Parole di Papa Francesco

vatican.va
  1. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALLA VISITA DI STUDIO DI GIOVANI SACERDOTI
    E MONACI DELLE CHIESE ORTODOSSE ORIENTALI

    Sala dei Papi
    Venerdì, 21 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli,

    «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo» (2 Cor 1,2). Con queste parole dell’Apostolo Paolo desidero offrirvi il mio affettuoso benvenuto e manifestarvi la gioia che mi dà la vostra visita. Saluto cordialmente l’Arcivescovo Barsamian e il Vescovo El-Soryani, che vi accompagnano. Attraverso di voi vorrei anche indirizzare un saluto particolare ai miei venerabili e cari Fratelli, Capi delle Chiese ortodosse orientali.

    Una visita è sempre uno scambio di doni. Quando la Madre di Dio visitò Elisabetta, condivise con lei la gioia per il dono di Dio che aveva ricevuto. Ed Elisabetta, accogliendo il saluto di Maria che le fece sussultare il bambino nel grembo, fu colmata del dono dello Spirito Santo e donò alla cugina la sua benedizione (cfr Lc 1,39-42). Come Maria ed Elisabetta, le Chiese portano in sé vari doni dello Spirito, da condividere per la gioia e il bene reciproci. Così, quando noi cristiani di diverse Chiese ci facciamo visita, incontrandoci nell’amore del Signore, abbiamo la grazia di scambiarci questi doni. Possiamo accogliere quello che lo Spirito ha seminato nell’altro come un dono per noi. In questo senso, la vostra visita non è solo un’occasione per approfondire la conoscenza della Chiesa cattolica, ma è anche per noi cattolici un’opportunità per accogliere il dono dello Spirito che è in voi. La vostra presenza ci permette questo scambio di doni ed è motivo di gioia.

    Dice ancora l’apostolo Paolo: «Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data» (1 Cor 1,4). Anch’io oggi rendo grazie per lo stesso motivo, per la grazia di Dio che vi è stata data. Tutto parte da qui, dal vedere la grazia, dal riconoscere l’opera gratuita di Dio, dal credere che è Lui il protagonista del bene che c’è in noi. Questa è la bellezza dello sguardo cristiano sulla vita. Ed è anche la prospettiva nella quale accogliere il fratello, come l’Apostolo insegna. Sono dunque grato per voi, per la grazia che avete accolto nella vita e nelle vostre tradizioni, per i sì del vostro sacerdozio e della vostra vita monastica, per la testimonianza data dalle vostre Chiese ortodosse orientali, Chiese che hanno sigillato nel sangue la fede in Cristo e che continuano a essere semi di fede e di speranza anche in regioni spesso segnate, purtroppo, dalla violenza e dalla guerra.

    Spero che ciascuno di voi abbia potuto avere un’esperienza positiva della Chiesa cattolica e della città di Roma e che qui vi siate sentiti non ospiti, ma fratelli. Il Signore è contento di questo, della fraternità tra di noi. Che questa vostra visita, e quelle che con l’aiuto di Dio potranno seguire, diano piacere e gloria al Signore! Che la vostra presenza diventi un piccolo seme fecondo per far germogliare la comunione visibile tra di noi, quell’unità piena che Gesù ardentemente desidera (cfr Gv 17,21).

    Cari fratelli, mentre rinnovo il ringraziamento cordiale per la vostra visita, vi assicuro il ricordo nella preghiera e confido anche nel vostro per me e per il mio ministero. Il Signore vi benedica e la Madre di Dio vi protegga. E, se vi è gradito, ognuno nella propria lingua, possiamo pregare insieme il Padre Nostro.

    [Padre Nostro]

  2. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALLA SESSIONE PLENARIA DEL
    PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI

    Sala del Concistoro
    Venerdì, 21 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Signori Cardinali,
    cari Fratelli nell’episcopato e nel presbiterato,
    cari fratelli e sorelle!

    Mi rallegra accogliervi quest’oggi per la prima volta, al termine della vostra Sessione plenaria. Ringrazio il Presidente per aver ricordato lo spirito nel quale si sono svolti i vostri lavori, che hanno avuto come argomento lo schema della revisione del Libro VI del Codice di Diritto Canonico, De sanctionibus in Ecclesia. Questo incontro mi offre l’occasione per ringraziarvi del vostro servizio che, a nome e con l’autorità del Successore di Pietro, svolgete a vantaggio delle Chiese e dei Pastori (cfr Christus Dominus, 9). La specifica collaborazione del vostro Dicastero è definita nella Costituzione Pastor bonus (cfr artt. 154-158), che la riassume nell’ausilio alla funzione legislativa del Sommo Pontefice, Legislatore universale, nella corretta interpretazione delle leggi da lui emanate, nell’aiuto agli altri Dicasteri in materia di diritto canonico, nonché nella vigilanza sulla legittimità dei testi normativi emanati da legislatori al di sotto della suprema autorità.

    Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, attraverso iniziative diverse, si impegna inoltre a offrire il suo aiuto ai Pastori delle Chiese particolari e alle Conferenze Episcopali per la corretta interpretazione e applicazione del diritto; più in generale, nel diffondere la conoscenza e l’attenzione verso di esso. È necessario riacquisire e approfondire il senso vero del diritto nella Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, dove la preminenza è della Parola di Dio e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, ma subordinato e al servizio della comunione. In questa linea è opportuno che il Dicastero aiuti a far riflettere su una genuina formazione giuridica nella Chiesa, che faccia comprendere la pastoralità del diritto canonico, la sua strumentalità in ordine alla salus animarum (can. 1752), la sua necessità per ossequio alla virtù della giustizia, che sempre deve essere affermata e garantita.

    In tale prospettiva, è quanto mai attuale l’invito di Benedetto XVI nella Lettera ai Seminaristi, ma valido per tutti i fedeli: «Imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore» (n. 5). Far conoscere e applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. Evitando soluzioni arbitrarie, il diritto diventa valido baluardo a difesa degli ultimi e dei poveri, scudo protettore di chi rischia di cadere vittima dei potenti di turno. Noi vediamo oggi in questo contesto di guerra mondiale a pezzetti, vediamo come sempre c’è la mancanza del diritto, sempre. Le dittature nascono e crescono senza diritto. Nella Chiesa non può succedere questo.

    Anche il tema allo studio della vostra Plenaria va in questa direzione, per rimarcare che anche la legge penale è uno strumento pastorale e come tale deve essere considerata e accolta. Il Vescovo deve essere sempre più consapevole che nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è perciò stesso anche giudice tra i fedeli a lui affidati. Ma il ruolo di giudice ha sempre un’impronta pastorale in quanto è finalizzato alla comunione fra i membri del popolo di Dio. È quanto viene prescritto nel vigente Codice: quando l’Ordinario abbia constatato che per altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale non sia stato possibile ottenere sufficientemente la riparazione dello scandalo, il ristabilimento della giustizia, l’emendamento del reo, solo allora deve avviare la procedura giudiziaria o amministrativa per infliggere o dichiarare le pene adeguate per raggiungere la finalità (cfr can. 1341). Da ciò si deduce che la sanzione penale è sempre l’extrema ratio, il rimedio estremoa cui far ricorso, quando tutte le altre possibili strade per ottenere l’adempimento normativo si sono rivelate inefficaci.

    Al contrario di quella prevista dal legislatore statuale, la pena canonica ha sempre un significato pastorale e persegue non solo una funzione di rispetto dell’ordinamento, ma anche la riparazione e soprattutto il bene dello stesso colpevole. Il fine riparativo è volto a ripristinare, per quanto possibile, le condizioni precedenti alla violazione che ha perturbato la comunione. Ogni delitto, infatti, interessa tutta la Chiesa, la cui comunione è stata violata da chi deliberatamente ha attentato contro di essa con il proprio comportamento. Il fine del recupero dell’individuo sottolinea che la pena canonica non è uno strumento meramente coercitivo, ma ha un caratterespiccatamente medicinale. In definitiva, essa rappresenta un mezzo positivo per la realizzazione del Regno, per ricostruire la giustizia nella comunità dei fedeli, chiamati alla personale e comune santificazione.

    Il lavoro di revisione del Libro VI del Codice latino, che vi ha impegnato per alcuni anni e con questa Plenaria giunge a conclusione, si colloca nella giusta direzione: aggiornare la normativa penale per renderla più organica e conforme alle nuove situazioni e problematiche dell’attuale contesto socio-culturale, ed insieme offrire strumenti idonei per facilitarne l’applicazione. Vi esorto a proseguire con tenacia in tale compito. Prego per questo e benedico tutti voi e il vostro lavoro. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me, perché anche io devo essere giudice. Grazie.

  3. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA
    CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA (DEGLI ISTITUTI DI STUDI)

    Sala Clementina
    Giovedì, 20 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Signori Cardinali,
    Cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
    cari fratelli e sorelle!

    Ringrazio il Cardinale Versaldi per le cortesi parole introduttive e saluto cordialmente tutti voi. Il vostro ritrovo in Assemblea Plenaria vi ha dato modo, in questi giorni, di rileggere il denso lavoro svolto nel triennio passato e di tracciare gli impegni futuri con cuore aperto e con speranza. Il campo di competenza del Dicastero vi impegna a calarvi nell’affascinante mondo dell’educazione, che non è mai un’azione ripetitiva, ma l’arte della crescita, della maturazione, e per questo mai uguale a sé stessa.

    L’educazione è una realtà dinamica, è un movimento, che porta alla luce le persone. Si tratta di un peculiare genere di movimento, con caratteristiche che lo rendono un dinamismo di crescita, orientato al pieno sviluppo della persona nella sua dimensione individuale e sociale. Vorrei soffermarmi su alcuni suoi tratti tipici.

    Una proprietà dell’educazione è quella di essere un movimento ecologico. È una delle sue forze trascinanti verso l’obiettivo formativo completo. L’educazione che ha al centro la persona nella sua realtà integrale ha lo scopo di portarla alla conoscenza di sé stessa, della casa comune in cui è posta a vivere e soprattutto alla scoperta della fraternità come relazione che produce la composizione multiculturale dell’umanità, fonte di reciproco arricchimento.

    Questo movimento educativo, come ho scritto nell’Enciclica Laudato si’, contribuisce al recupero dei «diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio». Ciò richiede, naturalmente, educatori «capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione» (n. 210).

    Quanto al metodo, l’educazione è un movimento inclusivo. Un’inclusione che va verso tutti gli esclusi: quelli per la povertà, per la vulnerabilità a causa di guerre, carestie e catastrofi naturali, per la selettività sociale, per le difficoltà familiari ed esistenziali. Un’inclusione che si concretizza nelle azioni educative a favore dei rifugiati, delle vittime della tratta degli esseri umani, dei migranti, senza alcuna distinzione di sesso, di religione o etnia. L’inclusione non è un’invenzione moderna, ma è parte integrante del messaggio salvifico cristiano. Oggi è necessario accelerare questo movimento inclusivo dell’educazione per arginare la cultura dello scarto, originata dal rifiuto della fraternità come elemento costitutivo dell’umanità.

    Un’altra tipicità dell’educazione è quella di essere un movimento pacificatore. È armonico – poi ne parlerò, ma sono collegati –, un movimento pacificatore, portatore di pace. Ce ne danno testimonianza gli stessi giovani, che con il loro impegno e con la loro sete di verità ci «richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile»(Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2020). Il movimento educativo costruttore di pace è una forza da alimentare contro la “egolatria” che genera la non-pace, le fratture tra le generazioni, tra i popoli, tra le culture, tra le popolazioni ricche e quelle povere, tra maschile e femminile, tra economia ed etica, tra umanità e ambiente (cfr Congregazione per l’Educazione Cattolica, Patto Educativo Globale. Instrumentum laboris, 2020). Queste fratture e contrapposizioni, che fanno ammalare le relazioni, nascondono una paura della diversità e della differenza. Per questo l’educazione è chiamata con la sua forza pacificatrice a formare persone capaci di comprendere che le diversità non ostacolano l’unità, anzi sono indispensabili alla ricchezza della propria identità e di quella di tutti.

    Un altro elemento tipico dell’educazione è quello di essere un movimento di squadra. Non è mai l’azione di una singola persona o istituzione. La Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis afferma che la scuola «costituisce come un centro, alla cui attività e al cui progresso devono insieme partecipare le famiglie, gli insegnanti, i vari tipi di associazioni a finalità culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana» (n. 5). Da parte sua, la Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae, di cui ricorre quest’anno il trentesimo della promulgazione, afferma che «l’Università cattolica persegue i propri obiettivi anche mediante l’impegno di formare una comunità autenticamente umana, animata dallo spirito di Cristo» (n. 21). Ma ogni università è chiamata ad essere una «comunità di studio, di ricerca e di formazione» (Cost. Ap. Veritatis gaudium art. 11 § 1).

    Questo movimento di squadra è da tempo entrato in crisi per diverse ragioni. Perciò ho sentito la necessità di promuovere per il prossimo 14 maggio la giornata per il patto educativo globale, affidando l’organizzazione alla Congregazione per l’Educazione Cattolica. È un appello rivolto a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, amministrative, religiose ed educative per ricomporre il “villaggio dell’educazione”. Il trovarsi insieme non ha l’obiettivo di elaborare programmi, ma di ritrovare il passo comune «per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Il patto educativo non dev’essere un semplice ordinamento, non dev’essere un “ricucinato” dei positivismi che abbiamo ricevuto da un’educazione illuministica. Dev’essere rivoluzionario.

    Mai come ora c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna». Per raggiungere questi obiettivi ci vuole coraggio: «Il coraggio di mettere al centro la persona […]. Il coraggio di investire le migliori energie […]. Il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità» (Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019). Il coraggio di pagare bene gli educatori.

    Vedo nel comporsi di un patto educativo globale anche la facilitazione della crescita di un’alleanza interdisciplinare e transdisciplinare, che la recente Costituzione Apostolica Veritatis gaudium ha segnalato per gli studi ecclesiastici, ma vale per tutti gli studi, come «principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni, […] anche in rapporto al frammentato e non di rado disintegrato panorama odierno degli studi universitari e al pluralismo incerto, conflittuale o relativistico, delle convinzioni e delle opzioni culturali» (Proemio, 4 c).

    In questo orizzonte largo dell’educazione vi auguro di continuare con profitto nella realizzazione del programma per i prossimi anni, in particolare nella stesura di un Direttorio, nella costituzione di un Osservatorio mondiale, nonché nella qualificazione e nell’aggiornamento degli studi ecclesiastici e in una maggiore sollecitudine per la pastorale universitaria come strumento di nuova evangelizzazione. Sono tutti impegni che possono contribuire efficacemente a consolidare il patto, nel senso insegnatoci dalla Parola di Dio: «il patto tra Dio e gli uomini, il patto tra le generazioni, il patto tra i popoli e le culture, il patto – nella scuola – tra docenti e discenti e anche i genitori, il patto tra l’uomo, gli animali, le piante e persino le realtà inanimate che fanno bella e variopinta la nostra casa comune. Tutto è relazione con tutto, tutto è creato per essere icona vivente di Dio che è Trinità d’Amore!» (Discorso alla comunità accademica dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, 14 novembre 2019).

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro che fate con dedizione ogni giorno. Invoco su di voi i doni dello Spirito Santo affinché vi dia forza nel vostro delicato ministero a favore dell’educazione. E vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie.

  4. PAPA FRANCESCO

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
    DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Essere cristiani significa accettare la via di Gesù fino alla croce

    Giovedì, 20 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Il cristiano è colui che accetta la strada percorsa da Gesù per salvarci, e cioè la strada dell’umiliazione. Lo ha detto Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di giovedì 20 febbraio a Casa Santa Marta. Quando i cristiani, i sacerdoti, i vescovi e gli stessi Papi non seguono questa via, ha affermato, sbagliano. E ha aggiunto: chiediamo la grazia della coerenza cristiana per non usare il cristianesimo per «arrampicarsi».

    «La gente chi dice che io sia?», «Voi che cosa dite?». Sono le domande contenute nel brano del Vangelo della liturgia del giorno ed è da queste domande che Papa Francesco ha preso spunto per la sua riflessione. Il Vangelo, ha affermato, ci insegna le tappe, già percorse dagli apostoli, per sapere chi è Gesù. Sono tre: conoscere, confessare, accettare la strada che Dio ha scelto per Lui. Conoscere Gesù è ciò che facciamo tutti noi quando, ha osservato il Papa, prendiamo il Vangelo, quando portiamo i bambini al catechismo o a messa, ma è solo il primo passo, il secondo è confessare Gesù. «E questo noi, da soli — ha proseguito il Papa — non possiamo farlo. Nella versione di Matteo Gesù dice a Pietro: “Questo non viene da te. Te lo ha rivelato il Padre”. Possiamo confessare Gesù soltanto con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo. Nessuno può dire Gesù è il Signore e confessarlo senza lo Spirito Santo, dice Paolo. Noi non possiamo confessare Gesù senza lo Spirito. Perciò la comunità cristiana deve cercare sempre la forza dello Spirito Santo per confessare Gesù, per dire che Lui è Dio, che Lui è il Figlio di Dio».

    Ma qual è lo scopo della vita di Gesù, perché è venuto? Rispondere a questa domanda significa compiere la terza tappa sulla via della conoscenza di Lui. E il Papa ha ricordato che Gesù cominciò a insegnare ai suoi apostoli che doveva soffrire, venire ucciso e poi risorgere. «Confessare Gesù — ha spiegato Francesco — è confessare la sua morte, la sua risurrezione; non è confessare: “Tu sei Dio” e fermarci lì, no: “Tu sei venuto per noi e sei morto per me. Tu sei risorto. Tu ci dai la vita, Tu ci hai promesso lo Spirito Santo per guidarci”. Confessare Gesù — ha affermato ancora il Papa —  significa accettare la strada che il Padre ha scelto per Lui: l’umiliazione. Paolo, scrivendo ai Filippesi: “Dio inviò suo Figlio, il quale annientò se stesso, si fece servo, umiliò se stesso, fino alla morte, morte di croce”. Se non accettiamo la strada di Gesù, la strada dell’umiliazione che Lui ha scelto per la redenzione, non solo non siamo cristiani: meriteremo quello che Gesù ha detto a Pietro: “Va’ dietro a me, Satana!”».

    Papa Francesco ha fatto notare che Satana sa bene che Gesù è il Figlio di Dio, ma che Gesù rifiuta la sua «confessione» come allontana da sé Pietro quando respinge la via scelta da Gesù. «Confessare Gesù — ha affermato infatti Papa Francesco — è accettare la strada dell’umiltà e dell’umiliazione. E quando la Chiesa non va per questa strada, sbaglia, diventa mondana». E ha proseguito: «E quando noi vediamo tanti cristiani buoni, con buona volontà, ma che confondono la religione con un concetto sociale di bontà, di amicizia, quando noi vediamo tanti chierici che dicono di seguire Gesù, ma cercano gli onori, le vie fastose, le vie della mondanità, non cercano Gesù: cercano se stessi. Non sono cristiani; dicono di essere cristiani, ma di nome, perché non accettano la via di Gesù, dell’umiliazione. E quando leggiamo nella storia della Chiesa di tanti vescovi che hanno vissuto così e anche di tanti Papi mondani che non hanno conosciuto la strada dell’umiliazione, non l’hanno accettata, dobbiamo imparare che quella non è la strada».

    Il Papa ha concluso con l’invito a chiedere «la grazia della coerenza cristiana» per «non usare il cristianesimo per “arrampicarsi”», la grazia di seguire Gesù nella sua stessa via, fino all’umiliazione.


    *da: www.osservatoreromano.va

    L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 42, 21/02/2020

     

  5. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 19 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Catechesi sulle Beatitudini: 4. Beati i miti

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nella catechesi di oggi affrontiamo la terza delle otto beatitudini del Vangelo di Matteo: «Beati i miti perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5).

    Il termine “mite” qui utilizzato vuol dire letteralmente dolce, mansueto, gentile, privo di violenza. La mitezza si manifesta nei momenti di conflitto, si vede da come si reagisce ad una situazione ostile. Chiunque potrebbe sembrare mite quando tutto è tranquillo, ma come reagisce “sotto pressione”, se viene attaccato, offeso, aggredito?

    In un passaggio, San Paolo richiama «la dolcezza e la mansuetudine di Cristo» (2 Cor 10,1). E San Pietro a sua volta ricorda l’atteggiamento di Gesù nella Passione: non rispondeva e non minacciava, perché «si affidava a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). E la mitezza di Gesù si vede fortemente nella sua Passione.

    Nella Scrittura la parola “mite” indica anche colui che non ha proprietà terriere; e dunque ci colpisce il fatto che la terza beatitudine dica proprio che i miti “avranno in eredità la terra”.

    In realtà, questa beatitudine cita il Salmo 37, che abbiamo ascoltato all’inizio della catechesi. Anche lì si mettono in relazione la mitezza e il possesso della terra. Queste due cose, a pensarci bene, sembrano incompatibili. Infatti il possesso della terra è l’ambito tipico del conflitto: si combatte spesso per un territorio, per ottenere l’egemonia su una certa zona. Nelle guerre il più forte prevale e conquista altre terre.

    Ma guardiamo bene il verbo usato per indicare il possesso dei miti: essi non conquistano la terra; non dice “beati i miti perché conquisteranno la terra”. La “ereditano”. Beati i miti perché “erediteranno” la terra. Nelle Scritture il verbo “ereditare” ha un senso ancor più grande. Il Popolo di Dio chiama “eredità” proprio la terra di Israele che è la Terra della Promessa.

    Quella terra è una promessa e un dono per il popolo di Dio, e diventa segno di qualcosa di molto più grande di un semplice territorio. C’è una “terra” – permettete il gioco di parole – che è il Cielo, cioè la terra verso cui noi camminiamo: i nuovi cieli e la nuova terra verso cui noi andiamo (cfr Is 65,17; 66,22; 2 Pt 3,13; Ap 21,1).

    Allora il mite è colui che “eredita” il più sublime dei territori. Non è un codardo, un “fiacco” che si trova una morale di ripiego per restare fuori dai problemi. Tutt’altro! È una persona che ha ricevuto un’eredità e non la vuole disperdere. Il mite non è un accomodante ma è il discepolo di Cristo che ha imparato a difendere ben altra terra. Lui difende la sua pace, difende il suo rapporto con Dio, difende i suoi doni, i doni di Dio, custodendo la misericordia, la fraternità, la fiducia, la speranza. Perché le persone miti sono persone misericordiose, fraterne, fiduciose e persone con speranza.

    Qui dobbiamo accennare al peccato dell’ira, un moto violento di cui tutti conosciamo l’impulso. Chi non si è arrabbiato qualche volta? Tutti. Dobbiamo rovesciare la beatitudine e farci una domanda: quante cose abbiamo distrutto con l’ira? Quante cose abbiamo perso? Un momento di collera può distruggere tante cose; si perde il controllo e non si valuta ciò che veramente è importante, e si può rovinare il rapporto con un fratello, talvolta senza rimedio. Per l’ira, tanti fratelli non si parlano più, si allontanano l’uno dall’altro. E’ il contrario della mitezza. La mitezza raduna, l’ira separa.

    La mitezza è conquista di tante cose. La mitezza è capace di vincere il cuore, salvare le amicizie e tanto altro, perché le persone si adirano ma poi si calmano, ci ripensano e tornano sui loro passi, e così si può ricostruire con la mitezza.

    La “terra” da conquistare con la mitezza è la salvezza di quel fratello di cui parla lo stesso Vangelo di Matteo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Non c’è terra più bella del cuore altrui, non c’è territorio più bello da guadagnare della pace ritrovata con un fratello. E quella è la terra da ereditare con la mitezza!


    Saluti:

    Je salue cordialement les pèlerins venus de France et d’autres pays francophones, en particulier les diocésains du Mans avec Mgr Yves Le Saux, les diocésains de Bourges avec Mgr Jérôme Beau, les représentants de la Confédération française des travailleurs chrétiens, ainsi que les jeunes et les pèlerins de plusieurs paroisses. Chers frères et sœurs, je vous invite à demander à Dieu de nous faire le don de la douceur pour construire ensemble un monde plus fraternel. Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i pellegrini provenienti dalla Francia e da altri paesi di lingua francese, in particolare quelli delle Diocesi di Le Mans, con Mons. Yves Le Saux, e di Bourges, con Mons. Jérôme Beau, i rappresentanti della Confederazione francese dei lavoratori cristiani, nonché i giovani e pellegrini di diverse parrocchie. Cari fratelli e sorelle, vi invito a chiedere a Dio di darvi il dono della mansuetudine per costruire insieme un mondo più fraterno. Dio vi benedica.]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from England, Norway, the Philippines, Saudi Arabia, Vietnam and the United States of America. Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti da Inghilterra, Norvegia, Filippine, Arabia Saudita, Vietnam e Stati Uniti d’America. Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore Gesù Cristo. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger und Besucher deutscher Sprache, besonders an die verschiedenen Schülergruppen. Willkommen! Der Heilige Geist leite uns an, die Welt mit den Augen Gottes zu sehen und den Mitmenschen mit der Sanftmut des Herzens Gottes zu begegnen. Euch allen einen guten Aufenthalt in Rom!

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca, in particolare ai vari gruppi scolastici. Benvenuti! Lo Spirito Santo ci insegni a guardare al mondo con gli occhi di Dio e a trattare i fratelli con la mitezza del Suo cuore. Buona permanenza a Roma!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, venidos de España y de Latinoamérica. Pidamos al Señor que nos ayude a ser mansos y humildes de corazón, y a reconocer los momentos en que perdemos la calma para que, con la gracia del Señor, podamos volver a encontrar y a construir la paz. Que Dios los bendiga.

    De coração saúdo os peregrinos de língua portuguesa, em particular vós vindos de Portugal e do Brasil, encorajando-vos a ser por todo o lado testemunhas de esperança e caridade. E, se alguma vez tiverdes de enfrentar situações que vos turvam a alma, ide procurar refúgio sob o manto da Santa Mãe de Deus; lá encontrareis paz e mansidão. Sobre vós e vossas famílias desça a Bênção do Senhor!

    [Saluto di cuore i pellegrini di lingua portoghese, in particolare voi venuti dal Portogallo e dal Brasile, e vi incoraggio ad essere dovunque testimoni di speranza e carità. E, se qualche volta dovete affrontare situazioni che vi turbano l’anima, andate a cercare rifugio sotto il manto della Santa Madre di Dio; là troverete pace e mitezza. Su di voi e sulle vostre famiglie scenda la Benedizione del Signore.]

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً القادمينَ من الشرق الأوسط. إنّ الانسان الوديع هو الانسان الهادئ والطيّب والبسيط والمطيع والمسالم، يُحسن معاملة الناس ولا يُخاصم أحدًا. هذه الصفات تجعله محبوبًا من جميع الناس، لأنه يعيش معهم في سلام وهدوء. وبالتالي، إضافة إلى ملكوت الله، إنه يرث الأرض أيضًا. ليبارككُم الرب!

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! L’uomo mite è l’uomo calmo, gentile, semplice, obbediente e pacifico, che tratta bene la gente e non litiga con nessuno. Tali tratti lo rendono amabile da tutte le persone, perché vive con loro in pace e tranquillità. Quindi, oltre al regno di Dio, eredita anche la terra. Il Signore vi benedica!]

    Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, cichość, o której mówimy dzisiaj, może zapanować w sercu i przezwyciężyć gniew, ocalić przyjaźnie i odbudować relacje wystawione na próbę przez ambicje i ducha rywalizacji. Pamiętajcie zawsze o zaproszeniu Pana Jezusa: „uczcie się ode Mnie, bo jestem cichy i pokorny sercem, a znajdziecie ukojenie dla dusz waszych” (Mt 11, 29). Z serca wam błogosławię. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, la mitezza, di cui parliamo oggi, è capace di vincere il cuore e sconfiggere l’ira, salvare le amicizie e ricostruire le relazioni messe alla prova dalle ambizioni e dallo spirito di rivalità. Ricordate sempre l’invito del Signore Gesù: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29). Vi benedico di cuore. Sia lodato Gesù Cristo!]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto le religiose e i religiosi; i gruppi parrocchiali; e la delegazione della Fiaccola Benedettina, con l’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Mons. Renato Boccardo e l’Abate di Montecassino, dom Donato Ogliari.

    Saluto inoltre il Comando Brigata Aosta, di Messina; la Società Italiana di Odontostomatologia per l’handicap; e il reparto di pediatria dell’Istituto Nazionale dei Tumori, di Milano.

    Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo.

     

  6. PAPA FRANCESCO

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
    DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Dio chiede un cuore aperto e pieno di compassione

    Martedì, 18 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    «La medicina contro la durezza del cuore è la memoria». Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di martedì 18 febbraio a Casa Santa Marta ha invitato a non dimenticare la grazia della salvezza che rende il cuore sincero e capace di misericordia.

    Manca pane a sufficienza ai discepoli che sono saliti in barca con Gesù e in loro subentra la preoccupazione per la gestione di qualcosa di materiale: «Discutevano fra loro — si legge nel Vangelo del giorno (Marco, 8, 14-21) — perché non avevano pane». Gesù accortosi di questo li ammoniva: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?».

    Papa Francesco ha preso le mosse da questa scena del Vangelo per far comprendere la differenza che c’è tra un «cuore indurito», come quello dei discepoli, e un «cuore compassionevole» come quello del Signore, quello che esprime la Sua volontà: «E la volontà del Signore è la compassione: “Misericordia voglio e non sacrifici”. E un cuore senza compassione — ha sottolineato il Pontefice — è un cuore idolatrico, è un cuore autosufficiente, che va avanti sostenuto dal proprio egoismo, che diventa forte soltanto con le ideologie. Pensiamo ai quattro gruppi ideologici del tempo di Gesù: i farisei, i sadducei, gli esseni, gli zeloti. Quattro gruppi che avevano indurito il cuore per portare avanti un progetto che non era quello di Dio; non c’era posto per il progetto di Dio, non c’era posto per la compassione».

    Ma esiste una “medicina” contro la durezza del cuore ed è la memoria. Per questo nel Vangelo di oggi e in tanti passi della Bibbia che il Papa ha ripercorso, torna come una sorta di “ritornello” il richiamo al potere salvifico della memoria, una “grazia” da chiedere — ha detto Francesco — perché «mantiene il cuore aperto e fedele».

    «Quando il cuore diventa indurito, quando il cuore si indurisce, si dimentica... Si dimentica — ha affermato Francesco — la grazia della salvezza, si dimentica la gratuità. Il cuore duro porta alle liti, porta alle guerre, porta all’egoismo, porta alla distruzione del fratello, perché non c’è compassione. E il messaggio di salvezza più grande è che Dio ha avuto compassione di noi. Quel ritornello del Vangelo, quando Gesù vede una persona, una situazione dolorosa: “ne ebbe compassione”. Gesù è la compassione del Padre; Gesù è lo schiaffo a ogni durezza di cuore».

    Chiedere dunque la grazia di avere un cuore «non ideologizzato» e quindi indurito, ma «aperto e compassionevole» di fronte a quanto accade nel mondo perché — ha ricordato il Papa — da questo saremo giudicati il giorno del giudizio, non dalle nostre «idee» o dalle nostre «ideologie». «Ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; sono stato in prigione, sei venuto a trovarmi; ero afflitto e mi hai consolato» sta scritto nel Vangelo e «questa — ha rimarcato Francesco — è la compassione, questa è la non-durezza di cuore». E l’umiltà, la memoria delle nostre radici e della nostra salvezza, ci aiuteranno a conservarlo tale. Da qui la preghiera conclusiva del Papa: «Ognuno di noi ha qualcosa che si è indurito nel cuore. Facciamo memoria, e che sia il Signore a darci un cuore retto e sincero — come abbiamo chiesto nell’orazione colletta — dove abita il Signore. Nei cuori duri non può entrare il Signore; nei cuori ideologici non può entrare il Signore». Egli, ha concluso il Pontefice, «entra solo nei cuori che sono come il suo cuore: i cuori compassionevoli, i cuori che hanno compassione, i cuori aperti. Che il Signore ci dia questa grazia».

     


    *da: www.osservatoreromano.va

    L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 40, 19/02/2020

     

  7. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 16 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo di oggi (cfr Mt 5,17-37) è tratto dal “discorso della montagna” e affronta l’argomento dell’adempimento della Legge: come io devo compiere la Legge, come fare. Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà. Non dimentichiamo questo: vivere la Legge come uno strumento di libertà, che mi aiuta ad essere più libero, che mi aiuta a non essere schiavo delle passioni e del peccato. Pensiamo alle guerre, pensiamo alle conseguenze delle guerre, pensiamo a quella bambina morta di freddo in Siria l’altro ieri. Tante calamità, tante. Questo è frutto delle passioni e la gente che fa la guerra non sa dominare le proprie passioni. Gli manca di adempiere la Legge. Quando si cede alle tentazioni e alle passioni, non si è signori e protagonisti della propria vita, ma si diventa incapaci di gestirla con volontà e responsabilità.

    Il discorso di Gesù è strutturato in quattro antitesi, espresse con la formula «Avete inteso che fu detto … ma io vi dico».  Queste antitesi fanno riferimento ad altrettante situazioni della vita quotidiana: l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e i giuramenti. Gesù non abolisce le prescrizioni che riguardano queste problematiche, ma ne spiega il significato pieno e indica lo spirito con cui occorre osservarle. Egli incoraggia a passare da un’osservanza formale della Legge a un’osservanza sostanziale, accogliendo la Legge nel cuore, che è il centro delle intenzioni, delle decisioni, delle parole e dei gesti di ciascuno di noi. Dal cuore partono le azioni buone e quelle cattive.

    Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che, quando non si ama il prossimo, si uccide in qualche misura sé stessi e gli altri, perché l’odio, la rivalità e la divisione uccidono la carità fraterna che è alla base dei rapporti interpersonali. E questo vale per quello che ho detto delle guerre e anche per le chiacchiere, perché la lingua uccide. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che i desideri vanno guidati, perché non tutto ciò che si desidera si può avere, e non è bene cedere ai sentimenti egoistici e possessivi. Quando si accoglie la Legge di Dio nel cuore si capisce che bisogna abbandonare uno stile di vita fatto di promesse non mantenute, come anche passare dal divieto di giurare il falso alla decisione di non giurare affatto, assumendo l’atteggiamento di piena sincerità con tutti.

    E Gesù è consapevole che non è facile vivere i Comandamenti in questo modo così totalizzante. Per questo ci offre il soccorso del suo amore: Egli è venuto nel mondo non solo per dare compimento alla Legge, ma anche per donarci la sua Grazia, così che possiamo fare la volontà di Dio, amando Lui e i fratelli. Tutto, tutto possiamo fare con la Grazia di Dio! Anzi, la santità non è altra cosa che custodire questa gratuità che ci ha dato Dio, questa Grazia. Si tratta di fidarsi e affidarsi a Lui, alla sua Grazia, a quella gratuità che ci ha dato e accogliere la mano che Egli ci tende costantemente, affinché i nostri sforzi e il nostro necessario impegno possano essere sostenuti dal suo aiuto, ricolmo di bontà e di misericordia.

    Gesù oggi ci chiede di progredire sulla via dell’amore che Lui ci ha indicato e che parte dal cuore. Questa è la strada da seguire per vivere da cristiani. La Vergine Maria ci aiuti a seguire la via tracciata dal suo Figlio, per raggiungere la gioia vera e diffondere dappertutto la giustizia e la pace.

     


     

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini; in particolare, quelli provenienti dalla Croazia e dalla Serbia; da Trappes, in Francia; dalla diocesi di Toledo, in Spagna; e gli studenti del “Colegio Asunción Cuestablanca” di Madrid.

    Saluto i fedeli di Biancavilla, Fiuggi, Aprilia, Pescara e Treviso; i ragazzi della Cresima di Serravalle Scrivia, Quarto d’Altino e Rosolina.

    E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

     

  8. APERTURA DEL 91° ANNO GIUDIZIARIO DEL
    TRIBUNALE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Sala Regia
    Sabato, 15 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Illustri Signori,

    sono lieto di incontrarvi, così numerosi, alla cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario.

    So che molti di voi sono impegnati in Istituzioni preposte alla amministrazione della Giustizia ed alla tutela dell’ordine pubblico. Proprio per questo il vostro lavoro assume un valore prezioso, perché è garanzia non solo di ordine, ma soprattutto di responsabilità nella qualità delle relazioni interpersonali vissute nel nostro territorio.

    Vi chiedo di perseguire, con sempre più convinzione, la via della giustizia, come via che rende possibile un’autentica fraternità in cui tutti sono tutelati, specie i più deboli e fragili.

    Il primo punto che vorrei sottolineare in questo incontro è il Vangelo. Esso ci insegna uno sguardo più profondo rispetto alla mentalità modana, e ci mostra che la giustizia proposta da Gesù non è un semplice insieme di regole applicate tecnicamente, ma una disposizione del cuore che guida chi ha responsabilità.

    La grande esortazione del Vangelo è quella di instaurare la giustizia innanzitutto dentro di noi, lottando con forza a emarginare la zizzania che ci abita. Per Gesù è da ingenui pensare di riuscire a togliere ogni radice di male dentro di noi senza danneggiare anche il grano buono (cf Mt 13,24-30). Ma la vigilanza su noi stessi, con la conseguente lotta interiore ci aiuta a non lasciare che il male prenda il sopravvento sul bene.

    Davanti a questa situazione nessun ordinamento giuridico potrebbe salvarci. In questo senso invito ciascuno a sentirsi coinvolto non solo in un impegno esterno che riguarda gli altri, ma anche in un lavoro personale dentro ognuno di noi: la nostra personale conversione. È solo questa la giustizia che genera giustizia!

    C’è però da dire che la giustizia da sola non basta, ha bisogno di essere accompagnata anche dalle altre virtù, soprattutto quelle cardinali, quelle che fungono da cardine: la prudenza, la fortezza e la temperanza. 

    La prudenza, infatti, ci dà la capacità di distinguere il vero dal falso e ci consente di attribuire a ciascuno il suo.

    La temperanza come elemento di moderazione ed equilibrio nella valutazione dei fatti e delle situazioni ci rende liberi di decidere in base alla nostra coscienza.

    La fortezza ci consente di superare le difficoltà che incontriamo, resistendo alle pressioni ed alle passioni. In special modo a voi può esservi di aiuto nella solitudine che spesso sperimentate nel prendere delle decisioni complesse e delicate.

    Per favore, non dimenticate che nel vostro impegno quotidiano vi trovate spesso di fronte a persone che hanno fame e sete di giustizia, persone sofferenti, talora in preda ad angosce e disperazione esistenziale.

    Al momento di giudicare dovete essere voi, scavando nella complessità delle vicende umane, a dare risposte giuste, coniugando la correttezza delle leggi con il di più della misericordia insegnataci da Gesù. Infatti, la misericordia non è la sospensione della giustizia, ma il suo compimento (cf Rm 13,8-10), perché riporta tutto in un ordine più alto, dove anche i condannati alle pene più dure trovano il riscatto della speranza.

    È un compito, quello di giudicare, che richiede non solo preparazione ed equilibrio, ma anche passione per la giustizia e consapevolezza delle grandi e doverose responsabilità legate al giudizio.

    Il vostro compito non può trascurare l’impegno costante a comprendere le cause dell’errore, e la fragilità di chi ha violato la legge.

    Un secondo punto della nostra riflessione sulla giustizia è costituito dalle leggi che regolano i rapporti interpersonali e dunque la loro legalità, ma anche dai valori etici che ne fanno da sfondo.

    A questo proposito, la legislazione vaticana ha subito, soprattutto nell’ultimo decennio, e in particolare nel settore penale, significative riforme rispetto al passato.

    Alla base di queste importanti modifiche non vi è stata solo una naturale esigenza di ammodernamento, ma anche e soprattutto la necessità di rispettare impegni internazionali che la Santa Sede ha assunto anche per conto dello Stato Vaticano. Impegni riguardanti soprattutto la protezione della persona umana, minacciata nella sua stessa dignità, e la tutela dei gruppi sociali, spesso vittime di nuove, odiose, forme di illegalità.

    Lo scopo principale di queste riforme va, dunque, inserito all’interno della missione della Chiesa, anzi fa parte integrante ed essenziale della sua attività ministeriale. Ciò spiega il fatto che la Santa Sede si adoperi per condividere gli sforzi della comunità internazionale per la costruzione di una convivenza, giusta ed onesta, e soprattutto attenta alle condizioni dei più disagiati e degli esclusi, privati di beni essenziali, spesso calpestati nella loro dignità umana e ritenuti invisibili e scartati.

    Per dare concretezza a questo impegno, la Santa Sede ha avviato un processo di conformazione della propria legislazione alle norme del diritto internazionale e, sul piano operativo, si è impegnata in modo particolare a contrastare l’illegalità nel settore della finanza a livello internazionale.

    A tal fine, ha alimentato rapporti di cooperazione e condivisione di politiche ed iniziative di contrasto, creando presidi interni di sorveglianza e di intervento capaci di effettuare severi ed efficaci controlli.

    Tali azioni hanno recentemente portato alla luce situazioni finanziarie sospette, che al di là della eventuale illiceità, mal si conciliano con la natura e le finalità della Chiesa, e che hanno generato disorientamento e inquietudine nella comunità dei fedeli.

    Si tratta di vicende all’attenzione della magistratura, e devono essere ancora chiarite nei profili di rilevanza penale. Su di esse perciò non ci si può pronunciare in questa fase.

    In ogni caso, premessa la piena fiducia nell’operato degli Organi giudiziari ed investigativi, e fermo restando il principio della presunzione di innocenza delle persone indagate, un dato positivo è che proprio in questo caso, le prime segnalazioni sono partite da Autorità interne del Vaticano, attive, sia pure con differenti competenze, nei settori della economia e finanza. Questo dimostra l’efficacia e l’efficienza delle azioni di contrasto, così come richiesto dagli standard internazionali.

    La Santa Sede è fermamente intenzionata a proseguire nel cammino intrapreso, non solo sul piano delle riforme legislative, che hanno contribuito ad un sostanziale consolidamento del sistema, ma anche avviando nuove forme di cooperazione giudiziaria sia a livello di organi inquirenti che di organi investigativi, nelle forme previste dalle norme e dalla prassi internazionale.

    In questo campo si è distinto anche il Corpo della Gendarmeria per la sua attività investigativa a supporto dell’Ufficio del Promotore di Giustizia.

    Occorre rilevare che le pur apprezzabili riforme introdotte nel tempo e che stanno dando concreti risultati, restano comunque ancorate e dipendenti dall’operato dell’uomo.

    E, infatti, al di là delle specificità dei materiali normativi di cui disponga, chi è chiamato alla funzione di giudicare, deve comunque operare secondo criteri umani, prima ancora che giuridici, perché la giustizia, come ricordavo prima, non scaturisce tanto dalla perfezione formale del sistema e delle regole, quanto dalla qualità e rettitudine delle persone, in primis dei giudici.

    Occorre, dunque, una particolare attitudine degli operatori, non solo sul piano intellettuale, ma anche morale e deontologico. In questo senso, la promozione della giustizia richiede il contributo da parte di persone giuste.

    Possono aiutarci qui le parole esigenti e forti di Gesù: “Con la misura con cui giudicate, sarete giudicati” (cf. Mt 7,2). Il Vangelo ci ricorda che i nostri tentativi di giustizia terrena hanno sempre come orizzonte ultimo l’incontro con la giustizia divina, quella del Signore che ci aspetta. Queste parole non devono spaventarci, ma solo spronarci a compiere il nostro dovere con serietà e umiltà.  

    Vorrei concludere esortandovi a continuare nella realizzazione della vostra vocazione e missione essenziale nello sforzo quotidiano di stabilire la giustizia.

    Impegnatevi nella consapevolezza delle vostre importanti responsabilità.

    Aprite spazi e nuovi percorsi per attuare la giustizia a vantaggio della promozione della dignità umana, della libertà, in definitiva, della pace.

    Sono certo che onorerete questo impegno, e prego perché il Signore vi accompagni in questo vostro cammino. E vi chiedo di pregare anche per me. Grazie.

    E chiediamo insieme, prima della benedizione, la protezione della Madonna: che come Madre ci aiuti in questo impegno di giustizia.

    Ave o Maria, …

    [Benedizione]

     

  9. MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AL PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE SPAGNOLA
    IN OCCASIONE DEL CONGRESSO NAZIONALE DEI LAICI

    [MADRID, 14-16 FEBBRAIO 2020]

     

    All’Eminentissimo
    Cardinale Ricardo Blázquez Pérez
    Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola

    Mi rivolgo a lei, come anche all’amato Cardinale Carlos Osoro Sierra, Arcivescovo di Madrid, e a tutti i fratelli vescovi, sacerdoti, religiosi e, in modo particolare, ai fedeli laici, in occasione del Congresso Nazionale che celebrate con il tema: “Popolo di Dio in uscita”.

    Per arrivare a questa celebrazione avete percorso un lungo cammino di preparazione, e questo è bello, camminare insieme, fare “sinodo”, condividendo idee ed esperienze a partire dalle diverse realtà in cui siete presenti, per arricchirsi e far crescere la comunità in cui si vive.

    È significativo che iniziate questo Congresso nel giorno in cui la Chiesa fa memoria dei santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa. Essi diedero impulso a una grande evangelizzazione in questo continente, portando il messaggio del Vangelo a quanti non lo conoscevano, rendendolo comprensibile e vicino alle genti del loro tempo, con un linguaggio e forme nuove. Con il loro ingegno e la loro testimonianza, furono capaci di portare la luce e la gioia del Vangelo a un mondo complesso ed ostile. Il frutto fu di vedere come molti credevano e aderivano alla fede, formando una comunità; una porzione del Popolo di Dio cominciò a camminare in quella vasta regione del continente, e continua a farlo ancora oggi sotto la protezione di quei due fratelli evangelizzatori.

    Questo ci indica — come afferma il motto del Congresso — che siamo Popolo di Dio, invitati a vivere la fede, non in modo individuale e isolato, ma nella comunità, come popolo amato e caro a Dio. Gli apparteniamo, e questo implica non solo essere stati incorporati a Lui per mezzo del battesimo, ma anche vivere coerentemente con questo dono ricevuto. Perciò è fondamentale prendere coscienza del fatto che facciamo parte di una comunità cristiana. Non siamo un raggruppamento qualsiasi, e neppure una Ong, ma la famiglia di Dio convocata attorno a uno stesso Signore. Ricordarlo ci porta ad approfondire ogni giorno la nostra fede: un dono che si vive nell’azione liturgica, nella preghiera comune di tutta la Chiesa, e che deve essere annunciato. È il popolo convocato da Dio, che cammina sentendo l’impulso dello Spirito, che lo rinnova e lo fa tornare a Lui, volta dopo volta, per sentirci una cosa sua.

    E questo Popolo di Dio in uscita vive in una storia concreta, che nessuno ha scelto, ma che gli viene data, come una pagina in bianco su cui scrivere. È chiamato a lasciarsi alle spalle le proprie comodità e a fare un passo verso l’altro, cercando di dare ragione della speranza (cfr. 1 Pt3, 15), non con risposte prefabbricate, bensì incarnate e contestualizzate per rendere comprensibile e accessibile la Verità che come cristiani ci muove e ci fa felici.

    Per questo è necessaria quella libertà interiore capace di lasciarsi toccare dalla realtà del nostro tempo e avere il coraggio di andarle incontro. Il mandato missionario è sempre attuale e torna a noi con la forza di sempre, per far risuonare la voce sempre nuova del Vangelo in questo mondo in cui viviamo, in particolare in questa vecchia Europa, nella quale la Buona Novella si vede soffocata da tante voci di morte e di disperazione.

    La Parola viva di Dio ha bisogno di essere predicata con passione e gioia attraverso la testimonianza cristiana, per poter abbattere anche i muri più alti che isolano ed escludono. È la vostra ora, è l’ora di uomini e donne impegnati nel mondo della cultura, della politica, dell’industria... che con il loro modo di vivere siano capaci di portare la novità e la gioia del Vangelo ovunque si trovino. Vi incoraggio a vivere la vostra vocazione immersi nel mondo, ascoltando, con Dio e con la Chiesa, i battiti dei vostri contemporanei, del popolo. E vi chiedo, per favore, di evitare a ogni costo le “tentazioni” del laico all’interno della Chiesa, che possono essere: il clericalismo, che è una piaga e vi rinchiude nella sacrestia, come anche la competitività e il carrierismo ecclesiale, la rigidità e la negatività..., che soffocano la specificità della vostra chiamata alla santità nel mondo attuale.

    Non abbiate dunque paura di calpestare le strade, di entrare in ogni angolo della società, di giungere fino ai limiti della città, di toccare le ferite della nostra gente... questa è la Chiesa di Dio, che si rimbocca le maniche per andare incontro all’altro, senza giudicarlo, senza condannarlo, ma tendendogli la mano, per sostenerlo, incoraggiarlo, o semplicemente accompagnarlo nella sua vita. Che il mandato del Signore risuoni sempre in voi: “Andate e predicate il Vangelo” (cfr. Mt 28, 19).

    Vi incoraggio nel vostro compito e impegno, e prego il Signore affinché questo Congresso possa dare frutti abbondanti.

    E, per favore, vi chiedo di pregare per me.

    Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca.

    Fraternamente,

    Francesco

     

    Roma, presso San Giovanni in Laterano, 14 febbraio 2020
    Festa dei santi Cirillo e Metodio, Patroni dell’Europa


    da L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 37, 15/02/2020

  10. PAPA FRANCESCO

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
    DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Grati a Dio per i compagni di cammino nella vita

    Venerdì, 14 febbraio 2020

    [Multimedia]


      

    Il calore di Casa Santa Marta, di una «famiglia larga» come la definisce il Papa, fatta di persone che «ci accompagnano nel cammino della vita», che ogni giorno vi lavorano, nel cuore del Vaticano, con dedizione e cura, che aiutano se una compagna è malata, provano tristezza se una di loro va via.

    Volti, sorrisi, saluti: semi che si gettano nel cuore di ognuno. Francesco, nella messa celebrata venerdì mattina, 14 febbraio, ha preso spunto dal pensionamento di una dipendente, Patrizia, per fare «atto di memoria, di ringraziamento» e anche di scuse nei confronti di chi «ci accompagna nel cammino».

    È stata un’omelia che ha raccontato la quotidianità di Casa Santa Marta, la dimora scelta dal Pontefice, che ha voluto soffermarsi sulla famiglia, non solo «papà, mamma, fratelli, zii, nonni» ma «la famiglia larga», cioè «coloro che ci accompagnano nel cammino della vita per un po’ di tempo».

    Il Pontefice ha spiegato che, dopo 40 anni di lavoro, Patrizia va in pensione; una presenza di famiglia su cui soffermarsi. «E questo — ha sottolineato — farà bene a tutti noi che abitiamo qui: pensare a questa famiglia che ci accompagna; e a tutti voi, che non abitate qui. Pensare a tanta gente che vi accompagna nel cammino della vita: vicini, amici, compagni di lavoro, di studio... Noi non siamo soli. Il Signore ci vuole popolo, ci vuole in compagnia; non ci vuole egoisti: l’egoismo è un peccato».

    Nella sua riflessione, Francesco ha ricordato la generosità di tante compagne di lavoro che si sono prese cura di chi si è ammalato. Dietro ogni nome, una presenza, una storia, una permanenza anche breve ma che ha lasciato il segno. Una familiarità che ha trovato spazio nel cuore del Papa. «Penso a Luisa, penso a Cristina», ha affermato il Pontefice, alla nonna di casa, suor Maria, entrata a lavorare giovane e che decise di consacrarsi.

    E nel ricordare la sua famiglia «larga», il Pontefice ha avuto un pensiero anche per chi non c’è più: come «Miriam, che se n’è andata con il bambino; Elvira, che è stata un esempio di lotta per la vita, fino alla fine». E poi altri ancora, che sono andati in pensione o a lavorare altrove. Presenze che a volte si fa fatica a lasciare. «Oggi — ha detto — farà bene a tutti noi pensare alla gente che ci ha accompagnato nel cammino della vita, come gratitudine, e anche come un gesto di gratitudine a Dio. Grazie, Signore — è stata la sua preghiera — per non averci lasciati da soli. È vero, sempre ci sono dei problemi, e dove c’è gente ci sono delle chiacchiere. Anche qui dentro. Si prega e si chiacchiera, ambedue le cose. E anche, alcune volte, si pecca contro la carità».

    Peccare, perdere la pazienza e poi chiedere scusa. Si fa così in famiglia. «Io vorrei ringraziare per la pazienza delle persone che ci accompagnano — ha affermato il Papa — e chiedere scusa per le nostre mancanze». Ecco allora che, ha osservato, «oggi è un giorno per ringraziare e chiedere scusa, dal cuore, ognuno di noi, alle persone che ci accompagnano nella vita, per un pezzo della vita, per tutta la vita... E vorrei approfittare di questo congedo di Patrizia — ha concluso Francesco — per fare con voi questo atto di memoria, di ringraziamento, e anche di chiedere scusa alle persone che ci accompagnano. Ognuno di noi lo faccia con le persone che abitualmente lo accompagnano. E a coloro che lavorano qui a casa, un grazie grande grande grande. E a lei, Patrizia, che incominci questa seconda parte della vita, altri 40 anni!».


    *da: www.osservatoreromano.va 

    L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 37, 15/02/2020
  11. PAPA FRANCESCO

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
    DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Scivolare nella mondanità è una lenta apostasia

    Giovedì, 13 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Lasciarsi scivolare lentamente nel peccato, relativizzando le cose ed entrando «in negoziato» con gli dèi del denaro, della vanità e dell’orgoglio: da quella che ha definito una «caduta con anestesia» ha messo in guardia il Papa nell’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta giovedì mattina, 13 febbraio, riflettendo sulla storia del re Salomone.

    La prima lettura della liturgia del giorno (1 Re 11, 4-13) «ci racconta — ha esordito — l’apostasia, diciamo così, di Salomone», che non è stato fedele al Signore. Quando era vecchio, le sue donne gli fecero infatti «deviare il cuore» per seguire altri dèi. Fu dapprima un «ragazzo bravo», che al Signore chiese solo la saggezza e Dio lo rese saggio, al punto che da lui vennero i giudici e anche la Regina di Saba, dall’Africa, con regali perché aveva sentito parlare della sua saggezza. «Si vede che questa donna era un po’ filosofa e gli fece domande difficili», ha affermato il Pontefice notando che «Salomone uscì da queste domande vittorioso» perché sapeva rispondere.

    A quel tempo, ha proseguito Francesco, si poteva avere più di una sposa, che non vuol dire — ha spiegato — che fosse lecito fare «il donnaiolo». Il cuore di Salomone, però, si indebolì non per aver sposato queste donne — poteva farlo — ma perché le aveva scelte di un altro popolo, con altri dèi. E Salomone quindi cadde nel «tranello» e lasciò fare quando una delle mogli gli chiedeva di andare ad adorare Camos o Moloc. E così fece per tutte le sue donne straniere che offrivano sacrifici ai loro dèi. In una parola, «permise tutto, smise di adorare l’unico Dio». Dal cuore indebolito per la troppa affezione alle donne, «entrò il paganesimo nella sua vita». Quindi, ha evidenziato Francesco, quel ragazzo saggio che aveva pregato bene chiedendo la saggezza, è caduto al punto da essere rigettato dal Signore.

    «Non è stata un’apostasia da un giorno all’altro, è stata un’apostasia lenta», ha chiarito il Papa. Anche il re Davide, suo padre, infatti, aveva peccato — in modo forte almeno due volte — ma subito si era pentito e aveva chiesto perdono: era rimasto fedele al Signore che lo custodì fino alla fine. Davide pianse per quel peccato e per la morte del figlio Assalonne e quando, prima, fuggiva da lui, si umiliò pensando al suo peccato, quando la gente lo insultava. «Era santo. Salomone non è santo», ha affermato il Pontefice. Il Signore gli aveva dato tanti doni ma lui aveva sprecato tutto perché si era lasciato indebolire il cuore. Non si tratta, ha notato, del «peccato di una volta», ma dello «scivolare».

    «Le donne gli fecero deviare il cuore e il Signore lo rimprovera: “Tu hai deviato il cuore”. E questo succede nella nostra vita. Nessuno di noi è un criminale, nessuno di noi fa dei grossi peccati come aveva fatto Davide con la moglie di Uria, nessuno. Ma dove è il pericolo? Lasciarsi scivolare lentamente perché è una caduta con anestesia, tu non te ne accorgi, ma lentamente si scivola, si relativizzano le cose e si perde la fedeltà a Dio», ha rimarcato Francesco. «Queste donne erano di altri popoli, avevano altri dèi, e quante volte noi dimentichiamo il Signore ed entriamo in negoziato con altri dèi: il denaro, la vanità, l’orgoglio. Ma questo si fa lentamente e se non c’è la grazia di Dio, si perde tutto», ha avvertito ancora.

    Di nuovo il Papa ha richiamato il Salmo 105 (106) per sottolineare che questo mescolarsi con i pagani e imparare ad agire come loro, significa farsi mondani. «E per noi questa scivolata lenta nella vita è verso la mondanità, questo è il grave peccato: “Lo fanno tutti, ma sì, non c’è problema, sì, davvero non è l’ideale, ma...”. Queste parole che ci giustificano al prezzo di perdere la fedeltà all’unico Dio. Sono degli idoli moderni», ha avvertito Francesco, chiedendo di pensare «a questo peccato della mondanità» che porta a «perdere il genuino del Vangelo. Il genuino della Parola di Dio» a «perdere l’amore di questo Dio che ha dato la vita per noi. Non si può stare bene con Dio e con il diavolo. Questo lo diciamo tutti noi quando parliamo di una persona che è un po’ così: “Questo sta bene con Dio e con il diavolo”. Ha perso la fedeltà».

    E, in pratica, ha continuato il Pontefice, ciò significa non essere fedele «né a Dio né al diavolo». Per questo in conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore la grazia di fermarsi quando si capisce che il cuore inizia a scivolare. «Pensiamo a questo peccato di Salomone — ha raccomandato —, pensiamo a come è caduto quel Salomone saggio, benedetto dal Signore, con tutte le eredità del padre Davide, come è caduto lentamente, anestetizzato verso questa idolatria, verso questa mondanità e gli è stato tolto il regno».

    E «chiediamo al Signore — ha concluso Francesco — la grazia di capire quando il nostro cuore incomincia a indebolirsi e a scivolare, per fermarci. Saranno la sua grazia e il suo amore a fermarci se noi lo preghiamo».


    *da: www.osservatoreromano.va 

    L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 36, 14/02/2020

  12. PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 12 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Catechesi sulle Beatitudini:3. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati(Mt 5,4)

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Abbiamo intrapreso il viaggio nelle Beatitudini e oggi ci soffermiamo sulla seconda: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

    Nella lingua greca in cui è scritto il Vangelo, questa beatitudine viene espressa con un verbo che non è al passivo – infatti i beati non subiscono questo pianto – ma all’attivo: “si affliggono”; piangono, ma da dentro. Si tratta di un atteggiamento che è diventato centrale nella spiritualità cristiana e che i padri del deserto, i primi monaci della storia, chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una relazione con il Signore e con il prossimo; a una rinnovata relazione con il Signore e con il prossimo.

    Questo pianto, nelle Scritture, può avere due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato – , quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo.

    Si tratta quindi di voler bene all’altro in maniera tale da vincolarci a lui o lei fino a condividere il suo dolore. Ci sono persone che restano distanti, un passo indietro; invece è importante che gli altri facciano breccia nel nostro cuore.

    Ho parlato spesso del dono delle lacrime, e di quanto sia prezioso.[1] Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C’è pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui.

    Il lutto, ad esempio, è una strada amara, ma può essere utile per aprire gli occhi sulla vita e sul valore sacro e insostituibile di ogni persona, e in quel momento ci si rende conto di quanto sia breve il tempo.

    Vi è un secondo significato di questa paradossale beatitudine: piangere per il peccato.

    Qui bisogna distinguere: c’è chi si adira perché ha sbagliato. Ma questo è orgoglio. Invece c’è chi piange per il male fatto, per il bene omesso, per il tradimento del rapporto con Dio. Questo è il pianto per non aver amato, che sgorga dall’avere a cuore la vita altrui. Qui si piange perché non si corrisponde al Signore che ci vuole tanto bene, e ci rattrista il pensiero del bene non fatto; questo è il senso del peccato. Costoro dicono: “Ho ferito colui che amo”, e questo li addolora fino alle lacrime. Dio sia benedetto se arrivano queste lacrime!

    Questo è il tema dei propri errori da affrontare, difficile ma vitale. Pensiamo al pianto di san Pietro, che lo porterà a un amore nuovo e molto più vero: è un pianto che purifica, che rinnova. Pietro guardò Gesù e pianse: il suo cuore è stato rinnovato. A differenza di Giuda, che non accettò di aver sbagliato e, poveretto, si suicidò. Capire il peccato è un dono di Dio, è un’opera dello Spirito Santo. Noi, da soli, non possiamo capire il peccato. È una grazia che dobbiamo chiedere. Signore, che io capisca il male che ho fatto o che posso fare. Questo è un dono molto grande e dopo aver capito questo, viene il pianto del pentimento.

    Uno dei primi monaci, Efrem il Siro dice che un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello (cfr Discorso ascetico). La bellezza del pentimento, la bellezza del pianto, la bellezza della contrizione! Come sempre la vita cristiana ha nella misericordia la sua espressione migliore. Saggio e beato è colui che accoglie il dolore legato all’amore, perché riceverà la consolazione dello Spirito Santo che è la tenerezza di Dio che perdona e corregge. Dio sempre perdona: non dimentichiamoci di questo. Dio sempre perdona, anche i peccati più brutti, sempre. Il problema è in noi, che ci stanchiamo di chiedere perdono, ci chiudiamo in noi stessi e non chiediamo il perdono. Questo è il problema; ma Lui è lì per perdonare.

    Se teniamo sempre presente che Dio «non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 103,10), viviamo nella misericordia e nella compassione, e appare in noi l’amore. Che il Signore ci conceda di amare in abbondanza, di amare con il sorriso, con la vicinanza, con il servizio e anche con il pianto.



    [1] Cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 76; Discorso ai giovani dell’Università S. Tomas, Manila, 18 gennaio 2015; Omelia nel Mercoledì delle Ceneri, 18 febbraio 2015.
     

    Saluti:

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, les groupes venus de France, particulièrement l’aumônerie diocésaine d’Auch, accompagnée par S.E. Monseigneur Maurice Gardès et les jeunes venus de Marseille. Sage et bienheureux est celui qui accueille la douleur liée à l’amour car il recevra le Consolateur, l’Esprit Saint, tendresse de Dieu qui pardonne et corrige. Que le Seigneur fasse de nous des hommes et des femmes de miséricorde et de compassion ouverts à un amour généreux. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, i gruppi provenienti dalla Francia, in particolare la cappellania diocesana di Auch, accompagnati da S.E. Mons. Maurice Gardès, e i giovani di Marsiglia. Saggio e benedetto è colui che accetta il dolore legato all'amore, perché riceverà il Consolatore, cioè lo Spirito Santo, tenerezza di Dio che perdona e corregge. Possa il Signore rendervi uomini e donne di misericordia e compassione, aperti all’amore generoso. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from England, Ireland, Japan and the United States of America. Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti da Inghilterra, Irlanda, Giappone e Stati Uniti d’America. Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore Gesù Cristo. Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache, insbesondere die Seminaristen des Bischöflichen Priesterseminars Fulda. Lasst uns den Trauernden beistehen mit der tröstlichen Botschaft des Glaubens. Bitten wir auch um die schmerzhafte aber heilsame Erkenntnis unserer Sünden und um den Trost und die Freude der Vergebung!

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare gli alunni del Seminario Vescovile di Fulda. Stiamo al fianco di chi è in lutto con il messaggio confortante della fede. Chiediamo anche la dolorosa, ma salutare, conoscenza dei nostri peccati, la consolazione e la gioia del perdono.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española venidos de España y de Latinoamérica —chilenos, peruanos, mexicanos, argentinos—. Pidamos al Señor que nos conceda el don de las lágrimas por nuestra falta de amor a Dios y al prójimo, y que por su compasión y misericordia nos permita amar a nuestros hermanos y dejar que entren en nuestro corazón. Que Dios los bendiga.

    Ao saudar cordialmente todos os peregrinos de língua portuguesa, faço menção especial dos grupos brasileiros de Divinópolis e Porto Alegre. Que a Virgem Santa sempre vos acompanhe e ampare no crescimento cristão ao longo do caminho da vida, conservando, a vós e a quantos vos são queridos, na perene amizade de Deus. Sobre vós e vossas famílias desça a bênção do Senhor. Obrigado.

    [Nel salutare cordialmente tutti i pellegrini di lingua portoghese, faccio menzione particolare dei gruppi brasiliani di Divinópolis e Porto Alegre. Possa la Vergine Santa accompagnarvi sempre e sostenervi nella crescita cristiana lungo il cammino della vita, custodendo, voi e tutti coloro che vi sono cari, nella perenne amicizia di Dio. Su di voi e sulle vostre famiglie scenda la benedizione del Signore. Grazie.]

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً القادمينَ من الأراضي المقدسة، ومن الأردن ومن الشرق الأوسط. إن من يؤمن بالله لا يسمح لحزنه بأن يخنقه، أيًّا كان سببه. بل يتغلّب عليه بقوّة الروح القدس، ويحوِّله، لنفسه وللآخرين، إلى حياة جديدة. ليبارككم الرب جميعا ويحرسكم دائما من الشرير!

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dalla Terra Santa, dalla Giordania e dal Medio Oriente. Chi crede in Dio non si lascia soffocare dal suo pianto, qualunque ne sia la ragione. Ma, lo vince con la forza dello Spirito Santo e lo trasforma in una vita nuova, per sé e per gli altri. Il Signore vi benedica e vi protegga ‎sempre dal‎ maligno‎‎‎‏!]

    Serdecznie witam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, wczoraj przeżywaliśmy Świtowy Dzień Chorego. Wielu jest cierpiących z powodu choroby w naszych rodzinach, w naszym społeczeństwie i na świecie. Niech Pan da im siły, cierpliwość i łaskę uzdrowienia. A my zawsze pamiętajmy o nich i towarzyszmy im z modlitwą, z bliskością i konkretnymi gestami współczującej i czułej miłości. Niech Pan wam błogosławi! Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

    [Do il cordiale benvenuto ai pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, ieri abbiamo vissuto la Giornata Mondiale del Malato. A causa della malattia, sono tanti nella nostra società, nel mondo e nelle nostre famiglie i sofferenti. Il Signore gli dia la forza, la pazienza e la grazia di guarigione. E noi ricordiamoci sempre di loro e accompagniamoli con la preghiera, con la vicinanza e con i gesti concreti dell’amore compassionevole e tenero. Il Signore vi benedica! Sia lodato Gesù Cristo!]


    APPELLO PER LA SIRIA E LA CINA
     

    Io vorrei che in questo momento tutti pregassimo per l’amata e martoriata Siria. Tante famiglie, tanti anziani, bambini, devono fuggire dalla guerra. La Siria sanguina da anni. Preghiamo per la Siria.

    Anche una preghiera per i nostri fratelli cinesi che soffrono questa malattia così crudele. Che trovino la strada della guarigione il più presto possibile.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al pellegrinaggio dei devoti del Santuario della Santa Casa di Loreto, con l’Arcivescovo Mons. Fabio Dal Cin; e quelli dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie - sono rumorosi questi! Sono entusiasti! - e della Coldiretti di San Ferdinando di Puglia, accompagnati dall’Arcivescovo, Mons. Leonardo D’Ascenzo. Saluto inoltre i gruppi parrocchiali e gli Istituti scolastici.

    Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Il Signore vi sorregga sempre con la sua grazia, affinché possiate essere costanti nella speranza, affidandovi ogni giorno alla provvidenza di Dio.

  13. LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AL PRESIDENTE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA ECCLESIASTICA

     

    A Sua Eccellenza Reverendissima
    Mons. Joseph MARINO
    Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

     

    Caro Fratello,

    a conclusione dei lavori della recente Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Pan-Amazzonica, ho manifestato il desiderio che i sacerdoti che si preparano al Servizio diplomatico della Santa Sede dedichino un anno della loro formazione all'impegno missionario presso una Diocesi.

    Sono convinto che una tale esperienza potrà essere utile a tutti i giovani che si preparano o iniziano il servizio sacerdotale, ma in modo particolare a coloro che in futuro saranno chiamati a collaborare con i Rappresentanti Pontifici e, in seguito, potranno diventare a loro volta Inviati della Santa Sede presso le Nazioni e le Chiese particolari.

    Infatti, come ho già avuto modo di ricordare alla comunità di codesta Pontificia Accademia Ecclesiastica: “La missione che un giorno sarete chiamati a svolgere vi porterà in tutte le parti del mondo. In Europa bisognosa di svegliarsi; in Africa, assetata di riconciliazione; in America Latina, affamata di nutrimento e interiorità; in America del Nord, intenta a riscoprire le radici di un'identità che non si definisce a partire dalla esclusione; in Asia e Oceania, sfidate dalla capacità di fermentare in diaspora e dialogare con la vastità di culture ancestrali” (25 giugno 2015).

    Per affrontare positivamente queste crescenti sfide per la Chiesa e per il mondo, occorre che i futuri diplomatici della Santa Sede acquisiscano, oltre alla solida formazione sacerdotale e pastorale, e a quella specifica offerta da codesta Accademia, anche una personale esperienza di missione al di fuori della propria Diocesi d'origine, condividendo con le Chiese missionarie un periodo di cammino insieme alla loro comunità, partecipando alla loro quotidiana attività evangelizzatrice.

    Mi rivolgo dunque a te, caro Fratello, che hai recentemente assunto l'incarico di Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, chiedendoti di attuare questo mio desiderio di arricchire il curriculum della formazione accademica con un anno dedicato interamente al servizio missionario presso le Chiese particolari sparse nel mondo. Tale nuova esperienza entrerà in vigore a cominciare dai nuovi alunni che inizieranno la loro formazione nel prossimo anno accademico 2020/2021.

    Allo scopo di elaborare in modo più approfondito e avviare bene tale progetto, occorrerà innanzitutto una stretta collaborazione con la Segreteria di Stato e, più precisamente, con la Sezione per il Personale di Ruolo diplomatico della Santa Sede, nonché con i Rappresentanti Pontifici, i quali certamente non mancheranno di prestare un valido aiuto nell'individuare le Chiese particolari pronte ad accogliere gli alunni e nel seguire da vicino tale loro esperienza.

    Sono certo che, superate le iniziali preoccupazioni, che potrebbero sorgere di fronte a questo nuovo stile di formazione per i futuri diplomatici della Santa Sede, l'esperienza missionaria che si vuole promuovere tornerà utile non soltanto ai giovani accademici, ma anche alle singole Chiese con cui questi collaboreranno e, me lo auguro, susciterà in altri sacerdoti della Chiesa universale il desiderio di rendersi disponibili a svolgere un periodo di servizio missionario fuori della propria Diocesi.

    In conclusione, affidando alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, questa nuova modalità della formazione dei futuri collaboratori nel Servizio diplomatico della Santa Sede, invio con affetto a te, caro Fratello e all'intera comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica un cordiale saluto e la mia Benedizione Apostolica, chiedendovi per favore di ricordarmi nelle vostre preghiere.

    Dal Vaticano, 11 febbraio 2020

    Francesco

     
  14. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI MEMBRI DEI CAVALIERI DI COLOMBO

    Sala Clementina
    Lunedì, 10 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari amici,

    vi do un caloroso benvenuto in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma, nell’anno che segna il centenario dell’attività caritativa dei Cavalieri di Colombo in questa città.

    Infatti, è passato un secolo da quando il mio predecessore Benedetto XV invitò i Cavalieri di Colombo a provvedere aiuti umanitari ai giovani e ad altre persone a Roma a seguito del primo terribile conflitto mondiale. I Cavalieri risposero con generosità, fondando centri sportivi per la gioventù che rapidamente divennero luoghi per l’istruzione, la catechesi e la distribuzione di cibo e di altri beni essenziali, tanto necessari a quel tempo. In questo modo, il vostro Ordine si dimostrò fedele all’ideale del fondatore, il Venerabile Michael McGivney, il quale fu ispirato dai principi della carità cristiana e della fraternità ad assistere i più bisognosi.

    Oggi i Cavalieri di Colombo proseguono la loro opera di carità evangelica e fraternità in vari settori. Penso, in particolare, alla vostra fedele testimonianza nei riguardi della sacralità e della dignità della vita umana, sia a livello locale che nazionale. Questa convinzione vi ha anche condotto a sostenere, sia materialmente che spiritualmente, le comunità cristiane del Medio Oriente che stanno patendo gli effetti della violenza, della guerra e della povertà. Vi ringrazio, perché vedete nel fratello e nella sorella perseguitati e sfollati di quella regione il vostro prossimo, per il quale siete un segno dell’infinito amore di Dio.

    Dalla loro fondazione, i Cavalieri di Colombo hanno dimostrato incondizionata devozione al Successore di Pietro. La creazione del Fondo Vicarius Christi è una testimonianza di ciò, così come il desiderio di partecipare alla sollecitudine del Papa per tutte le Chiese e alla sua missione universale di carità. Nel nostro mondo, segnato da divisioni e disuguaglianze, il vostro generoso impegno nel servire tutti i bisognosi offre, specialmente ai giovani, un’ispirazione importante per superare la globalizzazione dell’indifferenza e costruire insieme una società più giusta e inclusiva.

    Cari fratelli e sorelle, con questi pensieri e sentimenti vi affido all’amorevole intercessione della Beata Vergine Maria. Accompagno con la preghiera i membri del vostro Ordine, le loro famiglie e le buone attività portate avanti dai Gruppi locali nel mondo. A voi qui presenti e ai vostri cari imparto di cuore la mia benedizione, chiedendovi, per favore, di pregare per me. Grazie!

  15. PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 9 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nel Vangelo di oggi (cfr Mt 5,13-16), Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo» (vv. 13.14). Egli utilizza un linguaggio simbolico per indicare a quanti intendono seguirlo alcuni criteri per vivere la presenza e la testimonianza nel mondo.

    Prima immagine: il sale. Il sale è l’elemento che dà sapore e che conserva e preserva gli alimenti dalla corruzione. Il discepolo è dunque chiamato a tenere lontani dalla società i pericoli, i germi corrosivi che inquinano la vita delle persone. Si tratta di resistere al degrado morale, al peccato, testimoniando i valori dell’onestà e della fraternità, senza cedere alle lusinghe mondane dell’arrivismo, del potere, della ricchezza. È “sale” il discepolo che, nonostante i fallimenti quotidiani – perché tutti noi ne abbiamo –, si rialza dalla polvere dei propri sbagli, ricominciando con coraggio e pazienza, ogni giorno, a cercare il dialogo e l’incontro con gli altri. È “sale” il discepolo che non ricerca il consenso e il plauso, ma si sforza di essere una presenza umile, costruttiva, nella fedeltà agli insegnamenti di Gesù che è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. E di questo atteggiamento c’è tanto bisogno!

    La seconda immagine che Gesù propone ai suoi discepoli è quella della luce: «Voi siete la luce del mondo». La luce disperde l’oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono ancora nel mondo e nelle singole persone. È compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dalle nostre «opere buone» (v. 16). Un discepolo e una comunità cristiana sono luce nel mondo quando indirizzano gli altri a Dio, aiutando ciascuno a fare esperienza della sua bontà e della sua misericordia. Il discepolo di Gesù è luce quando sa vivere la propria fede al di fuori di spazi ristretti, quando contribuisce a eliminare i pregiudizi, a eliminare le calunnie, e a far entrare la luce della verità nelle situazioni viziate dall’ipocrisia e dalla menzogna. Fare luce. Ma non è la mia luce, è la luce di Gesù: noi siamo strumenti perché la luce di Gesù arrivi a tutti.

    Gesù ci invita a non avere paura di vivere nel mondo, anche se in esso a volte si riscontrano condizioni di conflitto e di peccato. Di fronte alla violenza, all’ingiustizia, all’oppressione, il cristiano non può chiudersi in sé stesso o nascondersi nella sicurezza del proprio recinto; anche la Chiesa non può chiudersi in sé stessa, non può abbandonare la sua missione di evangelizzazione e di servizio. Gesù, nell’Ultima Cena, chiese al Padre di non togliere i discepoli dal mondo, di lasciarli, lì, nel mondo, ma di custodirli dallo spirito del mondo. La Chiesa si spende con generosità e tenerezza per i piccoli e i poveri: questo non è lo spirito del mondo, questo è la sua luce, è il sale. La Chiesa ascolta il grido degli ultimi e degli esclusi, perché è consapevole di essere una comunità pellegrina chiamata a prolungare nella storia la presenza salvifica di Gesù Cristo.

    La Vergine Santa ci aiuti ad essere sale e luce in mezzo alla gente, portando a tutti, con la vita e la parola, la Buona Notizia dell’amore di Dio.


    Dopo Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    ieri, nella memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, si è celebrata la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la Tratta di persone. Per sanare questa piaga – perché è una vera piaga! – che sfrutta i più deboli, è necessario l’impegno di tutti: istituzioni, associazioni e agenzie educative. Sul fronte della prevenzione, mi preme segnalare come diverse ricerche attestino che le organizzazioni criminali usano sempre più i moderni mezzi di comunicazione per adescare le vittime con l’inganno. Pertanto, è necessario da una parte educare a un uso sano dei mezzi tecnologici, dall’altra vigilare e richiamare i fornitori di tali servizi telematici alle loro responsabilità.

    Continuano a giungere notizie dolorose dal nord-ovest della Siria, in particolare sulle condizioni di tante donne e bambini, della gente costretta a fuggire a causa dell’escalation militare. Rinnovo il mio accorato appello alla comunità internazionale e a tutti gli attori coinvolti ad avvalersi degli strumenti diplomatici, del dialogo e dei negoziati, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale, per salvaguardare la vita e le sorti dei civili. Preghiamo per questa amata e martoriata Siria: Ave o Maria,…

    Saluto tutti voi, provenienti dall’Italia e da altri Paesi, in particolare i pellegrini di Siviglia, Carmona e Cadiz.

    Saluto i fedeli di Milano, Napoli-Fuorigrotta, Portici e Crispano; i ragazzi della Cresima di Rosolina e quelli di Prato; i partecipanti al Simposio Internazionale promosso dall’Azione Cattolica sul tema “Pedagogia della santità”.

    E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  16. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI DIRIGENTI E AGLI AGENTI DELL'ISPETTORATO DI PUBBLICA SICUREZZA
    PRESSO IL VATICANO

    Sala Clementina
    Sabato, 8 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Signor Capo della Polizia,
    Signor Prefetto e Signor Dirigente,
    Cari Funzionari e Agenti!

    Fa parte di una bella e consolidata tradizione questo incontro, all’inizio dell’anno, fra il Successore di Pietro e voi, che formate l’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano. Ringrazio il Prefetto Gabrielli per le sue parole, in particolare per il richiamo al valore della coerenza. Che Dio ci aiuti tutti in questo! Vi accolgo con piacere, soprattutto per esprimere ancora una volta a ciascuno di voi la mia gratitudine per il vostro prezioso lavoro. Il 2020 è già inoltrato, ma desidero ugualmente porgervi i miei auguri per questo anno che il Signore ci dona. Possa essere un tempo di serenità e di pace, per voi e per le vostre famiglie.

    Il vostro servizio alla Santa Sede e allo Stato della Città del Vaticano riveste un significato e un valore peculiari. Non è facile rapportarsi ogni giorno con i turisti e i pellegrini che visitano la Piazza e la Basilica di San Pietro e i Musei Vaticani, o che vengono per incontrare il Papa. Nella varietà delle situazioni, voi siete chiamati a coniugare le loro esigenze con le indispensabili regole dell’ordine pubblico e del tranquillo svolgersi della vita intorno alla Città del Vaticano e ai luoghi sacri alla fede cattolica. E la vostra opera è altrettanto importante in occasione delle mie visite pastorali a Roma e in Italia, dovunque mi conduce l’esercizio del ministero. Ormai tante volte ho potuto constatare di persona la vostra presenza discreta quanto attenta ed efficace! Questo voglio sottolineare: discreta; efficace e attenta, ma discreta. E questo dice l’alto livello umano. Per questo, grazie tante.

    Il vostro lavoro, oltre a competenza e professionalità, manifesta l’amore sincero e il fedele attaccamento alla Sede Apostolica. Di tutto, specialmente del vostro servizio quotidiano, svolto in modo encomiabile, vi sono personalmente riconoscente; e in questa circostanza intendo rinnovarvi la mia stima per lo spirito che lo anima. La costante cooperazione con la Gendarmeria Vaticana lo rende ancora più efficace e meritorio.

    Cari amici, il piacere di ritrovarci in quest’incontro quasi familiare si traduce da parte mia in preghiera e auspicio. All’inizio dell’anno, affido alla materna intercessione della Vergine Maria le intenzioni che portate nel cuore, affinché il Signore benedica ogni vostra attività e tutta la vostra vita, gli ideali, i propositi, le aspirazioni. La Madonna protegga in modo particolare i vostri figli e i vostri anziani, e aiuti i vostri cari che vivono momenti di difficoltà.

    Rinnovo l’auspicio che il vostro impegno quotidiano, talora non esente da rischi, sia sempre animato dalla fiamma della fede, della speranza e della carità. Una fiamma umile, semplice ma genuina.

    Portate i miei auguri anche ai vostri familiari a casa. Per tutti invoco dal Signore la prosperità, la concordia e la pace. Benedico tutti voi e il vostro lavoro; e vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie!

  17. DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO SUL TEMA
    "EDUCATION: THE GLOBAL COMPACT"
    ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

    Sala del Concistoro
    Venerdì, 7 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari amici,

    Sono lieto di salutarvi in occasione del Seminario promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali su “Educazione: il Patto Globale”. Mi rallegro che riflettiate su questo tema, perché oggi è necessario unire gli sforzi per raggiungere un’alleanza educativa ampia al fine di formare persone mature, capaci di ricostruire, ricostruire il tessuto relazionale e creare un’umanità più fraterna (cfr. Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2020).

    L’educazione integrale e di qualità e i livelli d’istruzione continuano a essere una sfida mondiale. Nonostante gli obiettivi e le mete formulati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e da altri organismi (cfr. Obiettivo 4), e gli importanti sforzi compiuti da alcuni paesi, l’educazione continua a essere disuguale tra la popolazione mondiale. La povertà, la discriminazione, il cambiamento climatico, la globalizzazione dell’indifferenza, la cosificazione dell’essere umano fanno appassire la fioritura di milioni di creature. Di fatto, rappresentano per molti un muro quasi insormontabile che impedisce di raggiungere gli obiettivi e le mete di sviluppo sostenibile e garantito che i popoli si sono proposti.

    L’educazione elementare oggi è un ideale normativo in tutto il mondo. I dati empirici che voi, signori accademici, condividete, indicano che sono stati compiuti progressi nella partecipazione dei bambini e delle bambine all’educazione. L’immatricolazione dei giovani all’istruzione primaria è oggi quasi universale e si osserva che il divario di genere si è ridotto. Questo è un risultato encomiabile. Ogni generazione dovrebbe tuttavia riconsiderare come trasmettere le sue conoscenze e i suoi valori a quella seguente, perché è attraverso l’educazione che l’essere umano raggiunge il suo massimo potenziale e diviene un essere consapevole, libero e responsabile. Pensare all’educazione è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità; è pertanto qualcosa di profondamente radicato nella speranza e richiede generosità e coraggio.

    Educare non è solo trasmettere concetti, questa sarebbe un’eredità dell’illuminismo che bisogna superare, ossia non trasmettere solo concetti, ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili — famiglia, scuola e istituzioni sociali, culturali, religiose... — vi partecipino in modo solidale. In tal senso, in alcuni paesi si dice che si è rotto il patto educativo perché manca questa partecipazione sociale all’educazione. Per educare bisogna cercare d’integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa. Integrazione totale. Promuovendo l’apprendimento della testa, del cuore e delle mani, l’educazione intellettuale e socio-emozionale, la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali, l’insegnamento di una cittadinanza impegnata e solidale con la giustizia, e impartendo le abilità e le conoscenze che formano i giovani per il mondo del lavoro e la società, le famiglie, le scuole e le istituzioni diventano veicoli essenziali per l’empowerment della prossima generazione. Allora sì, non si parla più di un patto educativo rotto. Il patto è questo.

    Oggi è in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativo che si crea tra la famiglia, la scuola, la patria e il mondo, la cultura e le culture. Si è rotto e rotto davvero; non si può rincollare o ricomporre. Non si può rammendare, se non attraverso un rinnovato sforzo di generosità e di accordo universale. Patto educativo rotto significa che sia la società, sia la famiglia, sia le diverse istituzioni che sono chiamate ad educare delegano il decisivo compito educativo ad altri, e così le diverse istituzioni di base e gli stessi stati che hanno rinunciato al patto educativo sfuggono a tale responsabilità.

    Oggi, siamo chiamati, in qualche modo, a rinnovare e a reintegrare l’impegno di tutti — persone e istituzioni — nell’educazione, per rifare un nuovo patto educativo, perché solo così l’educazione potrà cambiare. Per questo bisogna integrare le conoscenze, la cultura, lo sport, la scienza, il divertimento e lo svago; per questo bisogna costruire ponti di connessione, superare, permettetemi la parola, superare le “piccolezze” che ci rinchiudono nel nostro piccolo mondo, e andare nel mare aperto globale, rispettando tutte le tradizioni. Le nuove generazioni devono comprendere con chiarezza la propria tradizione e cultura — questo non si negozia, è innegoziabile —, in relazione alle altre, in modo da sviluppare la propria auto-comprensione, affrontando e accettando la diversità e i cambiamenti culturali. Si potrà così promuovere una cultura del dialogo, una cultura dell’incontro e della reciproca comprensione, in modo pacifico, rispettoso e tollerante. Un’educazione che renda capaci d’individuare e promuovere i veri valori umani in una prospettiva interculturale e interreligiosa.

    La famiglia ha bisogno di essere valorizzata nel nuovo patto educativo, poiché la sua responsabilità comincia già nel ventre materno, al momento della nascita. Ma le madri, i padri — i nonni — e la famiglia nel suo insieme, nel suo ruolo educativo primario, hanno bisogno di aiuto per comprendere, nel nuovo contesto globale, l’importanza di questo stadio iniziale della vita, ed essere preparati ad agire di conseguenza. Uno dei modi fondamentali per migliorare la qualità dell’educazione a livello scolastico è ottenere una maggiore partecipazione delle famiglie e delle comunità locali ai progetti educativi. E queste sono parte di tale educazione integrale, puntuale e universale.

    Desidero, in questo momento, rendere omaggio anche ai docenti — sempre sottopagati — perché dinanzi alla sfida dell’educazione vanno avanti con coraggio e impegno. Sono loro gli “artigiani” delle future generazioni. Con il loro sapere, pazienza e dedizione trasmettono un modo di essere che si trasforma in ricchezza, non materiale, ma immateriale, creano l’uomo e la donna di domani. È una grande responsabilità. Perciò, nel nuovo patto educativo, la funzione dei docenti, come agenti dell’educazione, deve essere riconosciuta e sostenuta con tutti i mezzi possibili. Se il nostro obiettivo è offrire a ogni individuo e a ogni comunità il livello di conoscenza necessario per avere una propria autonomia ed essere capace di cooperare con gli altri, è importante puntare sulla formazione degli educatori con i più alti standard qualitativi, a tutti i livelli accademici. Per sostenere e promuovere questo processo, è necessario che abbiano a disposizione le risorse nazionali, internazionali e private adeguate, di modo che, in tutto il mondo, possano svolgere il loro compito in modo efficace.

    In questo Seminario su “Educazione: il Patto Globale”, voi, accademici di varie università tra le più rispettate al mondo, avete individuato nuove leve per far sì che l’educazione sia più umana ed equa, più soddisfacente, e più importante per i bisogni diversi delle economie e delle società del XXI secolo. Tra le altre cose, avete esaminato la nuova scienza della mente, il cervello e l’educazione, la promessa della tecnologia di giungere a bambini che attualmente non hanno opportunità di apprendimento, e il tema importantissimo dell’educazione dei giovani rifugiati e immigranti in tutto il mondo. Avete affrontato gli effetti della crescente disuguaglianza e del cambiamento climatico sull’educazione, come pure gli strumenti per invertire gli effetti di entrambi e rafforzare le basi per una società più umana, più sana, più equa e felice.

    Ho parlato di tre linguaggi: della mente, del cuore, delle mani. E parlando delle radici, dei valori, possiamo parlare di verità, di bontà, di creatività. Ma non voglio concludere questo discorso senza parlare della bellezza. Non si può educare senza indurre alla bellezza, senza indurre il cuore alla bellezza. Forzando un po’ il discorso, oserei dire che un’educazione non è efficace se non sa creare poeti. Il cammino della bellezza è una sfida che si deve affrontare.

    Vi incoraggio in questo compito così importante e appassionante che avete: collaborare all’educazione delle future generazioni. Non è una cosa del domani, ma dell’oggi. Andate avanti, che Dio vi benedica. Prego per voi e voi fatelo per me. Grazie.

     

  18. PAPA FRANCESCO

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
    DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Non c’è umiltà senza umiliazione

    Venerdì, 7 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Non aver «paura delle umiliazioni»; anzi, chiedere al Signore di inviarne «qualcuna» per «renderci umili», così da «imitare meglio» Gesù. Questa la raccomandazione di Papa Francesco alla messa celebrata la mattina di venerdì 7 febbraio a Casa Santa Marta. Riflettendo sul brano liturgico del giorno, tratto dal Vangelo di Marco, il Pontefice ha spiegato come Giovanni Battista sia stato inviato da Dio per «indicare la strada», «il cammino» di Gesù. L’«ultimo dei profeti», ha ricordato infatti il Papa, ha avuto la grazia di poter dire: «Questo è il Messia».

    «Il lavoro di Giovanni Battista — ha affermato Francesco — non è stato tanto di predicare che Gesù veniva a preparare il popolo, ma di dare testimonianza di Gesù Cristo e darla con la propria vita. E dare testimonianza della strada scelta da Dio per la nostra salvezza: la strada dell’umiliazione. Paolo la esprime così chiaramente nella sua Lettera ai Filippesi: “Gesù annientò se stesso fino alla morte, morte di croce”. E questa morte di croce, questa strada di annientamento, di umiliazione, è anche la nostra strada, la strada che Dio mostra ai cristiani per andare avanti».

    Sia Giovanni sia Gesù — ha evidenziato — hanno avuto la «tentazione della vanità, della superbia»: Gesù «nel deserto con il diavolo, dopo il digiuno»; Giovanni di fronte ai dottori della legge che gli domandavano se fosse il Messia: avrebbe potuto rispondere di essere «il suo ministro», eppure «umiliò se stesso». Ambedue, ha proseguito il Papa, «hanno avuto l’autorità davanti al popolo», la loro predicazione era «autorevole». Ed entrambi hanno conosciuto «momenti di abbassamento», una sorta di «depressione umana e spirituale» l’ha definita il Pontefice: Gesù nell’Orto degli ulivi e Giovanni in carcere, tentato dal «tarlo del dubbio» se Gesù fosse davvero il Messia. Ambedue, ha detto ancora il Pontefice, «finiscono nel modo più umiliante»: Gesù con la morte in croce, «la morte dei criminali più bassi, terribile fisicamente e anche moralmente», «nudo davanti al popolo» e «a sua madre»; Giovanni Battista «decapitato nel carcere da una guardia» per ordine di un re «indebolito dai vizi», «corrotto dal capriccio di una ballerina e dall’odio di un’adultera», con riferimento a Erodìade e sua figlia.

    «Il profeta, il grande profeta, l’uomo più grande nato da donna — [così] lo qualifica Gesù — e il Figlio di Dio hanno scelto la strada dell’umiliazione», ha indicato il Papa: «È la strada che ci fanno vedere e che noi cristiani dobbiamo seguire. Infatti nelle Beatitudini si sottolinea che il cammino è quello dell’umiltà».

    Non si può essere «umili senza umiliazioni», ha messo in luce il Papa. Il suo invito ai cristiani è stato dunque quello di trarre insegnamento dal «messaggio» della Parola di Dio.

    «Quando cerchiamo di farci vedere, nella Chiesa, nella comunità, per avere una carica o un’altra cosa, quella — ha sottolineato Francesco — è la strada del mondo, è una strada mondana, non è la strada di Gesù. E anche ai pastori può accadere questa tentazione di arrampicamento: “Questa è un’ingiustizia, questa è un’umiliazione, non posso tollerarla”. Ma se un pastore non segue questa strada, non è discepolo di Gesù: è un arrampicatore con la veste talare. Non c’è umiltà senza umiliazione».

     

    *da: www.osservatoreromano.va 

    L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLX, n. 031, 08/02/2020

     

  19. SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL SUMMIT DELL'UFI - UNIONE DELLE FIERE INTERNAZIONALI

    Sala Clementina
    Giovedì, 6 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Cari amici,

    vi do il benvenuto in occasione del vostro Summit mondiale. Questo incontro si sta svolgendo a Roma, città di fede e cultura, luogo di incontro di popoli e idee attraverso i secoli. Come leader nel settore fieristico e delle grandi esposizioni commerciali, siete convenuti qui non solo come professionisti dell’organizzazione, ma perché cercate mediante il vostro lavoro di contribuire a un’economia globale più giusta e umana.

    Nel nostro mondo sempre più “ravvicinato”, diventiamo via via più consapevoli che i diversi aspetti della nostra vita e delle nostre attività – compresi quelli sociali, culturali ed ecologici – sono tra loro strettamente correlati (cfr Enc. Laudato si’, 137). Questa interconnessione ha ispirato, in ambito aziendale, l’istituzione di assetti ambientali, sociali e di governance che possano guidare e valutare l’impatto complessivo delle attività economiche e commerciali. Nel caso del vostro campo professionale, si è riscontrato che fiere ed esposizioni non solo hanno effetti positivi sulle economie regionali e sui mercati del lavoro, ma offrono anche opportunità significative per mostrare al mondo intero la ricca diversità e bellezza delle culture e degli ecosistemi locali.

    In modo particolare, le esposizioni internazionali contribuiscono alla crescita di una cultura dell’incontro, che rafforza i legami di solidarietà e favorisce l’arricchimento reciproco tra i membri della famiglia umana (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 220). Il vostro lavoro ha quindi una dimensione che lo trascende. Come servizio al bene comune, dovrebbe promuovere l’inclusione, la cura della casa comune e lo sviluppo integrale di individui e popoli. Queste preoccupazioni etiche non sono secondarie, ma essenziali per costruire un’economia in cui i rendimenti finanziari non rappresentano l’unica variabile per misurare il successo.

    L’esperienza vi ha insegnato che, nella preparazione e realizzazione delle fiere, tutti gli elementi costitutivi devono concorrere in modo armonico, dagli attori umani ai materiali di costruzione e all’illuminazione, agli impianti e alla gestione dei rifiuti. Quanto maggiore è la cooperazione a livello locale e internazionale, tanto più crescono le possibilità di successo, sia sul piano economico sia su quello umano. Le fiere che sostengono l’economia del territorio, coinvolgono la sua forza-lavoro, danno valore e rilevanza alla sua cultura e rispettano scrupolosamente la sua ecologia umana e ambientale, alla fine avranno più successo e rinomanza. Avranno un impatto positivo e un’attrattiva sia localmente che globalmente.

    Per la natura stessa di un’esposizione su larga scala, è necessaria una complessa rete di operatori, che attinga a una vasta gamma di organizzatori, autorità locali, operai, industrie commerciali, enti civili, e così via. Nonostante le molte difficoltà che possono sorgere nel corso della preparazione e realizzazione delle fiere e delle esposizioni che rientrano nella vostra competenza specifica, questi eventi sono in grado di creare una rete di buone relazioni umane, capaci di durare ben oltre l’evento stesso. Voi potete essere giustamente orgogliosi delle vostre iniziative, quando generano una più solida consapevolezza al servizio del bene comune e dello sviluppo integrale.

    Cari amici, vi porgo i miei migliori auguri per il vostro impegno al fine di promuovere la creatività e l’innovazione nel vostro settore. Invoco la benedizione di Dio sui vostri lavori di questi giorni, su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie. Prego per voi. Che Dio benedica tutti voi. E per favore vi chiedo di pregare per me. Grazie.

  20. SEMINARIO SUL TEMA: "NUOVE FORME DI FRATERNITÀ SOLIDALE, DI INCLUSIONE, INTEGRAZIONE E INNOVAZIONE"
    ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Casina Pio IV
    Mercoledì, 5 febbraio 2020

    [Multimedia]


     

    Signore e Signori, buon pomeriggio.

    Desidero esprimervi la mia gratitudine per questo incontro. Approfittiamo di questo nuovo inizio dell’anno per costruire ponti, ponti che favoriscano lo sviluppo di uno sguardo solidale a partire dalle banche, dalle finanze, dai governi e dalle decisioni economiche. Abbiamo bisogno di molte voci capaci di pensare, da una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni di un problema globale che riguarda i nostri popoli e le nostre democrazie.

    Vorrei iniziare con un dato di fatto. Il mondo è ricco e, tuttavia, i poveri aumentanoattorno a noi. Secondo rapporti ufficiali, il reddito mondiale di quest’anno sarà di quasi 12.000 dollari pro capite. Eppure centinaia di milioni di persone sono ancora immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari adeguati e indispensabili. Si calcola che all’incirca cinque milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno quest’anno a causa della povertà. Altri 260 milioni non riceveranno un’educazione per mancanza di risorse, per le guerre e le migrazioni. Questo in un mondo ricco, perché il mondo è ricco.

    Questa situazione ha portato milioni di persone a essere vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi. Non usufruiscono di alcun diritto e garanzia; non possono neppure godere dell’amicizia o della famiglia.

    Tali realtà non devono essere motivo di disperazione, bensì di azione. Sono realtà che ci spingono a fare qualcosa.

    Il principale messaggio di speranza che desidero condividere con voi è proprio questo: si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Permettetemi di ripeterlo: non siamo condannati all’iniquità universale. Ciò rende possibile un nuovo modo di fronteggiare gli eventi, che consenta di trovare e generare risposte creative dinanzi all’evitabile sofferenza di tanti innocenti; il che implica accettare che, in non poche situazioni, ci troviamo di fronte a una mancanza di volontà e di decisione per cambiare le cose e principalmente le priorità. Ci viene chiesta la capacità di lasciarci interpellare e di lasciar cadere le squame dagli occhi e vedere con una nuova luce queste realtà, una luce che ci spinga all’azione.

    Un mondo ricco e un’economia vivace possono e devono porre fine alla povertà. Si possono generare e promuovere dinamiche capaci di includere, alimentare, curare e vestire gli ultimi della società invece di escluderli. Dobbiamo scegliere a che cosa e a chi dare la priorità: se favorire meccanismi socio-economici umanizzanti per tutta la società o, al contrario, fomentare un sistema che finisce col giustificare determinate pratiche che non fanno altro che aumentare il livello d’ingiustizia e di violenza sociale. Il livello di ricchezza e di tecnica accumulato dall’umanità, così come l’importanza e il valore che i diritti umani hanno acquisito, non ammettono più scuse. Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo responsabili. Ciò non vuol dire che tutti siamo colpevoli, no; tutti siamo responsabili di fare qualcosa.

    Se esiste la povertà estrema in mezzo alla ricchezza — a sua volta estrema — è perché abbiamo permesso che il divario si ampliasse fino a diventare il più grande della storia. Questi sono dati quasi ufficiali: le cinquanta persone più ricche del mondo hanno un patrimonio equivalente a 2,2 mila miliardi di dollari. Queste cinquanta persone da sole potrebbero finanziare l’assistenza medica e l’educazione di ogni bambino povero nel mondo, sia attraverso le tasse, sia attraverso iniziative filantropiche, o entrambe. Queste cinquanta persone potrebbero salvare milioni di vite ogni anno.

    La globalizzazione dell’indifferenza l’hanno chiamata “inazione”. San Giovanni Paolo II l’ha chiamata: strutture del peccato. Tali strutture trovano un clima propizio alla loro espansione ogni volta che il bene comune viene ridotto o limitato a determinati settori o, nel caso che ci riunisce qui, quando l’economia e la finanza diventano fini a se stesse. È l’idolatria del denaro, la cupidigia e la speculazione. È questa realtà, sommata ora alla vertigine tecnologica esponenziale, che incrementa, a passi mai visti prima, la velocità delle transazioni e la possibilità di produrre guadagni concentrati senza che questi siano legati ai processi produttivi e neppure all’economia reale. La comunicazione virtuale favorisce questo tipo di cose.

    Aristotele celebra l’invenzione della moneta e il suo uso, ma condanna fermamente la speculazione finanziaria perché in essa «il denaro stesso diventa produttivo, perdendo la sua vera finalità che è di facilitare il commercio e la produzione» (Politica I, 10, 1258 b).

    In modo analogo, e seguendo la ragione illuminata dalla fede, la dottrina sociale della Chiesa celebra le forme di governo e le banche — molte volte create a sua tutela: è interessante vedere la storia dei monti di pietà, delle banche create per favorire e collaborare — quando adempiono alla loro finalità, che è, in definitiva, ricercare il bene comune, la giustizia sociale, la pace, come pure lo sviluppo integrale di ogni individuo, di ogni comunità umana e di tutte le persone. Tuttavia la Chiesa avverte che queste istituzioni benefiche, sia pubbliche sia private, possono decadere in strutture di peccato. Sto utilizzando la definizione di san Giovanni Paolo II.

    Le strutture del peccatooggi includono ripetuti tagli delle tasse per le persone più ricche, giustificati molte volte in nome dell’investimento e dello sviluppo; paradisi fiscali per i guadagni privati e corporativi; e naturalmente la possibilità di corruzione da parte di alcune delle imprese più grandi del mondo, non di rado in sintonia con il settore politico governante.

    Ogni anno centomila milioni di dollari, che si dovrebbero versare in imposte per finanziare l’assistenza medica e l’educazione, si accumulano in conti di paradisi fiscali, impedendo così la possibilità dello sviluppo degno e sostenuto di tutti gli attori sociali.

    Le persone povere in paesi molto indebitati sopportano oneri fiscali opprimenti e tagli nei servizi sociali, man mano che i loro governi pagano debiti contratti in modo insensibile e insostenibile. Di fatto, il debito pubblico contratto, in non pochi casi per dare impulso e incoraggiare lo sviluppo economico e produttivo di un paese, può costituirsi in un fattore che danneggia e pregiudica il tessuto sociale. Quando finisce con l’orientarsi verso un’altra finalità.

    Così come esiste una co-irresponsabilità riguardo a questo danno provocato all’economia e alla società, esiste anche una co-responsabilitàispiratrice e promettente per creare una clima di fraternità e di rinnovata fiducia che abbracci nel complesso la ricerca di soluzioni innovatrici e umanizzanti.

    È bene ricordare che non esiste una legge magica o invisibile che ci condanna al congelamento o alla paralisi di fronte all’ingiustizia. Ed ancor meno una razionalità economica che presuppone che la persona umana è semplicemente un’accumulatrice di benefici individuali estranei alla sua condizione di essere sociale.

    Le esigenze morali di san Giovanni Paolo II nel 1991 appaiono oggi sorprendentemente attuali: «È certamente giusto il principio che i debiti debbano essere pagati; non è lecito, però, chiedere o pretendere un pagamento, quando questo verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla disperazione intere popolazioni. Non si può pretendere che i debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici. In questi casi è necessario — come, del resto, sta in parte avvenendo — trovare modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito, compatibili col fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso» (Centesimus annus, n. 35).

    Di fatto, anche gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati all’unanimità da tutte le nazioni riconoscono questo punto — è un punto umano — ed esortano tutti i popoli ad «aiutare i paesi a raggiungere la sostenibilità del debito a lungo termine attraverso politiche coordinate volte a favorire il finanziamento del debito, la riduzione del debito e la conversione del debito, e affrontare il debito estero e ridurre il disagio dei paesi poveri fortemente indebitati» (SDG, 17, 4).

    In ciò devono consistere le nuove forme di solidarietà che oggi ci riuniscono, che ci riuniscono qui, se si pensa al mondo delle banche e della finanza: nell’aiuto per lo sviluppo dei popoli rimasti indietro e nel livellamento tra i paesi che godono di un determinato standard e livello di sviluppo e quelli impossibilitati a garantire il minimo necessario alle loro popolazioni. Solidarietà ed economia per l’unione, non per la divisione, con la sana e chiara consapevolezza della corresponsabilità.

    Praticamente da qui è necessario affermare che la più grande struttura di peccato, o la più grande struttura d’ingiustizia, è la stessa industria della guerra, poiché è denaro e tempo al servizio della divisione e della morte. Il mondo perde ogni anno miliardi di dollari in armamenti e violenza, somme che porrebbero fine alla povertà e all’analfabetismo se si potessero ridestinare. Veramente Isaia parlò a nome di Dio per tutta l’umanità quando predisse il giorno del Signore in cui «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2, 4). Seguiamolo!

    Più di settant’anni fa, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite impegnò tutti i suoi Stati Membri a prendersi cura dei poveri nella loro terra e nelle loro case, e in tutto il mondo, ossia nella casa comune, tutto il mondo è la casa comune. I governi riconobbero che la tutela sociale, i redditi di base, l’assistenza medica per tutti e l’educazione universale erano inerenti alla dignità umana fondamentale e, pertanto, ai diritti umani fondamentali.

    Questi diritti economici e un ambiente sicuro per tutti sono la misura più elementare della solidarietà umana. E la buona notizia è che mentre nel 1948 tali obiettivi non erano di portata immediata, oggi, con un mondo molto più sviluppato e interconnesso, sì lo sono. Sono stati fatti passi avanti in tal senso.

    Voi, che tanto gentilmente vi siete riuniti qui, siete i leader finanziari ed esperti economici del mondo. Insieme ai vostri colleghi, aiutate a stabilire le norme impositive globali, informare il pubblico globale sulla nostra situazione economica e consigliare i governi del mondo in tema di bilancio. Conoscete di prima mano quali sono le ingiustizie della nostra economia globale attuale, o le ingiustizie di ogni paese. Lavoriamo insieme per porre fine a queste ingiustizie. Quando gli organismi multilaterali di credito forniscono consulenza alle diverse nazioni, risulta importante tener presenti i concetti elevati della giustizia fiscale, i bilanci pubblici responsabili del loro indebitamento e, soprattutto, una promozione effettiva, e che li renda protagonisti, dei più poveri nella trama sociale. Ricordate loro la responsabilità che hanno di offrire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e un alleggerimento del debito per le nazioni molto indebitate. Ricordate loro l’imperativo di arrestare il cambiamento climatico provocato dall’uomo, come hanno promesso tutte le nazioni, affinché non distruggiamo le basi della nostra Casa Comune.

    Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti — che finiscono col soffocare e impedire la produzione locale —. Il tempo presente esige e richiede di passare da una logica insulare e antagonistica come unico meccanismo autorizzato per la soluzione dei conflitti, a un’altra capace di promuovere la interconnessione che favorisce una cultura dell’incontro, dove si rinnovino le basi solide di una nuova architettura finanziaria internazionale.

    In tale contesto, in cui lo sviluppo di alcuni settori sociali e finanziari ha raggiunto livelli mai visti prima, quanto è importante ricordare le parole del Vangelo di Luca: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (12, 48). Quanto è ispiratore ascoltare sant’Ambrogio, il quale pensa con il Vangelo: «Tu (ricco) non dai del tuo al povero [quando fai carità]…. ma gli stai consegnando ciò che è suo. Perché la proprietà comune data in uso per tutti, la stai usando tu solo» (Naboth 12, 53). Questo è il principio della destinazione universale dei beni, la base della giustizia economica e sociale, come anche del bene comune.

    Mi rallegro della vostra presenza qui oggi. Celebriamo l’opportunità di saperci co-partecipi nell’opera del Signore che può cambiare il corso della storia a beneficio della dignità di ogni persona di oggi e di domani, specialmente degli esclusi, e a beneficio del grande bene della pace. C’impegniamo insieme con umiltà e saggezza a servire la giustizia internazionale e inter-generazionale. Abbiamo una speranza sconfinata nell’insegnamento di Gesù che i poveri in spirito sono benedetti e felici, perché di essi è il Regno dei cieli (cfr. Mt 5, 3) che inizia già qui e ora.

    Grazie! E, per favore, vi faccio una richiesta, non è un prestito: non vi dimenticate di pregare per me, perché questo lavoro che mi tocca fare non è per niente facile, e io su di voi invoco tutte le benedizioni, su di voi e sul vostro lavoro.