranza è andare avanti ogni giorno con gli occhi fissi su quello che non passa: il Signore e il prossimo. Ecco perché la perseveranza è il dono di Dio con cui si conservano tutti gli altri suoi doni (cfr Sant’Agostino, De dono perseverantiae, 2,4). Chiediamo per ciascuno di noi e per noi come Chiesa di perseverare nel bene, di non perdere di vista ciò che conta. Questo è l’inganno della fretta.

    C’è un secondo inganno da cui Gesù vuole distoglierci, quando dice: «Molti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”. Non andate dietro a loro!» (v. 8). È la tentazione dell’io. Il cristiano, come non ricerca il subito ma il sempre, così non è un discepolo dell’io, ma del tu. Non segue, cioè, le sirene dei suoi capricci, ma il richiamo dell’amore, la voce di Gesù. E come si distingue la voce di Gesù? “Molti verranno nel mio nome”, dice il Signore, ma non sono da seguire: non basta l’etichetta “cristiano” o “cattolico” per essere di Gesù. Bisogna parlare la stessa lingua di Gesù, quella dell’amore, la lingua del tu. Parla la lingua di Gesù non chi dice io, ma chi esce dal proprio io. Eppure, quante volte, anche nel fare il bene, regna l’ipocrisia dell’io: faccio del bene ma per esser ritenuto bravo; dono, ma per ricevere a mia volta; aiuto, ma per attirarmi l’amicizia di quella persona importante. Così parla la lingua dell’io. La Parola di Dio, invece, spinge a una «carità non ipocrita» (Rm 12,9), a dare a chi non ha da restituirci (cfr Lc 14,14), a servire senza cercare ricompense e contraccambi (cfr Lc 6,35). Allora possiamo chiederci: “Io aiuto qualcuno da cui non potrò ricevere? Io, cristiano, ho almeno un povero per amico?”.

    I poveri sono preziosi agli occhi di Dio perché non parlano la lingua dell’io: non si sostengono da soli, con le proprie forze, hanno bisogno di chi li prenda per mano. Ci ricordano che il Vangelo si vive così, come mendicanti protesi verso Dio. La presenza dei poveri ci riporta al clima del Vangelo, dove sono beati i poveri in spirito (cfr Mt 5,3). Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io, ad accoglierli con lo stesso sguardo di amore che Dio ha per loro. Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio! Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa.

    Torniamo così alle domande iniziali. Tra tante cose penultime, che passano, il Signore vuole ricordarci oggi quella ultima, che rimarrà per sempre. È l’amore, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,8) e il povero che chiede il mio amore mi porta dritto a Lui. I poveri ci facilitano l’accesso al Cielo: per questo il senso della fede del Popolo di Dio li ha visti come i portinai del Cielo. Già da ora sono il nostro tesoro, il tesoro della Chiesa. Ci dischiudono infatti la ricchezza che non invecchia mai, quella che congiunge terra e Cielo e per la quale vale veramente la pena vivere: cioè, l’amore.